Intervista a Fausto Sorini(Pdci): "La legge elettorale è minaccia autoritaria per la democrazia"Tribuno del Popolo
martedì , 23 maggio 2017
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Intervista a Fausto Sorini(Pdci): “La legge elettorale è minaccia autoritaria per la democrazia”

Abbiamo sentito Fausto Sorini della segreteria Nazionale del PdCI per fare il punto sulla situazione politica e internazionale e sulle prospettive per i comunisti e la sinistra in Italia. 

1.Partiamo con la situazione politica: in vista delle Europee pensi che possano aprirsi scenari interessanti per la sinistra?

Penso proprio di sì, anche se il confronto a sinistra dovrà essere condotto con grande maturità, senso di responsabilità e ripulsa di ogni tendenza all’auto-isolamento.Tra i comunisti e le forze di sinistra in Italia esiste una critica comune alla politica recessiva e di massacro sociale dell’Unione Europea, e vi sono alcuni obbiettivi rivendicativi unificanti.

Ma esistono anche opinioni diverse su quale progetto alternativo di Europa debba essere perseguito oggi e prospettato per il domani.
Una lista unitaria, anche al fine di superare insieme lo sbarramento del 4% (ed evitare un suicidio collettivo qualora si andasse con liste diverse), non significa che si starà insieme per l’eternità, in ogni passaggio politico od elettorale, o che si avranno le stesse opinioni su tutto.
Ma significa che almeno in questo passaggio si cercherà di trarne qualcosa di buono per tutti, per la credibilità dei comunisti e della sinistra, e soprattutto per la rappresentanza degli interessi dei ceti sociali più colpiti dalla crisi.

Se la candidatura di Tsipras può essere utile a questo processo, ben venga, anche se con Tsipras vi sono opinioni diverse su questioni importanti di strategia e di progetto. Ma, come si dice, ogni giorno ha la sua pena: e a volte il “meglio” è nemico del bene.

-2.La lista Tsipiras potrebbe essere anche un passo in direzione dell’unità dei comunisti oppure c’è il rischio che sia un ennesimo carrozzone privo di identità?

La lista unitaria della sinistra con un comune riferimento a Tsipras è altra cosa rispetto all’unità dei comunisti. Non è una lista che si basa su riferimenti identitari e ideologici, ma su elementi politici e programmatici comuni (come ho già precisato al punto 1). E’ un passaggio tattico, transitorio, ma estremamente importante.

Il processo di ricostruzione unitaria di un partito comunista in Italia, che per noi comunisti è questione strategica di enorme importanza, non si affronta sul terreno della tattica elettorale. Però a me pare chiaro che un successo elettorale di questa lista unitaria, sarà vantaggioso e utile anche per il progetto comunista unitario e per tutta la sinistra più conseguente. Mentre un suicidio collettivo derivante dall’esistenza di più liste concorrenti a sinistra, creerebbe un clima politico e un contesto più difficile anche per affrontare la questione comunista.

-3.Quale ruolo vuole giocare il PdCI all’interno di questo processo?

Stiamo giocando un ruolo di ponte per favorire il massimo di unità possibile nella costruzione della lista (su contenuti e riferimenti simbolici unitari e accettabili per tutti).

Cerchiamo anche di favorire l’unità a sinistra sul terreno di classe e del lavoro, evitando al tempo stesso che si propaghino tra i comunisti concezioni che rimuovono o trascurano la questione dell’autonomia comunista, o che la intendono (un po’ come fece Bertinotti) come una corrente culturale all’interno di una partito di sinistra socialdemocratica o neo-laburista.

Noi vogliamo unire i comunisti che hanno un minimo di affinità politica e ideologica nel processo di ricostruzione di un partito comunista e rivoluzionario in Italia, non in un club culturale..

-4.Se dovesse passare la legge elettorale proposta da Renzi, lo sbarramento all’8% cambierà inevitabilmente il modo di fare politica e la democrazia?

La legge elettorale Renzi-Berlusconi è una grave minaccia autoritaria alla democrazia italiana. Se dovesse passare escluderebbe dalla rappresentanza parlamentare fino a 4-5 milioni di persone.

Tutte le forze che hanno a cuore democrazia e Costituzione repubblicana devono fare ogni sforzo per sconfiggere questa ennesima legge truffa.

Ma devono anche sapere che, in ogni caso, i comunisti e le forze della sinistra anticapitalistica non subalterne al PD e alla socialdemocrazia europea, devono attrezzarsi per poter sopravvivere e operare nella società italiana e nel conflitto sociale in modo non testimoniale, con una influenza di massa, anche qualora – come del resto è oggi – fossero escluse per un lungo periodo dalle istituzioni.

Un partito comunista e rivoluzionario che non è in grado di vivere e operare anche se escluso dalle istituzioni, non è degno del nome che porta.

Su questo terreno siamo tutti (o quasi) in grave ritardo. Dopo la fine del PCI i comunisti hanno avuto per 20 anni una presenza istituzionale rilevante, enormi risorse derivanti dal finanziamento pubblico, ma non sono stati capaci di costruire nel tempo le basi strategiche, organizzative e di autofinanziamento capaci di assicurare il proprio sviluppo anche se un giorno (che poi è venuto) fossero stati esclusi dalle istituzioni. Anche su questo terreno il bilancio è fallimentare.

Inoltre, grazie al PD e a Berlusconi (e anche a Grillo e Casaleggio) noi ci stiamo avviando verso la totale eliminazione di ogni forma di finanziamento pubblico: il che favorisce e favorirà soprattutto i partiti che hanno il sostegno dei miliardari, come negli Stati Uniti.

Si tratta dunque di ripartire e riorganizzare le forze su basi nuove, se non vogliamo scomparire.

-5.Avremo mai un unico partito comunista in Italia? Cosa, realmente, impedisce la sua formazione?

Pensare ad un unico partito comunista in cui siano presenti tutti i gruppi e gruppetti che oggi in vario modo sopravvivono in Italia in modo assolutamente testimoniale (dalle micro frazioni trotzkiste ad altre formazioni o componenti che in primo luogo detestano tutto ciò che di comunista si muove nel mondo) non solo non è possibile, ma sarebbe anche sbagliato.

Non si fa un partito, e soprattutto un partito comunista, facendo un minestrone indistinto in cui c’è tutto e il contrario di tutto: ci vuole un minimo di affinità politica, programmatica, ideologica, di riferimento internazionale, di profilo teorico e di valutazione storica. E anche di maturità.

Fatta questa premessa (come vedi non mi rifugio in slogan generici, superficiali o illusori sull’”unità dei comunisti”), ritengo che sia possibile, con un lavoro paziente e determinato, mettere insieme in un processo costituente a più tappe – che è già in corso (e la prima tappa ha visto 3 anni fa l’integrazione dell’Ernesto nel nuovo PdCI) – i militanti e i quadri fondamentali di quelle componenti comuniste organizzate, e di una moltitudine di comunisti senza tessera e senza partito, che in vario modo si richiamano (e comunque non rifiutano) il miglior patrimonio politico e teorico espresso dal movimento comunista italiano e internazionale del ’900. E che sappiano, senza settarismo autoreferenziale e senza logiche di gruppo, tenere aperto e gestire il confronto e la ricerca sulle questioni politiche, teoriche e storiche che restano aperte.

Questo è proprio quello che, in 20 anni, non ha saputo fare chi si richiamava alla “rifondazione comunista”. E che invece hanno saputo fare la più parte dei maggiori e più prestigiosi partiti comunisti al mondo: dai cubani ai brasiliani del PcdoB, dai sudafricani ai libanesi, dai russi (e gli ucraini) ai cinesi, dai vietnamiti agli indiani, dai portoghesi ai ciprioti di AKEL, tanto per citarne alcuni.

Penso che siamo giunti a un punto in cui, in Italia, il processo costituente a cui alludevo possa e debba fare ulteriori passi in avanti; e sarebbe grave se i quadri fondamentali più responsabili dimostrassero in questa fase incertezze o indeterminazioni. Sarebbero i loro tentennamenti, in questo caso, a rappresentare l’ostacolo principale.

-6.Cosa pensi di quanto sta succedendo in questi giorni in Ucraina? Ritiene che quanto sta accedendo a Kiev possa ben presto interessare anche altri stati in Europa?

Abbiamo visto il livello inaudito che hanno raggiunto le violenze scatenate dai fascisti e dagli oltranzisti ucraini nelle manifestazioni che, ormai da molte settimane, si propongono di sovvertire con un vero e proprio colpo di Stato le istituzioni della repubblica ex sovietica. E che da noi una campagna mediatica incessante continua a presentare come la pacifica espressione della volontà di un popolo ansioso di entrare nell’Unione Europea, che sarebbe vittima di una feroce repressione.

Va detto, per fare chiarezza, che questo “popolo”, che occupa la piazza principale della capitale e tanto osannato dal nostro sistema di comunicazione dominante, è purtroppo pesantemente infiltrato da bande di teppisti, alla cui testa si trova  “Svoboda”, un partito che mantiene legami “fraterni” anche con “Forza Nuova”, nostalgico del collaborazionismo con le SS. E che ha tra i suoi “maestri” i criminali di guerra che si distinsero per lo zelo con cui parteciparono ai massacri di centinaia di migliaia di ebrei, comunisti e inermi civili nella Seconda Guerra Mondiale.

Nella parte occidentale dell’Ucraina questi gruppi si sono resi responsabili di assalti alle sedi comuniste, di aggressioni ai veterani dell’Armata Rossa, di oltraggio ai monumenti che ricordano il periodo socialista. Sono gli stessi che, poco tempo fa, hanno abbattuto la statua di Lenin nel centro di Kiev.

Questi gruppi oltranzisti, sostenuti dalla Nato e dall’Unione europea, hanno trovato la solidarietà persino di esponenti del Partito Democratico, come il vicepresidente del parlamento europeo, Gianni Pittella, che, con un’inammissibile ingerenza negli affari interni di un paese sovrano, non ha avuto alcuna vergogna ad arringare e a farsi applaudire (insieme ad altri esponenti UE) da una folla che sventolava le bandiere di “Svoboda”.

Si tratta di gruppi di “combattenti”, in alcuni casi neo-fascisti e neo-nazisti, addestrati militarmente da quella Otpor serba che gestì il golpe contro Milosevic e che mandò in fiamme il Parlamento di Belgrado. Quella Otpor che fu a suo tempo addestrata militarmente da un colonnello USA in pensione..

Non si tratta purtroppo di un fenomeno che riguarda solo l’Ucraina. C’è un piano organico elaborato da tempo dagli Stati Uniti, dalla Nato, dai gruppi dominanti dell’Unione europea. Sono le cosiddette “rivoluzioni colorate”, dove il colore arancione, gratta gratta, lascia sovente il posto al nero, alla discesa in campo di formazioni di estrema destra, volte a destabilizzare, rovesciare e poi annettere (“Anschluss”), anche in Europa, quei paesi e governi che non accettano la tutela euro-atlantica. E che per diverse ragioni (geopolitiche, di difesa di un modello di sviluppo economico e politico statalista e non liberista, e di una politica estera non subalterna all’espansione della UE e della NATO) difendono la loro sovranità ed una loro collocazione internazionale vicina ai BRICS.

Mi riferisco, alla Russia (che insieme alla Cina è il pilastro dei BRICS), all’Ucraina, alla Bielorussia, alla Moldavia, al Kazachstan… E ieri alla Serbia di Milosevic e alla ex Jugoslavia, disintegrata con una guerra aperta di aggressione: la prima guerra della NATO dopo il crollo dell’Urss.

Se questa politica di espansione ad Est dell’UE e della NATO non si arresta, non solo vi è il pericolo di un neo-fascismo risorgente e aggressivo nel cuore dell’Europa, ma anche di veri e propri conflitti militari tra Stati, di cui abbiamo già avuto un assaggio: ieri in Jugoslavia, più recentemente in Georgia.

La Russia di Putin ha fatto capire chiaramente che non se ne starà con le mani in mano (come fece la Russia di Eltsin) a subire una politica di espansione euro-atlantica verso le proprie frontiere. Così come si è visto anche nella vicenda della Siria, in un altra regione del mondo.

Purtroppo, su questo insieme di questioni, assistiamo oggi in Italia (si pensi solo alla vicenda, ieri della Libia, oggi dell’Ucraina e della Siria) ad un posizionamento del PD del tutto subalterno alla linea aggressiva ed espansionista del blocco euro-atlantico.

Parlare oggi dell’Unione europea come di un “baluardo antifascista e di pace” in Europa, significa non avere colto le dinamiche fondamentali presenti a livello mondiale e nel Vecchio continente.

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