Iraq. La guerra silenziosa sotto l'ala di WashingtonTribuno del Popolo
martedì , 25 luglio 2017
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Iraq. La guerra silenziosa sotto l’ala di Washington

Cosa succede in Iraq? Dopo le notizie dell’avanzata dei jihadisti dell’Isil, i media hanno smesso di parlare dell’Iraq, nonostante in teoria le “gesta” dei militanti islamici dovrebbero interessare eccome l’Occidente. Evidentemente l’Isil fa indirettamente il gioco degli Stati Uniti, e questo spiegherebbe il silenzio rumoroso del mainstream. 

(AFP Photo / HO)

Circa un mese fa i giornali hanno riportato le notizie dell’avanzata dell’Isil (Stato Islamico) in Iraq, una avanzata sanguinosa accompagnata da esecuzioni di massa da parte di vere e proprie bande di fanatici che i siriani peraltro, nel silenzio mediatico globale, hanno già potuto conoscere sulla propria pelle. Poi all’improvviso più nulla, si è cominciato a tacere di quello che succede in Iraq, come se dopotutto l’avanzata degli estremisti islamici non rappresenti un problema per l’Occidente. Ma come, nel 2001 non sono state cominciate guerre contro il terrorismo proprio per fermare la Jihad islamica? Come è possibile che oggi che i jihadisti combattono addirittura per formare uno Stato Islamico che va dalla Siria all’Iraq l’Occidente se ne lavi le mani? Evidentemente c’è qualcosa dietro questo progetto di smembramento dell’Iraq, un progetto che prevede la formazione di uno Stato curdo nel Nord del Paese e di uno Stato Islamico e confessionale vero e proprio nel cuore dell’Iraq. Strano dal momento che proprio gli Stati Uniti hanno bombardato la Libia con l’accusa di mancato rispetto dei diritti umani e stavano per farlo con la Siria per lo stesso motivo; vuoi vedere che l’Isil in qualche modo fa proprio gli interessi di Washington? Secondo molti analisti infatti non può essere un caso che i media non parlino di quello che succede in Iraq, come se l’avanzata delle milizie islamiche non fosse una cosa importante, e anche la Casa Bianca sembra semplicemente infischiarsene, al punto che non è nemmeno stato autorizzato l’uso dei droni, come se dopotutto fossero affari di Baghdad. Evidentemente però la motivazione è molto più cinica: le milizie dell’Isil fanno l’interesse dell’Occidente. Il 7 luglio si è tenuto a Roma un incontro ISPI del Centro Studi Americani, e come riportato da Megachip Globalist, tutto lascerebbe presumere riguardo la veridicità di questa teoria. In sostanza l’Isil smembrando l’Iraq in tre entità: curda nel nord, sunnita nel centro e sciita nel sud, farebbe un favore geopolitico ad Israele, e soprattutto agli Stati Uniti, che da tempo sembrano prediligere in Iraq la tattica del divide et impera, ovvero la creazione di uno smembramento con conflitto permanente tra le fazioni“. Le prove generali per l’ Iraq Game sono state fatte in Libia, dove i libici dell’Est sono stati fomentati alla rivolta, armati, finanziati e poi aiutati con bombardamenti di massa contro le città libiche e le infrastrutture. L’obiettivo non era certo quello di salvare i cittadini da un tiranno, bensì quello di distruggere la Libia come Stato, trasformandolo in un insieme di clan litigiosi, per il Divide Et Impera appunto. Pochi sanno che la Libia era il Paese più ricco del Nordafrica, ma in meno di tre anni lo Stato è stato polverizzato ed è controllato da bande armate confessionali che si combattono tra di loro. Risultato?  Le compagnie petrolifere occidentali che Gheddafi aveva allontanato, oggi prendono il petrolio a prezzi ridicoli. Insomma lo schema è quello, arrivare in un Paese, fomentare gli scontri tra fazioni, scatenare il caos e avvantaggiarsi. Il secondo esperimento è stata la Siria, ma qui le cose sono andate maluccio per l’Occidente dal momento che Assad e Damasco hanno resistito a prezzo di dure perdite umane, da qui la decisione di provarci con l’Iraq, Paese da punire dal momento che il presidente Nuri al-Maliki una volta al potere ha allontanato la più grande compagnia petrolifera americana dal sud dell’Iraq, concedendo i contratti per i nuovi pozzi nientemeno che alla Cina e aiutando l’Iran e Hezbollah ad aiutare la Siria contro i terroristi islamici. Non solo, Al Maliki ha anche autorizzato il passaggio in Iraq del gasdotto iraniano-siriano-mediterraneo, un diretto concorrente del gasdotto americano. Ed ecco arrivare per magia l’Isil, guardacaso foraggiato dall’Arabia Saudita, alleato stabile degli Usa, ed ecco spiegato come mai nè gli Usa nè Israele sono minimamente turbati dall’avanzata dei jihadisti, evidentemente perchè la loro avanzata serve a far cadere l’Iraq nel caos senza che nessuno tra curdi, Baghdad e Isil sia in grado di prevalere. Del resto proprio l’Isil ha potuto utilizzare il confine della Turchia per rafforzarsi, e tutti sanno che Ankara è un Paese Nato, dunque gli Usa non potevano non sapere che l’Isil stava preparando una grande offensiva globale. Insomma gli Stati Uniti hanno appoggiato le rivolte contro Assad per chiari motivi geopolitici, e vedendo che Damasco continua a resistere, hanno scatenato il caos in Iraq, il tutto per aumentare a costo quasi zero la propria egemonia in luoghi ricchi di materie prime. 

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