Integrazione europea, "Auf Wiedersehen"??Tribuno del Popolo
martedì , 23 maggio 2017
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Integrazione europea, “Auf Wiedersehen”??

L’attualità politica degli ultimi anni ha accentutato l’attenzione sul tema dell’Europa e delle compatibilità di bilancio, un libro di Vladimiro Giacchè aiuta a capire meglio la fase storica e i possibili sbocchi a partire dall’esperienza della riunificazione tedesca.

Fonte: Oltremedianews

Nel fluido dibattito politico italiano, si è aggiunta da qualche giorno la polemica tra governo Renzi e Commissione europea. Quest’ultima ha posto un fermo stop all’ipotesi di utilizzare i fondi strutturali dell’Ue per anticipare il taglio del cuneo fiscale per le imprese, prima che siano pienamente disponibili le nuove risorse liberate dalla “spending review”. Si tratta, verosimilmente, di una risposta velata alle minacce dei mesi scorsi avanzate dell’allora solo segretario del Pd di sforare il tetto del 3% sul deficit.

Insomma, un nuovo capitolo della tormentata vicenda dei rapporti tra gli stati, segnatamente tra quelli attraversati da maggiori difficoltà economiche (cosiddetti PIIGS), e UE. Si tratta di un vero e proprio capitolo, un frammento di quella che sta diventando rapidamente un trama complessa e oscura. La convivenza, nelle condizioni date, tra condizioni materiali di vita e imposizione della Troika sta rapidamente diventando un pezzo di storia a sé di cui, al momento, è difficile vedere un lieto fine.

Come in ogni storia che si rispetti, anche la nostra ha un protagonista. Ma la peculiarità dei fatti porta a superare le tradizionali assegnazioni dei ruoli, per cui il nostro protagonista diviene simultaneamente antagonista: questo personaggio, altri non è che l’Unione europea. Essa è indubbiamente protagonista della storia degli ultimi vent’anni del nostro continente ma, con altrettanta sicurezza, questa si è attagliata perfettamente al ruolo di suo stesso antagonista: da un lato, l’Unione dell’integrazione europea, dall’altro quella delle due velocità, quella del mercato unico e quella della distruzione di ricchezza dei paesi del Sud.

Ma una storia non nasce mai dal vuoto: vi è sempre un antefatto che permette ai meccanismi di scattare. L’antefatto che si propone all’attenzione di coloro i quali desiderino capire meglio le ragioni, le logiche e le dinamiche in atto negli ultimi anni, è ambientato a cavallo tra il 1989 e 1990: la unificazione delle due Germanie.

La caduta del Muro di Berlino sembrò rappresentare lo slancio per riunificare popoli divisi dalla guerra fredda e costituire una potenza unitaria. Già queste poche parole appaiono una prolessi di quanto accaduto oltre vent’anni dopo a livello continentale. Si sostenne, decenni addietro, che un sentimento di fratellanza avrebbe spinto e realizzato l’unificazione tedesca, che popoli divisi dalla storia avrebbero superato le differenze attraverso comuni aspirazioni e cultura. Un argomento tutt’oggi in auge per giustificare l’irreversibilità del progetto europeo. La conseguenza più immediata, sul piano  politico, fu lacancellazione di un’intera classe politica di una delle due Germanie (quella est), ritenute probabilmente d’intralcio al completamento di un’ unificazione segnata dalla accettazione di regole altrui (dell’Ovest). Potrebbe sembrare una forzatura o una lettura parziale, ma, mutatis mutandis, il colpo di mano di fine 2011 attraverso la defenestrazione di Berlusconi e l’arrivo a Palazzo Chigi di Mario Monti o i seguenti tentativi, vittoriosi, di rottamazione nell’ambito del centrosinistra, potrebbero dare seriamente da pensare. Il mezzo impiegato principalmente per “rompere” le frontiere e dare il via al processo fu l’adozione di una valuta comune, accentuando, in maniera tendenziale, squilibri tra le distinte aree. Ancora una volta, un tratto comune con la costruzione europea che raggiunge il suo stadio definitivo proprio con l’adozione dell’euro.

Ma la più spaventosa analogia tra queste due storie consiste nella distruzione della capacità produttiva di intere zone economiche a tutto vantaggio di altre aree. Nell’unificazione tedesca, il lavoro sporco fu affidato ad un’inedita società fiduciaria “di liquidazione”, la Treuhand, che ebbe come unica ragione sociale quella dello smantellamento del patrimonio economico (interamente pubblico) della DDR. Un compito eseguito a regola d’arte: non solo in breve tempo l’intero apparato produttivo dell’Est fu privatizzato, ma l’intero processo di alienazione vide come beneficiari non pochi tra i peggiori esponenti della borghesia dell’ovest, truffatori rampanti in primis. Ma cosa accade oggi nell’Europa mediterranea se non esattamente un’enorme processo di disintegrazione di capacità produttiva (solo in Italia, dall’inizio della crisi, si registra un calo del 25% della produzione complessiva)? Singolare e di ammonimento, sulla base di quanto anzidetto, sembra un articolo apparso alcuni giorni fa sul Financial Times, nel quale senza mezzi termini si faceva riferimento alla “grande scorpacciata transalpina” realizzata da aziende tedesche nei confronti delle piccole imprese italiani, strozzate dai debiti e da un mercato sempre più arido a causa della debole domanda.

E’ proprio stando ai fatti che quest’unificazione è stata definitivamente chiamata “annessione” da Vladimiro Giacchè, noto economista spezzino, nel suo ultimo libro “Anschluss” (parola tedesca che significa “annessione”, appunto). Un libro che pone più di un interrogativo su queste due storie: quella di ieri, che ha come protagoniste le due Germanie, e quella di oggi che ha come protagonista l’Unione europea. Due storie che presentano un filo nero di continuità, quello di un processo di integrazione simulato che, rapidamente, ha mutato i suoi tratti essenziali in quello dell’ annessione.

Francesco Valerio Della Croce
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