Imprenditori e dichiarazioni dei redditi,uno scandalo all'italianaTribuno del Popolo
martedì , 17 ottobre 2017
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Imprenditori e dichiarazioni dei redditi,uno scandalo all’italiana

Ieri il Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia ha reso pubblica una rassegna delle dichiarazioni dei redditi di impresa o di lavoro autonomo. Risultato? Ecco chi è che non paga le tasse in Italia…

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I comunisti vengono spesso agitati come uno spauracchio da certi settori del nostro Paese, impauriti da possibili sequestri o da quella che Berlusconi chiama “invidia” nei confronti di chi, evidentemente, non è come tutti, ma per il semplice fatto di avere un’impresa, di essere un imprenditore, evidentemente si pone al di sopra degli altri. Del resto il blocco politico e culturale della destra italiana ha fatto dell’esaltazione dell’impresa contro tutto e tutti il suo punto di forza. L’impresa, si dice, è più importante di tutto, anche dello Stato, e gli imprenditori, secondo questa vulgata ideologica e romantica, sarebbero dei personaggi benefattori che vogliono creare lavoro per crescere insieme alla società. Questo nel mondo dei sogni. Nel mondo reale invece assistiamo a milioni di lavoratori dipendenti che vedono la propria busta paga decurtata dalle tasse automaticamente, mentre centinaia di migliaia di imprenditori beffano bellamente l’erario dichiarando redditi inferiori persino a quello dei propri dipendenti. Non ci credete? Allora non credete a noi, credete al Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia che ieri ha pubblicato una breve rassegna delle dichiarazioni dei redditi di impresa e di lavoro autonomo degli studi di settore (2012). Consultatelo e scoprirete chi sono coloro che, in questo Paese, non pagano le tasse. Non solo non le pagano, ma continuano addirittura a lamentarsi del costo del lavoro troppo alto, una ennesima beffa commessa ai danni di un intero Paese allo stremo per la crisi.

Ecco nel dettaglio i dati, a partire dai “più poveri”:

Noleggio di autovetture               5.300
Negozi abbigliamento e scarpe   6.500
Istituiti di bellezza                         7.200
Tintorie e lavanderie                     9.100
Negozi giocattoli                            9.800
Autosaloni                                     10.100
Parrucchieri                                   13.200
Servizi di ristorazione                   15.400
Taxi                                                  15.600
Macellerie                                       16.700
Gioiellieri                                         17.300
Bar e gelaterie                                17.800
Alberghi e affittacamere               18.300
Veterinari                                         21.000
Imbianchini e muratori                   23.600
Architetti                                          29.100
Avvocati                                            58.700
Studi medici                                      69.500
Farmacie                                          103.400
Notai                                                315.600

Dati che si commentano da soli, con i gioiellieri che dichiarano quando i dipendenti al punto che il mestiere da imbianchini sembra quasi un mestiere d’elite. Si pensi inoltre che  la media dei redditi (certi, non “dichiarati”) dei dipendenti “regolarizzati” di questi settori oscilla intorno al 20.000 euro annui (lordi, naturalmente). La realtà però ha la testa dura e sarebbe interessante vedere in che modo i pasdaran del culto dell’impresa riusciranno a giustificarsi. Insomma, quando si parla di rendere più basso il costo del lavoro, quando si parla di tagliare lo Stato Sociale, si prende ancora una volta in giro il Paese dal momento che esistono categorie di persone che il lavoro ce l’hanno, e non pagano le tasse, scaricando i costi della crisi su quelle categorie di persone già in difficoltà.

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