Iraq. Baghdad e Turchia sempre più ai ferri cortiTribuno del Popolo
martedì , 25 luglio 2017
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Iraq. Baghdad e Turchia sempre più ai ferri corti

Il 5 dicembre i turchi hanno inviato un contingente di circa 1200 uomini e almeno una ventina di carri armati nella zona di Mosul, in Iraq, in teoria per addestrare milizie curdo-irachene locali. Peccato che Baghdad non abbia invitato la Turchia nel suo territorio e il governo iracheno ha protestato per quella che viene configurata come una violazione della sovranità nazionale. In molti temono che le operazioni della Turchia in territorio iracheno potrebbero portare a una nuova escalation in parallelo a quella contro il Daesh. 

Quando l’intervento americano portò alla caduta di Saddam Hussein l’Iraq è scivolato lentamente ma inesorabilmente nella sfera di influenza dell’Iran. Con lo scoppio della guerra in Siria e le Primavere Arabe poi, Baghdad se possibile si è avvicinata ulteriormente a Teheran, il vecchio nemico, contrariando probabilmente paesi come la Turchia che da sempre vedono come un pericolo la formazione di un’asse sciita. Non solo, la Turchia ha molto interesse nella distruzione e nello smembramento della Siria principalmente per due motivi: da un lato distruggere Assad significa indebolire Mosca e Teheran, dall’altro perchè Ankara teme che nel Nord della Siria possa nascere una entità territoriale dominata dal Pkk, il gruppo armato curdo di ispirazione marxista che è da sempre il vero nemico per la Turchia con Erdogan e soci che non nascondono nemmeno di ritenere prioritaria l’eliminanzione del Pkk più che dell’Isis.

Questa premessa serve a capire in parte l’azione della Turchia del 5 dicembre, quando un migliaio di soldati turchi e una ventina di mezzi blindati hanno sconfinato in Iraq creando un comprensibile allarme in tutta la regione. Sulla carta il governo turco ha spiegato che si trattava di aiuti concessi alle truppe irachene e curde nella zona di Mosul che combattono l’Isis, ma il governo di Baghdad ha fatto sapere di non essere nemmeno stato avvisato e ha protestato con decisione denunciando la violazione della propria sovranità personale. Non solo, il presidente del consiglio Al Abadi e quello della Repubblica Massum hanno chiesto l’immediato ritiro delle truppe ma Ankara ha risposto quasi con sufficienza sostenendo che l’invio di truppe era stato concordato con il governo regionale curdo-iracheno di Massud Barzani.

Ankara ha anche promesso di non voler mandare truppe ulteriori in Iraq ma non ha ritirato quelle già in loco, scatenando così ulteriori sospetti in seno al governo di Baghdad. Insomma si tratta di un aiuto, quello turco, non solo non richiesto ma che nemmeno ben si comprende rivolto a chi. La sensazione è che Ankara voglia tutelarsi, magari per evitare che gli sciiti si prendano tutto il merito per la liberazione dell’Iraq dalle bande nere del Daesh, o forse semplicemente per supportare i curdi-iracheni di Barzani in modo da metterli contro i curdi dell’Ypg/Pkk. Del resto il governo iracheno ha scelto in modo molto netto di appoggiare il governo di Damasco di Bashar al-Assad, e questo ha formato de facto una alleanza militare Baghdad-Teheran-Damasco che, resistendo agli attacchi dello Stato Islamico, rischia di divenire poi il perno del futuro assetto della regione, un rischio che evidentemente ad Ankara non vogliono correre. La realtà è che gli sciiti non vogliono e non possono fidarsi di un paese come la Turchia che sin qui ha tenuto un atteggiamento perlomeno ambiguo nei confronti del Califfato, al punto da mostrare di aver maggiore interesse nel combattere Assad e il Pkk piuttosto che Al Baghdadi.

@Photo Credit https://en.wikipedia.org/wiki/Iraqi_Armed_Forces#/media/File:Raqi_army_soldiers_stand_outside_an_Iraqi_army_compound_in_Buhriz.jpg

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