Intervista ad Antonio Mazzeo: "L'umanità rischia di precipitare in una terza grande guerra planetaria"Tribuno del Popolo
venerdì , 20 gennaio 2017
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Intervista ad Antonio Mazzeo: “L’umanità rischia di precipitare in una terza grande guerra planetaria”

Per fare il punto sulla difficile situazione che stiamo vivendo tra crisi economica, crisi umanitaria e il rischio sempre presente di una escalation bellica, abbiamo sentito il giornalista e scrittore Antonio Mazzeo, sempre molto preparato su questi temi e da sempre una voce libera e dalla schiena dritta all’interno del  deprimente mondo dell’informazione italiana. 

1-    Tutto lascia presumere che stiamo per scivolare in tempi molto cupi per la pace. Secondo le quali sono le minacce più pressanti?

Senza voler essere catastrofista a tutti i costi, credo che mai come in questi mesi l’umanità stia rischiando di precipitare in una terza grande guerra planetaria. L’annuncio di una nuova campagna di bombardamenti multinazionali in Libia a cui far seguire magari una massiccia operazione di occupazione via terra; l’escalation del conflitto in Siria con una moltitudine di attori militari super armati in campo su fronti contrapposti; i sanguinosi raid in Yemen con l’utilizzo anche di bombe prodotte in Italia; l’incancrenirsi dei conflitti in Afghanistan, Iraq, Corno d’africa e in tante altre aree del continente africano; le guerre a bassa e media intensità che la Nato sta alimentando in Ucraina e nel Caucaso;  i rapidissimi processi di riarmo e militarizzazione che investono ormai quasi tutti i paesi in Asia e America latina, ecc. testimoniano la gravità di questa odierna fase epocale. Per non dimenticare poi come si stia esercitando la guerra con altri mezzi, penso alle politiche neoliberiste in campo economico che affamano miliardi di persone, a loro volta generatrici di guerre, conflitti e migrazioni forzate o ai cataclismi climatici causati direttamente o indirettamente dal modello di sviluppo imperante, dallo sfruttamento intensivo delle risorse naturali o dal perverso consumo delle risorse petrolifere. Le minacce alla sopravvivenza dell’umanità sono molteplici e con un’intensità e un potere di morte che non si erano mai conosciuti nella storia, purtroppo.       

2-    Il nostro governo si sta nuovamente lasciando trascinare in avventure belliche in Libia. Come mai l’opinione pubblica appare così indifferente e intorpidita?

Viviamo in uno stato di guerra permanente ormai da oltre un quarto di secolo e l’assuefazione all’idea della “normalità” dei conflitti è generale e colpisce intere generazioni. La crisi di identità e l’incapacità di mobilitazione e difesa dei valori di pace e giustizia delle forze politiche e sociali della sinistra, forze troppo spesso minate dal pensiero unico del neoliberismo, hanno certamente contribuito a questa indifferenza generale.  Un ruolo chiave è stato giocato sicuramente nel nostro paese dalla subalternità delle accademie e della “cultura” in genere al grande capitale finanziario che ha monopolizzato il controllo di media, sistema radiotelevisivo e stampa. Penso in particolare alle grandi holding, ancora in parte a capitale statale, come Eni, Finmeccanica, Enel, ecc. che concretamente fissano le agende, le finalità, le scelte e gli interventi della politica estera italiana e di quella militare. Con i drammatici costi e le conseguenze in termini socioeconomici (tagli alla salute, all’istruzione, precarietà occupazionali, disoccupazione giovanile, ecc.) che derivano poi dallo stato di guerra di cui l’Italia è oggi uno di protagonisti sulla scena internazionale.  

3-      Perché a suo giudizio ormai i cittadini si mobilitano per sacrosanti diritti civili ed individuali mentre sono ormai indifferenti alle guerre?

Non credo che questa dicotomia sia del tutto reale. In questi anni nel nostro paese ci sono state importanti campagne contro i processi di militarizzazione dei territori, penso ai No Dal Molin a Vicenza e ai No MUOS in Sicilia, o ai No Radar e No basi in Sardegna. Esperienze dal basso, pratiche di azioni dirette e di disobbedienza civile che sono servite a far crescere tra attivisti e cittadini una coscienza glocal, cioè della relazione mutua, strettissima, tra questioni meramente locali e la dimensione globale – la guerra permanente – di questi processi di riamo e distruzione. Ovviamente queste mobilitazioni sono del tutto insufficienti a contrastare il clima di “indifferenza” alla guerra, ma proprio perché tentativi resistenziali e di testimonianza, devono essere preservati e alimentati ancora in tutti i modi.  

4-      Lei pensa come Papa Francesco che sia in corso la Terza Guerra Mondiale o pensa che debba ancora arrivare e sia sempre più probabile?

Sì, lo dicevo prima. Siamo in guerra e questa guerra è planetaria, globale, permanente, devastate come non mai. Ciò che stento a comprendere è come siano ancora pochissimi a rendersene perfettamente conto, all’interno della stessa Chiesa cattolica di papa Francesco o purtroppo anche tra le sempre più frammentate aree della sinistra anticapitalista o radicale italiana o delle stesse organizzazioni sindacali e dell’arcipelago dell’ambientalismo e dell’antirazzismo internazionale. La fragilità di una risposta No War, autenticamente eco pacifista è da imputare anche alla “disattenzione” o forse meglio alla scarsa capacità di elaborazione ed analisi di queste forze politiche, sociali, etico-religiose.   

5-      Secondo lei in politica estera vedendo le elezioni in America dal punto di vista di europei o cittadini del mondo, sarebbe peggio Hillary Clinton o Donald Trump per la pace mondiale?

La storia degli Stati Uniti, l’indissolubilità dei legami perversi del complesso militare-finanziario-industriale con la “politica” in questo paese (e oggi ormai nei paesi Nato o partner Nato) non può consentire illusioni o l’ipocrisia di scegliere o tifare per il meno peggio.  Clinton e Trump differiscono solo dal punto di vista dell’uso del linguaggio: politicamente “corretto” quello della prima candidata alla presidenza (il marito è il “democratico” delle guerre “umanitarie”, un’espressione poi assunta dai “progressisti” in tutta Europa), mentre il secondo preferisce infarcire i suoi proclami con le volgarità razziste e classiste che tanto hanno presa quando la crisi è generale. Ma entrambi innalzeranno altri muri contro i migranti e dissemineranno di tante altre bombe made in Usa il pianeta intero. 

6-      Come giornalista di inchiesta lei informa continuamente su aspetti che spesso e volentieri vengono ignorati dagli altri media. Si sente valorizzato nel suo lavoro di giornalista dalla schiena dritta?

Se scegli di scrivere di guerre, ambiente e lotta alla borghesia mafiosa sai bene che il “consenso” di media ed editori sarò pari a zero. Ma hai scelto un giornalismo “di parte”, militante e la libertà si paga a carissimo prezzo in questi anni in cui le libertà vengono schiacciate ovunque in nome della “sicurezza” e dell’”ordine costituito”. Ma non è questo che può o deve farti male. Mi fa male invece e mi frustra profondamente invecchiare in un mondo che è cento volte peggio di quello che ho trovato quando sono nato o di vivere accanto a giovani cresciuti con la convinzione che la guerra faccia “naturalmente” parte della storia quando io, ingenuamente, credevo che il “mio” Vietnam sarebbe stato l’ultimo grande, ingiusto e  sanguinoso crimine mondiale. E’ per questo,anzi contro tutto questo, che spero di poter scrivere ancora. 

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