In merito all'accordo FIAT-Veba per l'acquisto della ChryslerTribuno del Popolo
lunedì , 23 ottobre 2017
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In merito all’accordo FIAT-Veba per l’acquisto della Chrysler

L’accordo tra il gruppo Fiat e il sindacato americano Veba per l’acquisto dell’intero pacchetto azionario della Chrysler di Detroit è stato salutato con grande entusiasmo dal Governo italiano e dai mass media del nostro Paese, con il consenso dei soliti sindacati Cisl e Uil già impegnati a sostenere la demolizione delle regole sui contratti e sui diritti che la Fiat ha imposto negli stabilimenti italiani.

Con questa operazione, si sostiene, vince il sistema Italia e l’abilità negoziale del manager. Siamo in totale dissenso con queste dichiarazioni trionfalistiche.

Infatti il sistema Italia del gruppo FIAT è da tempo fortemente ridimensionato visto che Fiat Industrial, parte importante del gruppo,  con i suoi camion, i suoi trattori, le sue macchine movimento terra, veleggia da un paradiso fiscale all’altro e l’Italia è l’ultimo dei paesi ai quali è interessata.

E’ logico pensare tra l’altro che il quartier generale del raggruppamento Fiat-Chrysler sarà trasferito negli Stati Uniti con conseguente perdita di qualche altro migliaio di posti di lavoro a Torino, anche in conseguenza del fatto che le vendite e la produzione in Italia (grazie anche alle scelte fatte a suo tempo dal management che, in epoca pre-Marchionne, sposò la tesi degli investimenti sulla finanziarizzazione e non sulla produzione) rappresentano una parte molto minoritaria di quelle mondiali del gruppo.

Che dire poi dell’abilità di un manager che, a fronte della richiesta di 5 miliardi di dollari per concludere l’affare da parte del sindacato, aveva dichiarato con sdegno che il prezzo giusto era di soli 2 miliardi e ora ne paga 4,35, cifra molto più vicina alle richieste statunitensi che all’offerta italiana?

Qualcuno, a partire dal Governo Letta, chiederà all’azienda almeno notizie sul destino vero di Mirafiori, Cassino, Pomigliano e Termini Imerese? Quali sono i piani di investimento precisi che vengono decantati e mai contabilizzati (a differenza di quanto fatto con il Presidente Americano Obama che ha preteso, giustamente,  di vedere un piano industriale dettagliato e preciso per contribuire all’operazione di salvataggio della Chrysler con investimenti pubblici, è bene ricordarlo) che dovrebbero rafforzare in Italia la produzione di modelli di eccellenza rilanciando, sempre si dice, l’Alfa Romeo?

Insomma, da questo momento, la terza industria automobilistica americana è italiana o è avvenuto il contrario? O è accaduto che la Fiat sia diventata la parte minore ed estera di una grande azienda americana vincolata agli alti e bassi di un altro mercato in cui l’Italia non conta niente? In altre parole: ottimo affare per alcuni azionisti e per alcuni manager. L’Italia invece (qualcuno lo dica a Letta e a Napolitano) ha perso tutto, anche la Fiat.

Fonte: Marx21.it

Stefano Barbieri, segreteria nazionale Partito dei Comunisti Italiani 

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