In America Latina la destra torna all’attaccoTribuno del Popolo
venerdì , 20 gennaio 2017
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In America Latina la destra torna all’attacco

La destra conservatrice, oligarchica e neoliberista torna all’attacco in America Latina: in realtà non ha mai smesso di tentare in tutti i modi di ribaltare i governi progressisti e integrazionisti con il supporto delle oligarchie economiche e di quelli che Ignacio Ramonet ha definito i “latifondi mediatici”.

In Venezuela il Gran Polo Patriotico ha subito una pesante sconfitta da parte delle opposizioni neoliberali riunite nella eterogenea coalizione del Mud. E’ stata una pesante sconfitta che non può essere letta soltanto in chiave nazionale ed avrà delle pesanti ricadute a livello regionale. Il Venezuela bolivariano ha avuto un grande ruolo nelle lotte di emancipazione dei popoli del’America Latina dalla lunga notte neoliberale e può essere considerato il vero e proprio epicentro della risposta al neoliberismo nel nuovo corso dell’America Latina inaugurato sul finire del ventesimo secolo. Così come la rivoluzione cubana ha segnato una svolta epocale e inaugurato una nuova era nei processi di emancipazione dei popoli dell’America Latina e dei Caraibi, l’elezione di Chávez in America Latina, circa quarant’anni dopo, ha aperto una stagione di profondi cambiamenti politici nella regione (con il fondamentale supporto di Cuba).

Il chavismo nasce come reazione alla IV Repubblica, corrotta e criminale, che non esitava a sparare indiscriminatamente sulla folla. In Venezuela nel 1989 ci fu il primo episodio di risposta popolare alle ricette neoliberiste imposte dal Presidente Carlos Andrés Pérez in accordo con il Fondo Monetario Internazionale: il governo represse nel sangue le proteste, provocando centinaia di morti. Hugo Chávez, dopo un fallito tentativo di golpe nel 1992, è stato eletto per la prima volta nel 1998 e da allora il chavismo è stato sempre confermato ad ogni appuntamento elettorale (fino alle ultime elezioni). Chávez, così come Castro prima di lui, nasce nazionalista e antimperialista per poi approdare su posizioni marcatamente socialiste: il riscatto dei popoli latinoamericani dall’oppressione imperialista e neocoloniale si univa così a un ambizioso progetto di costruzione del socialismo nel XXI secolo. I meriti del chavismo sono stati enormi: nel 1999 il 50% della popolazione venezuelana viveva in condizioni di povertà e il 19.9% in condizioni di estrema povertà; alla morte di Chávez i venezuelani in condizioni di povertà ammontavano al 27% circa, quelli in condizioni di estrema povertà a poco più dell’8%. Il tasso di disoccupazione è passato dal 14.5% (1999) al 7.8% nel 2011, subendo una riduzione di quasi il 50%. Il numero di venezuelani che ricevono le pensioni è aumentato da meno di 500.000 nel 1999 a quasi due milioni nel 2011. Sono stati conseguiti notevoli risultati anche per quanto riguarda l’educazione e la lotta all’analfabetismo. Il tasso di mortalità infantile nel 1999 ammontava a venti decessi su mille bambini nati vivi, nel 2011 è sceso a 13/1000.

Il Venezuela ha dato una fondamentale spinta propulsiva ai processi di integrazione regionale svincolata dalle ingerenze statunitensi e ha dato un importante contributo nell’affossamento dell’Alca, area di libero scambio voluta da Bush.

Chávez ha operato nazionalizzazioni nei settori strategici (energia, telecomunicazioni, settore bancario, estrazione mineraria) e la compagnia petrolifera PDVSA ha contribuito largamente al finanziamento di opere pubbliche e politiche sociali: questo però se da un lato ha alimentato i grandi consensi durante gli anni d’oro del chavismo, dall’altro ha reso ‘provvisorie’ le grandi conquiste sociali, vincolandole ad un’eccessiva dipendenza dalle rendite petrolifere e dal prezzo del petrolio. La leadership di Maduro sta scontando proprio questa debolezza dato che le opposizioni, supportate dalle oligarchie economiche e mediatiche e dalla longa manus statunitense, hanno sostenuto una vera e propria guerra economica e psicologica contro il governo bolivariano in una congiuntura molto critica per l’economia venezuelana, provocando uno scollamento tra una parte dello storico elettorato chavista e il partito di governo. Le destre non si sono limitate alla guerra economica ma, a partire del 2014, sono state portate avanti vere e proprie operazioni terroristiche che hanno provocato più di 40 morti e centinaia di feriti: le cosiddette “guarimbas”, portate avanti dalla destra eversiva supportata da veri e propri gruppi paramilitari in particolare nelle regioni confinanti con la Colombia [1].

E’ possibile fare dei parallelismi con la storia recente dell’America Latina in merito al ruolo svolto dalla guerra psicologica ed economica contro governi considerati scomodi. Si pensi al golpe contro Jacobo Arbenz nel 1954: gli Stati Uniti organizzarono un’operazione sotto copertura per abbattere il governo guatemalteco; il 18 luglio del 1954 venne lanciata l’ “operation success” e un gruppo di controrivoluzionari supportati dalla CIA giunse in Guatemala. Gli Stati Uniti condussero un’imponente guerra psicologica e di propaganda; l’esercito non intervenne in difesa di Arbenz che fu obbligato a lasciare il potere a una giunta militare [2].

Si pensi anche al golpe perpetrato contro il Cile di Allende: gli Stati Uniti, ostili alla politica di nazionalizzazioni portata avanti dal Presidente cileno, organizzarono una vera e propria guerra economica al Cile fatta di «sabotaggi, accaparramento di cibo (per provocarne scarsità), speculazione monetaria, dollari di mercato nero, oltre a una serie di scioperi di camionisti, ingegneri, dottori e avvocati, tutti istigati dalla CIA e a cui le masse si opposero con fermezza»; Kissinger sosteneva che «bisognava fare urlare l’economia». Allende dovette fronteggiare continuamente le oligarchie politiche ed economiche, i militari, le multinazionali e Washington. Il Pentagono mantenne stretti contatti con i militari cileni (le Forze Armate cilene ricevettero cospicui finanziamenti) e senza i fondi della CIA non ci sarebbero stati così tanti scioperi e sabotaggi economici [3]. L’11 settembre 1973 il generale Augusto Pinochet guidò un colpo di stato contro Allende, segnando l’inizio di una terribile dittatura militare, con estremo compiacimento e soddisfazione del duo Nixon-Kissinger.

Si pensi anche alla sconfitta elettorale dei sandinisti in Nicaragua nel 1990, avvenuta a causa dell’esasperazione provocata dalla guerriglia dei Contras sostenuti dagli Stati Uniti contro il governo sandinista.

Oggi è in corso un attacco ai governi di sinistra (più o meno moderati) e integrazionisti in America Latina. Tentativi di golpe sono stati portati avanti in Ecuador e Bolivia, per non dimenticare quelli andati a buon fine (Honduras e Paraguay). Attualmente è in corso un procedimento di impeachment contro Dilma Rousseff in Brasile e, anche in questo caso, è evidente la volontà di colpire la principale potenza emergente regionale, componente dei Brics. Per comprendere la portata continentale delle elezioni venezuelane basta ricordare come il neo-Presidente argentino, subito dopo essere stato eletto, non abbia perso tempo ad attaccare il governo bolivariano, dando manforte alla destra venezuelana, già in fibrillazione. Un eventuale cambiamento di governo (la nuova maggioranza parlamentare farà di tutto per revocare il mandato presidenziale a Maduro e per provocare un cambiamento nell’esecutivo) muterebbe totalmente le alleanze regionali del Venezuela: sarebbero messi in discussione gli storici rapporti di amicizia con Cuba così come l’adesione all’Alba e verrebbe meno il grande ruolo propulsivo che il Venezuela bolivariano ha avuto nei processi di integrazione regionale. La destra neoliberista – legata a doppio filo agli Usa e alle oligarchie latinoamericane – metterà certamente in discussione anche gli ottimi rapporti stretti dal Venezuela bolivariano con Russia e Cina (la costruzione di un mondo multipolare è sempre stata nell’agenda geopolitica di Chávez).

La sconfitta elettorale delle forze del Gran Polo Patriotico in Venezuela inaugura una nuova difficile fase politica per le forze progressiste e integrazioniste in Venezuela e in America Latina a cui bisogna esprimere la massima solidarietà internazionalista e antimperialista.

Fonte: Marx21.it

NOTE

1. Si veda in proposito l’intervista a Oscar Carrero del comitato “Vittime delle Guarimbas”: http://albainformazione.com/2015/10/16/intervista-a-oscar-carrero/
2. Cfr. F. La Mattina, Stati Uniti e America Latina, transizione egemonica, imperialismo statunitense e riscossa latinoamericana, in “MarxVentuno”, n. 1 2015, pp. 75-99.
3. C. Nieto, Gringos. Cento anni d’imperialismo in America Latina, San Lazzaro di Savena (Bo), Nuovi Mondi Media, 2005, p. 284.

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