Iraq. Le mosse Usa contro l'Isis stanno fallendoTribuno del Popolo
martedì , 17 gennaio 2017
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Iraq. Le mosse Usa contro l’Isis stanno fallendo

Iraq. Le mosse Usa contro l’Isis stanno fallendo

Un fallimento finora la campagna lanciata dagli Usa contro l’Isis in Siria e Iraq. Ad ammetterlo, dopo che il Califfo ha preso Ramadi in Iraq, è lo stesso Obama che ha convocato il Consiglio per la sicurezza nazionale per rivedere i piani nella regione. Ma la sensazione è che manchi la volontà politica di sconfiggere l’Isis troppo in fretta, forse per timore di rafforzare l’Iran.

Respinte a Palmira dalle truppe governative siriane, le armate del Califfo hanno ottenuto negli ultimi giorni significativi successi in Iraq. E dire che Baghdad, dopo la grande paura dell’estate scorsa quando i jihadisti arrivarono in poche settimane a un passo dalla Capitale, era riuscita a riprendere diversi territori al Califfato, compresa la strategica città di Tikrit che diede i natali a Saddam. In quel caso però l’iniziativa venne assunta principalmente dalle milizie sciite supportate dall’Iran, e infatti gli Stati Uniti non erano affatto entusiasti dell’attivismo dei miliziani anti-Isis, temendo che se l’Isis fosse stato sconfitto troppo in fretta questo avrebbe di fatto consegnato l’Iraq nelle mani della Repubblica Islamica di Teheran. Ma l’Isis a dispetto dei proclami non è mai stato duramente colpito in Iraq, dove ha trovato anzi un retroterra sicuro a Mosul, la vera “capitale” del Califfato del terrore che era stata strappata al governo nella grande offensiva dell’estate 2014. In quell’occasione l’esercito iracheno scappò senza combattere lasciando nelle mani dei miliziani dell’Isis armi moderne di fabbricazione americana, e da allora i raid aerei della coalizione a guida americana non sono riusciti a incidere nè a indebolire significativamente la capacità bellica dello Stato Islamico. Viceversa a Est, in Siria, i miliziani del Califfo se la devono vedere con i curdi, con l’esercito siriano e con Hezbollah, oltre che con alcune milizie di ribelli laici, e il fallimento dell’offensiva tentata su Palmira suggerisce che lo Stato Islamico sia in difficoltà.

Ora però è proprio la Casa Bianca ad ammettere che la tattica sin qui utilizzata per combattere lo Stato Islamico in Iraq è fallita. Lo ha fatto tramite Barack Obama che ha riunito nelle scorse ore il Consiglio per la sicurezza nazionale per rivedere le strategie americane nel Paese. Non solo infatti gli americani non sono riusciti a indebolire l’Isis, ma non sono nemmeno riusciti a determinare il cambiamento da loro sperato alla guida del governo iracheno. L’ex premier sciita al Maliki infatti era stato accusato di essere un servo dell’Iran e sull’onda dell’avanzata del Califfo era stato costretto a lasciare, sostituito da un altro sciita, il premier Al Abadi. Evidentemente Washington sperava che Al Abadi fosse più aperto nei confronti dei gruppi sunniti che erano stati esclusi dal potere da al Maliki e che in passato erano stati usati dagli Stati Uniti per combattere contro Al Qaeda e le truppe della resistenza contro l’invasione Usa. Di conseguenza Al Abadi probabilmente ha paura di aprire ai sunniti, anche perchè gli unici che in Iraq sostanzialmente combattono contro il Califfo, oltre alle truppe regolari (e non tutte), sono proprio le milizie sciite addestrate e armate dall’Iran.

La sensazione è che sia proprio l’Iran la chiave di volta per capire l’Isis e quello che sta succedendo in Medio Oriente. In molti potrebbero avere infatti il timore che eliminando il Califfato troppo in fretta si rischi indirettamente di consegnare l’Iraq nella sfera di influenza iraniana. Del resto anche Bashar al-Assad ed Hezbollah sono due storici alleati dell’Iran a ridosso del Mediterraneo, e non è casuale che siano proprio gli attori del conflitto con lo Stato Islamico, sino a oggi indirettamente finanziato e appoggiato da paesi come la Turchia e l’Arabia Saudita. In questo senso in molti indicano proprio nei continui rinvii della campagna per la riconquista di Mosul la possibile prova dell’attendismo nei confronti dello Stato Islamico. Sembra quasi che si preferisca lasciarlo fare per guadagnare un vantaggio strategico contro gli avversari nell’area, altrimenti non si spiegherebbe come mai, una volta liberata Tikrit, gli Usa non abbiano accelerato per stringere la tenaglia su Mosul e porre fine, potenzialmente, all’Isis come minaccia militare.

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