Intervista agli agenti del caso Cucchi. Ilaria Cucchi denunciata per diffamazioneTribuno del Popolo
venerdì , 24 marzo 2017
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Intervista agli agenti del caso Cucchi. Ilaria Cucchi denunciata per diffamazione

Intervista esclusiva ai tre agenti di polizia penitenziaria autori della denuncia penale nei confronti della sorella di Stefano Cucchi.

Fonte: Oltremedianews

È stata depositata nell’ufficio ricevimento primi atti presso il tribunale penale di Roma in data 5 dicembre una querela penale nei confronti di Ilaria Cucchi, querela avanzata dai tre agenti di Polizia Penitenziaria Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici tramite i loro avvocati difensori in relazione a un articolo presente nel blog personale di Ilaria Cucchi sull’Huffington Post (reperibile qui: http://www.huffingtonpost.it/ilaria-cucchi/caro-letta-per-la-morte-di-stefano-nessuno-paghera-ma-almeno-si-abbia-il-coraggio-di-ristabilire-la-verita_b_4147477.html) e all’intervista telefonica rilasciata dalla stessa alla giornalista del TGR Lazio Antonella Pallante nell’edizione delle 14 del 3 Novembre 2013.

Per approfondire i dettagli e i retroscena della suddetta denuncia, la redazione ha contattato i tre agenti di polizia penitenziaria, che hanno rilasciato alcune dichiarazioni.

Che opinione avete dell’atteggiamento che la famiglia Cucchi ha assunto durante i quattro anni in cui si è protratto il processo?

“In questi anni noi abbiamo sempre mostrato profondo rispetto per la famiglia Cucchi, rispetto ricambiato dagli stessi; ci siamo incontrati spesso in udienza, ma non si è mai andati oltre i semplici convenevoli poiché le nostre posizioni e i nostri obiettivi erano diametralmente opposti”.

Quali sono le vostre sensazioni alla luce della sentenza di assoluzione? 

“Finalmente siamo giunti alla verità, verità che tutti noi ci aspettavamo; questo processo ha causato grandi sofferenze a noi e ai nostri familiari, e la sentenza di assoluzione ha rappresentato per noi la fine di un incubo. Nonostante ciò, non ci restituisce la serenità, ormai traviata dalla incessante gogna mediatica che, pur di trovare un colpevole, ci ha colpito a senso unico: nessuno infatti si è mai schierato dalla nostra parte, nessuno ci ha mai chiamato in causa per sentire la nostra voce. Non auguriamo a nessuno di ricevere, come a noi è accaduto, minacce telefoniche e capannelli di giornalisti sotto le nostre case immediatamente successivi all’arrivo degli avvisi di garanzia. Nonostante ciò, restiamo fiduciosi nella giustizia e rispettosi delle istituzioni”.

Come è cambiata la vostra vita privata dall’inizio del processo? 

“Questa triste vicenda ha comportato diversi cambiamenti: in particolare, siamo stati costretti a trasferirci dal nostro luogo di lavoro, le celle di sicurezza del tribunale monocratico di Roma, in altri uffici, dove abbiamo dovuto cambiare abitudini di vita, orari e rapporti di colleganza che prima erano stretti e in alcuni casi duravano da oltre quindici anni di vissuto quotidiano”.

Questa vicenda ha cambiato i rapporti con i vostri colleghi?

“Assolutamente no: i nostri colleghi hanno sempre espresso vicinanza nei nostri confronti in ogni occasione possibile e durante tutte le fasi del processo, tuttavia ci sentiamo trascurati dalle alte cariche della amministrazione penitenziaria che non ci hanno mai neppure chiamato, neanche dopo la sentenza di assoluzione della Corte d’assise; siamo ancora in attesa di essere ricevuti dal Ministro Cancellieri, che pure ha avuto occasione di ricevere altre persone, per poter discutere anche con lei della nostra travagliata vicenda”.

In caso di vittoria della causa, come avete intenzione di utilizzare l’eventuale risarcimento? 

“Il risarcimento è l’ultimo dei nostri problemi, ma qualora vincessimo la causa, cosa che avverrà quasi sicuramente perché vi sono tutti i presupposti tecnici e procedurali, devolveremo tutto in beneficenza perché vorremmo che la nostra sofferenza possa essere d’aiuto a chi ne ha bisogno: non ci interessa arricchirci, vogliamo solo che vengano ripristinati il nostro onore e la nostra serenità”.

Francesco Stati

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