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lunedì , 16 gennaio 2017
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“Io lavoro”, io no

Umiliazione. E’ questo ciò che si prova una volta giunti all’ingresso del plurisponsorizzato evento denominato “Io Lavoro”, che è stato promosso come un’iniziativa aperta a tutti dove, a seguito di presentazione di curriculum e codice fiscale, è possibile avere più colloqui di lavoro in un’unica giornata.

Le tipologie di lavoro proposte sono davvero innumerevoli, si parte da lavori di magazzino fino alla direzione di un albergo.Che qualcosa non sia del tutto ok lo si evince da lontano, alla vista di più blindati di polizia e dalle facce scontente delle persone che si stanno allontanando.Entrando da un ingresso riservato a coloro che hanno effettuato la registrazione via web, non si può non notare la lunghezza della fila di persone che invece hanno ancora bisogno di comunicare i propri dati all’organizzazione prima di poter accedere alla zona centrale dove appunto si effettuano i colloqui.

Capisco subito che ho fatto un errore a non avere una telecamera. Lo spettacolo è incredibile. Agghiacciante, certo, ma incredibile. Io e un amico, armati di curriculuae, ci troviamo di fronte a centinaia e centinaia di persone che aspettano il proprio turno, ma non per parlare con un loro possibile futuro datore di lavoro, ma per ricevere un biglietto con cui mettersi in coda e attendere. Attendere tanto. “Io ho il numero 356, a quale siamo arrivati?” sentiamo dire.

Si penserà certo, in una situazione come questa, dove il tasso di disoccupazione sta raggiungendo livelli storici, è anche normale. Ma poi butto un occhio sui cartelli dei vari stand dietro ai quali si sono formati le code, e noto la stranezza: infatti gli stand non riportano il nome dell’azienda che sta cercando personale, bensì nomi che chi è stato in cerca di impiego di questi tempi (e siamo in tanti) conosce benissimo: Adecco, Agenzia per il lavoro, Professionisti per il tuo futuro e via dicendo. Insomma, una serie di note agenzie di lavoro interinale.
Con le prospettive nettamente calate, ci mettiamo in coda come tutti per attendere di prendere un numero.

Sono le 14 e si sparge la voce, vera e confermata, che i numeri sono terminati. Viene aggiunto che c’è da attendere ma che i numeri arriveranno, “intanto se volete accomodarvi al bar…”, concludono.

In coda conosco una ragazza, Marina, con cui scambio due chiacchiere, e mi racconta di aver già fatto più colloqui questa mattina, dove non le è stato nemmeno consentito di comunicare a quale tipo di lavoro era interessata, ma in cui le è stato preso in visione un curriculum e messo sopra una pila di tanti altri. Lei, che vorrebbe fare la cameriera, messa nello stesso gruppo di aspiranti operai e vigilantes, per fare un esempio.

Il tempo passa, ma i biglietti non arrivano. Ci si guarda e piano piano realizziamo che non arriveranno mai. Sono le 17, davanti ho almeno cento persone, devo ancora affrontare la coda successiva per i colloqui e la baracca chiude alle 18.
Niente, occhiata all’orologio e alla fine io e il mio amico desistiamo.

Al momento dell’uscita però, accade il fatto che in qualche modo è l’immagine non solo di questa giornata, non solo di questi tipi di eventi, ma di un intero mercato del lavoro che è alla frutta: veniamo fermati da una signora che, previa prova di improvvisazione, ci promette di girare l’Italia recitando un ruolo in una sorta di remake di “Full Monty”, noto film di spogliarellisti. Ringraziamo, cordialmente rifiutiamo, e andiamo a bere un caffè al primo bar. Non al loro bar.

Alessandro Assorgia

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