In ricordo di Armando CossuttaTribuno del Popolo
lunedì , 23 gennaio 2017
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In ricordo di Armando Cossutta

Il 18 ottobre del 1981, un comunicato stampa dell’Ansa divulga una notizia particolarmente “densa”: il generale Wojciech Jaruzelski è nominato, in Polonia, Primo Ministro. E’ una decisione che il POUP ( Partito Operaio Unificato Polacco ) assume come risposta alle lotte anti-sistema condotte da Solidarnosc.  Di seguito, il POUP propone una risoluzione per proclamare sia lo stato d’emergenza che la sospensione degli scioperi.

A novembre, il suo Comitato Centrale concede pieni poteri al governo per permettergli di opporsi in modo efficace alle azioni “nocive al Paese”, invitando il Parlamento ad emanare un decreto “volto ad utilizzare mezzi straordinari d’azione nell’interesse e protezione di tutti i cittadini”. Il 29 dicembre dell’81 il PCI, in una risoluzione politica che sarebbe divenuta uno spartiacque della sua stessa storia, esprime una critica severa nei confronti del POUP e dell’operato del governo Jaruzelski, aggiungendo – come riflessione più generale – che la spinta della Rivoluzione d’ Ottobre “si è esaurita”. Il 12 gennaio successivo il compagno Armando Cossutta definisce le posizioni assunte dal PCI “uno strappo”. Definendo, severamente, le posizioni del proprio partito, Cossutta opera egli stesso uno strappo, violento, con la liturgia unanimista del PCI, ufficializzando una lotta contro quelle gravi  involuzioni politiche e teoriche.

Il 24 gennaio del 1982 il PCUS, tramite la “Pravda”, risponde in modo duro alle critiche che il PCI rivolge al governo Jaruzelski e all’intero modello dei Paesi Socialisti e il giorno dopo – 25 gennaio – il PCI, tramite Enrico Berlinguer, risponde in modo altrettanto deciso alla critiche della “Pravda”. Il treno della rottura tra PCI, Unione Sovietica, Paesi Socialisti e gran parte del mondo comunista, sferraglia veloce. Il 15 dicembre del 1981 Berlinguer, in una Tribuna Politica che sarebbe divenuta famosa, afferma che il PCI preferisce lottare, per i propri ideali e progetti, all’interno della NATO.

Cossutta si oppone apertamente – con pochi altri – a tutto questo; è convinto che sia lo “strappo” di Berlinguer, sia il giudizio sulle esperienze del “socialismo realizzato” che l’accettazione della NATO, non sono certo un tentativo di “uscita a sinistra” dalla crisi dell’URSS e del campo socialista, ma un’ulteriore accumulazione di forza negativa  della quale avrebbe poi approfittato Occhetto per cancellare il più grande partito comunista al mondo non al potere: il PCI. D’altra parte, ciò che si muoveva attorno – e sotto – la “sollevazione polacca” e il movimento controrivoluzionario di “Solidarnosc” era chiaro ai più: gli USA sostenevano – politicamente e con grande dispendio economico – Leck Walesa;  Karol Wojtila – il papa polacco eletto, giustappunto, nell’ottobre del 1978 – alzava continue ondate mediatiche contro il comunismo, l’URSS e la Polonia socialista, mentre la lotta delle masse cattoliche polacche conservatrici di “Solidarnosc” conquistava le “anime belle” europee e persino pezzi della “sinistra comunista” ( come “ il Manifesto”, che con lo stesso ardore col quale sosteneva in quella fase Leck Walesa avrebbe poi sostenuto, anni dopo, il liberista filo americano Eltsin). Il PCI di questi anni porta insomma a compimento una profonda “mutazione genetica”, per utilizzare il vocabolario cossuttiano.

Ed è a partire da qui, da tale contesto, che – ripeto – va misurato il coraggio di Cossutta; quel coraggio di opporsi – di fronte ad uno stuolo di corifei, di fronte alla crisi dell’URSS e ad un intero mondo, non solo borghese, ma anche di “sinistra”, che si divertiva sempre più a liquidare l’Unione Sovietica, il socialismo polacco e l’intero movimento comunista mondiale – di opporsi, dicevamo, allo “strappo” e all’intera, nuova linea del PCI. A chi scrive, Cossutta confessò un giorno: “Non si può immaginare quali livelli di solitudine si possano vivere, da eretico, in un grande Partito come il PCI, che pur uscendo celermente dalla propria storia, mantiene inalterata la propria, interna sacralità, sotto la quale vige la demonizzazione dell’oppositore. Una solitudine – mi precisava Cossutta – “gelida e dolorosissima”. Diciamo la verità: mentre molti compagni de “il Manifesto” (assieme a tanti altri “comunisti” e “di sinistra”) erano affascinati dalle “lotte operaie” condotta da Lech Walesa a Varsavia, Cossutta – assieme a non molti altri – si poneva il problema della difesa del socialismo anche con la forza, ponendosi, di conseguenza, il problema di capire l’essenza socialista del governo Jaruzelski in Polonia. Dopo tanti anni, dopo che l’essenza ultracattolica, liberista e reazionaria di Solidarnosc e di Walesa si è rivelata al mondo è più facile parlare. Ma, nel 1981, era difficile dire “no”. Cossutta lo fece e ciò – per chi scrive – va a suo onore. Peraltro, non era facile, in quegli anni già segnati da un forte innacquamento ideologico generale , porsi il problema delle liceità della difesa del socialismo, anche con la forza. Anche con l’esercito. Cosa giusta, naturalmente, ma che ha bisogno di rivoluzionari per essere compresa. Lotta Continua, totalmente antimilitarista, si innamorò perdutamente (partendo da una propria angolatura, prettamente romantica e piccolo borghese) della Rivoluzione portoghese dei garofani, entrando in contraddizione col proprio antimilitarismo dogmatico, essendo che la rivoluzione dei garofani era stata fatta dall’esercito. Gorbaciov, anni dopo, non ebbe il coraggio rivoluzionario di difendere l’integrità sovietica con l’Armata Rossa e tutto si sfaldò, compresa l’intera storia planetaria. E ancora: giornalisti di “Liberazione”, durante il regno totale di Bertinotti, facevano le pulci e prendevano le distanze da Hugo Chavez, “ troppo militare”. Cossutta non si schierò contro Jaruzelski, né – tantomeno – lisciò Walesa, come tutti facevano: ci voleva un forte senso dell’autonomia culturale e politica, una forte tempra personale per comportarsi così e Cossutta ebbe, piena, questa autonomia, questa controtendenza ideologica e ideale, questa tempra.

Certo, l’involuzione del PCI non iniziò con lo “strappo” messo in luce da Cossutta: quell’involuzione aveva radici ben più lontane che faremmo bene a scandagliare. E anche la critica interna al PCI non iniziò con Cossutta. Da decenni, compagni come Alessandro Vaia, Arnaldo Bera, Sergio Ricaldone ed altri avanzavano – con stile, disciplinatamente, direi – critiche anche profonde alla “natura nuova” del PCI. Critiche che anch’esse esplosero – non poteva essere altrimenti – nella fase dello “strappo” berlingueriano. In quella fase della lotta, i vecchi compagni “secchiani” (e tanti giovani attorno ad essi) si trovarono a lottare assieme a Cossutta. E in molti, già, hanno messo a fuoco il paradosso: quei compagni “secchiani” che Cossutta aveva avuto il compito di far fuori, emarginare dopo l’ambigua vicenda Seniga, ora erano suoi compagni di strada. Chi scrive ha avuto la fortuna di far parte, da giovane, nel PCI, dell’area “secchiana”, di lavorare con Vaia e Ricaldone. E ha dunque la possibilità- chi scrive – di affermare che le due aree ( “secchiani” e “cossuttiani”), nonostante si unissero poi nella lotta contro lo “strappo” e poi contro “ la Bolognina”- mai si sovrapposero, mai si fusero culturalmente e ideologicamente. Perché? La risposta, probabilmente, la si trova nella stessa storia di Cossutta (precedente e successiva allo “strappo”) nel suo pensiero, nella sua azione concreta. E per questo rievochiamo le differenze tra “secchiani e “cossuttiani”, non per parlare di esse, ma per parlare di Cossutta, per ricordalo e capirlo, in questi giorni tristi della sua morte. Ma per analizzare la vicenda Cossutta – politica e personale – ci vorranno anni e la giusta distanza temporale: ora mettiamo a fuoco solo pochi punti, così come si può. Mettiamo a fuoco, anzi, un solo punto, da cui, però, tanti altri ne discendono. Il punto è quello del cosiddetto “filosovietismo” di Cossutta. La stessa compagna Luciana Castellina, nel suo ricordo di Cossutta su “il Manifesto” di mercoledì 16 dicembre, così scrive: “Ancora oggi mi chiedo il perché di quel suo filosovietismo…”.

Soffermiamoci, dunque, sul filosovietismo di Cossutta: di che natura era? Inizio da un piccolo aneddoto: ancor prima della “Bolognina”, ad Ancona, mi ritrovai ad organizzare un convegno con Cossutta sul tema dello “strappo” e della difesa del PCI, insidiato dalla “nuova linea”. Un’ora prima del convegno Cossutta mi chiese se ci sarebbero stati dei giovani, al dibattito. Risposi che si, ce ne sarebbero stati molti. E Cossutta mi disse: “E secondo te, cosa debbo dire, a quei giovani?”. Non mi sembrava vero poter esprimere a Cossutta il mio pensiero e gli risposi: “Io credo che dovresti dir loro che la tua lotta contro lo “strappo” non è una difesa acritica dell’URSS; credo che dovresti dir loro che i comunisti sono preoccupati della funzione politica dello “strappo”, del fatto che esso può essere il cavallo di Troia attraverso il quale far passare un intero processo di socialdemocratizzazione del partito. Dovresti raccontare loro un fatto storico e cioè che la socialdemocrazia tedesca di fine ‘800 – ancora su posizioni rivoluzionarie e di classe – ad un certo punto afferma, nei congressi, nei pamphlet, nei saggi e negli articoli dei suoi dirigenti – che “si è esaurita la forza propulsiva della Comune di Parigi”. Dovresti dire ai giovani che alla socialdemocrazia tedesca del 1898 non importava nulla della Comune di Parigi, ma che quell’affermazione sul presunto esaurimento della sua spinta propulsiva era solo il cavallo di Troia per far passare la stessa socialdemocrazia tedesca dalle sue posizioni ancora rivoluzionarie a quelle posizioni moderate e borghesi che avrebbe poi assunto storicamente…”. Cossutta, dopo questa mia filippica, mi guardò un po’ stranito e mi disse: “Troppo difficile, lasciamo perdere”. In verità non era “difficile”, era solamente un pensiero diverso dal filosovietismo cossuttiano, che – dunque – cos’era? Era, dal mio punto di vista, un “filosovietismo di maniera”, un’esigenza-desiderio di sapere, concepire, che da una parte del mondo persisteva “il bastione del socialismo” e che questa esistenza dava certezze ai comunisti del mondo. Un sentimento giusto, ma con delle contraddizioni, che possono degenerare quando il leninismo – barra centrale dei rivoluzionari – si affievolisce. Cossutta era un “amendoliano”, un compagno della scuola di Amendola, il capo della socialdemocrazia interna al PCI. E credo che nell’ “amendolismo” albergasse un sentimento politico (e un’inclinazione teorica) di questo tipo: “La Grande Rivoluzione d’Ottobre ha vinto. I grandi successi dell’Unione Sovietica garantiscono, di per sé, un’espansione planetaria e irreversibile del socialismo su scala planetaria. Noi, in virtù di questo ruolo sovietico, possiamo stare tranquilli”. Guai, dunque, a chi tocca l’URSS. Ma il sentimento “amendoliano” aveva un difetto: la totale fiducia nell’URSS diveniva, nella socialdemocrazia interna al PCI, un’opzione filosoficamente positivista che sfociava in un detto/non detto: “Tanto, sul piano mondiale, ci pensa l’URSS e noi – in Italia, in un contesto non rivoluzionario – possiamo attestarci su posizioni socialdemocratiche avanzate, pur mantenendo, sul piano internazionale, posizioni antimperialiste e legate al movimento comunista mondiale”. Questo, credo, era, nell’essenza l’“amendolismo” e questo era Cossutta. Il positivismo “amendoliano” (e cossuttiano), era dunque un pensiero robusto, che tuttavia correva un grosso rischio: la perdita della concezione leninista e gramsciana dell’azione soggettiva, della “ribellione” ai destini meccanicistici imposti dalla storia letta con i dogmi.

In quali passaggi politici, Cossutta, perde completamente il senso leninista e gramsciano dell’azione soggettiva, avviandosi ad incarnare così, e fino in fondo, un “amendolismo” di destra? Almeno in due passaggi politici. Il primo, che si sarebbe rivelato drammatico per il PRC e per l’intero movimento comunista italiano, è la scelta, tutta cossuttiana, di far eleggere Fausto Bertinotti quale segretario di Rifondazione. Il secondo, molto più personale e senza ricadute politiche generali, è la scelta di Cossutta di votare PD “da comunista”. Un terzo (la scelta di restare nel governo D’Alema anche durante la guerra contro la Jugoslavia) è un errore tanto grave che parla da solo e qui non lo riprendiamo.

Se chiediamo ai compagni: “Ma perché Cossutta sceglie Bertinotti quale segretario del PRC? Non c’era tra i due un abisso politico e ideologico?”, gran parte dei compagni rispondono, come in una vulgata: “Perché, tanto, Cossutta e il Partito avrebbero manovrato e controllato Bertinotti da dietro le quinte”. E’ del tutto evidente che una tale risposta elude completamente la questione, che, invece, ha la testa dura dei fatti e ci ripete: “Ma perché Cossutta, che conosce bene “il socialismo di sinistra” di Bertinotti e il suo antisovietismo, lo vuole come segretario di un partito comunista-comunista, nato per di più attraverso una lotta contro lo strappo ?”.

E siamo giunti all’essenza delle cose: il filosovietismo di maniera di Cossutta, il suo desiderio-necessità di pensare all’URSS come la potenza che, da sola, espande il socialismo nel mondo e che attenua dunque – sempre nel pensiero amendoliano-cossuttiano – le responsabilità rivoluzionarie soggettive ai partiti comunisti dei paesi capitalisti ( affievolendo in loro anche il progetto e la pratica dell’azione soggettiva rivoluzionaria) ebbene, questo filosovietismo cossuttiano, di fronte alla scomparsa dell’URSS, viene travolto. Il pensiero politico cossuttiano non può più affidare all’URSS il compito dell’espansione socialista e le sorti della stessa lotta per il socialismo in Italia. Il cossuttismo, di fronte al vuoto lasciato dalla caduta dell’URSS, di fronte alla propria difficoltà politica e teorica di riassumere la categoria leninista e gramsciana dell’azione rivoluzionaria soggettiva e di fronte alla dogmatizzazione ( essenzialmente socialdemocratica) della concezione dei “rapporti di forza”, ripiega persino nel progetto di costruire un partito comunista conseguente. E affida il partito ad un socialista “radical” come Bertinotti. Questa, dal punto di vista di chi scrive, è la sostanza ideologica della scelta, apparentemente inspiegabile, se non attraverso il raccontino popolare volto a dire che “Bertinotti sarà guidato da dietro le quinte”, di un segretario non comunista per Rifondazione, un segretario non comunista voluto dal comunista totale: Cossutta. Un ricordo: tre giorni prima della sua morte, Lucio Magri mi telefonò e restammo a parlare per almeno due ore. Tra le tante cose parlammo anche dell’elezione di Bertinotti a segretario voluta da Cossutta e Magri disse, appunto, che questa scelta rivelava perfettamente la parte del carattere politico amendoliano moderato di Cossutta. Aggiunse Magri: “Cossutta chiese e promise a me di fare il segretario nazionale…e credo di poterti onestamente dire che se il segretario lo avessi fatto io la deriva bertinottiana, spintasi poi, e inevitabilmente, sino all’abiura de comunismo, non si sarebbe di certo verificata”.

Anche per ciò che riguarda la seconda questione (il voto di Cossutta al PD) possiamo utilizzare lo stesso metro di misura: la dogmatizzazione cossuttiana dei rapporti di forza e l’inclinazione cossuttiano- amendoliana a privarsi della categoria leninista e gramsciana dell’azione soggettiva, spinge l’Armando a scegliere un apparente “voto utile” per un apparente “ forza di sinistra”, a discapito del partito comunista.

Altre cose sono accadute, nel Cossutta del PdCI, che non conosco e non so e non voglio valutare. Non sono d’accordo – non ci riesco – con quegli storici o con quei politici propensi a valutare l’operato di un dirigente politico a partire solamente dalle ultime azioni compiute. Nell’ultima parte della sua vita Cossutta ha sbagliato molto. Ma di Cossutta ho personalmente, assieme ad altri non piacevoli, un ricordo forte: quando ero molto giovane ho trovato in lui, assieme a tanti e tante altre, un punto di riferimento per costruire una battaglia sia contro lo snaturamento che contro lo scioglimento del PCI, e poi per la ricostruzione di un nuovo partito comunista in Italia. E non è poco, poiché quella battaglia tutti e tutte noi, oggi, la continuiamo.

Fonte: Comunisti Italiani

Fosco Giannini 

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