Israele annuncia nuovi insediamenti, e la pace si allontanaTribuno del Popolo
martedì , 24 ottobre 2017
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Israele annuncia nuovi insediamenti, e la pace si allontana

Israele ha annunciato la costruzione di nuove colonie, e questo chiaramente rischia di rovinare il lento processo di pace.

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Israele va avanti nella costruzione di nuove colonie, senza riguardo per il processo di pace che, a questo punto, viene messo da parte. Il segretario di Stato americano John Kerry sarebbe dovuto tornare in Medio Oriente proprio questa settimana con l’obiettivo di far ripartire il processo di pace israelo-palestinese, fermo da circa tre anni proprio a causa del mancato congelamento degli insediamenti da parte di Tel Aviv. Kerry però, a causa della polveriera siriana, ha dovuto annullare il suo viaggio e quindi il suo tentativo per portare palestinesi e israeliani verso la pace verrà rimandato. Kerry vorrebbe imporre subito negoziati senza alcuna precondizione su alcune questioni centrali del conflitto, cosa che dovrebbe garantire proprio ai palestinesi aiuti economici immediati. Insomma secondo gli Stati Uniti dopo degli evidenti segnali di buona volontà, Israele sarebbe pronto a ricambiare, magari congelando i  progetti edili ebraici nei territori contesi e liberando 100 palestinesi rinchiusi nelle sue carceri da oltre vent’anni. Peccato che Israele, secondo il Jerusalem Post, abbia inviato una richiesta alle autorità per la pianificazione regionale al fine di dare il via libera alla costruzione di 538 case nell’insediamento di Itamar, a nord della Cisgiordania, r la sanatoria di altre 137 unità abitative già edificate. Nel marzo 2011 Itamar era stata teatro dell’uccisione di una coppia di coloni e dei tre figli da parte di due palestinesi, condannati all’ergastolo, e da allora sono cresciute le pressioni per ampliare l’insediamento. Il Jerusalem Post ha riferito che e’ stata anche presentata richiesta per 550 nuove abitazioni a Bruchin, un avamposto ebraico illegale che era stato “sanato” ad aprile dal premier Benjamin Netanyahu, con una decisione criticata dalla rappresentante della politica estera dell’Ue, Catherine Ashton.

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