Iran. L'attacco potrebbe arrivare direttamente dagli UsaTribuno del Popolo
venerdì , 21 luglio 2017
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Iran. L’attacco potrebbe arrivare direttamente dagli Usa

Secondo due esperti militari, uno americano e l’altro israeliano, una eventuale offensiva preventiva contro le installazioni nucleari dell’Iran andrebbe lanciata direttamente dal territorio statunitense. Il timore è che prima o dopo si dia fuoco alle polveri. 

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Due esperti militari, uno statunitense e l’altro israeliano, hanno pubblicato uno studio su un’ipotetica offensiva contro le installazioni nucleari dell’Iran.  James Cartwright, generale in pensione americano e vice presidente della commissione militare congiunta Usa-Israele, e Amos Yadlin, ex capo dell’intelligence delle forze di difesa israeliane, sostengono che, una volta esauriti gli sforzi diplomatici per far pressioni su Teheran sul suo controverso programma nucleare, non rimarrà altra opzione sul tavolo che quella bellica, da lanciare però preferibilmente dagli Usa e non dal territorio israeliano.  Dal 2003 il cosiddetto gruppo 5+1 (Cina, Francia, Germania, Regno Unito, Russia e Stati Uniti) cerca di convincere l’Iran a porre un freno al suo programma di arricchimento dell’uranio, secondo l’Occidente ed Israele finalizzato alla produzione di armi atomiche. Teheran ha sempre negato le accuse, sostenendo i fini civili delle proprie attività nucleari, e nessuno ha mai trovato nemmeno una prova che sostenesse il contrario. Il rapporto è stato pubblicato sulle pagine web dell’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale dell’Università di Tel Aviv , del quale Yadlin è direttore, e dell’Istituto di Washington per le politiche sul Vicino Oriente. Questo lo scenario che delinea: Il primo ministro di Israele ha appena ricevuto una telefonata dalla Casa Bianca che gli comunica i risultati di una recente valutazione dell’intelligence Usa: sanzioni e trattative con l’Iran non hanno ancora persuaso il regime a fermare la sua attività nucleare. In precedenza Teheran ha rifiutato una generosa offerta dagli Stati Uniti, che le permetteva di arricchire l’uranio in cambio di massicci controlli sulla sicurezza nucleare, e il programma continua ad avanzare senza sosta (…) Il premier (israeliano) e il presidente (statunitense) decidono di convocare i consiglieri per la sicurezza nazionale”.

Sebbene gli statunitensi, continua lo studio, “siano stanchi della guerra e degli elevati costi che questa comporta“, il presidente riconosce che un “Iran nucleare è una minaccia inaccettabile” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e di Israele. Pertanto, i leader dei due paesi alleati fissano delle “linee rosse” sulla questione “arricchimento uranio” che la Repubblica Islamica ha già oltrepassato (dal 2004), tenendo inoltre presente che i cinque round di negoziati diplomatici (a Ginevra, Istanbul, Baghdad, Mosca, Almaty) si sono rivelati un buco nell’acqua. L’unica prospettiva sarebbe quindi quella bellica, ma da dove attaccare? Come sostengono Cartwright e Yadlin, gli Usa avrebbero a disposizione mezzi più idonei come i bombardieri stealth B-2, rifornimento in volo, droni di ultima generazione e bombe in grado di penetrare in prfondità, per  danneggiare gravemente gli obiettivi iraniani. Tuttavia, gli statunitensi non hanno alcuna esperienza operativa in simili missioni, a differenza di Israele, che nel 1981 ha bombardato il reattore nucleare di Osiraq a Baghdad e nel 2007, secondo rapporti stranieri, un reattore siriano.

Aggiungono che qualsiasi azione israeliana richiederebbe ai suoi aerei di attraversare lo spazio aereo di almeno un altro paese (Giordania, Arabia Saudita, Iraq e Siria). Al contrario, un attacco statunitense potrebbe essere condotto direttamente da basi militari Usa nella regione o dalle portaerei di stanza nel Golfo Persico. Dunque, se “indispensabile”, Cartwright e Yadlin ipotizzando un attacco aereo statunitense “chirurgico”, accompagnato da un’avanzata delle forze di terra, dal momento che “un attacco limitato permetterebbe all’Iran di rispondere in modo limitato e non trascinare in guerra l’intera regione”. La chiave di tutto questo comunque ormai è la Siria, se dovesse cadere ecco che l’attacco all’Iran diventerebbe molto vicino.

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