Italia, da paese sovrano a "colonia" anglofona? | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
domenica , 23 luglio 2017
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Italia, da paese sovrano a “colonia” anglofona?

“Jobs Act”, “Step Child Adoction”, “Sold Out”, “Spending Review”, sono solo alcune delle parole anglofone che sono divenute parte della nostra cultura. Fin qui nulla di male, del resto siamo nel periodo della globalizzazione sfrenata, non fosse che questo processo ci sembra sempre più assumere i connotati del “colonialismo” dal momento che sono direttamente i politici e i membri del governo ad utilizzare questi termini in situazion ufficiali. E da qui vorremmo innestare un dibattito anche sul ruolo del linguaggio come vettore di valori e una determinata cultura a discapito di un’altra, non a caso proprio l’imposizione della lingua è stata una delle frecce più acuminate nell’arco del colonialismo. 

E’ inutile nascondercelo ma il colonialismo, inteso come processo che rende subalterne alcune aree geografico/culturali ad altre aree dominanti, si estrinseca in molti modi diversi. Sono finiti i tempi in cui era un qualcosa che si manifestava apertamente, per quello che era, e sono finiti non certo grazie alle “democrazie” secredenti tali che nel corso del XX secolo credevano di rappresentare il mondo libero nei confronti dell’ “Impero del Male” sovietico. Magari lo avranno fatto per mero tatticismo ma è un dato di fatto che la storia della decolonizzazione nel XX secolo è stata anche la storia della lotta del Terzo Mondo contro il Primo, e in particolare con la sua ideologia capitalistico/imperialistica. Non casualmente fu il marxismo-leninismo a fare breccia nelle classi dirigenti dei paesi colonizzati, vedi ad esempio quanto successo in Angola e in Mozambico in Africa, o nell’Indocina in Asia. Altrove le forme della decolonizzazione sono state meno laiche e dirette da movimenti religioso/etnici, vedi in India oppure in altri paesi dell’Asia o dell’Africa, con il risultato che la lotta per la sovranità e l’indipendenza è divenuta in taluni casi non solo lotta contro il  colonialismo, ma anche lotta contro la cultura stessa che lo ha prodotto: ovvero l’Occidente. Senza capire questo non si comprendono le basi su cui si sono innestati i cambiamenti nell’epoca moderna, e studiando quel periodo si può ancora oggi verificare come il colonialismo si estrinsecasse in pratiche quotidiani includenti anche l’imposizione del linguaggio degli sfruttatori nei confronti degli sfruttati.

Il colonialismo spesso e volentieri si basa proprio sull’affermazione di una cultura su un’altra, e a ben guardare è esattamente quello che sta accadendo anche nel cuore dell’Europa, un processo cominciato ormai da diversi decenni e che ora si trova al proprio apice. Senza un apparente motivo infatti anche i nostri politici hanno cominciato a utilizzare termini anglosassoni al posto di quelli italiani, e questo non solo nella vita privata o di tutti i giorni ma anche nella vita pubblica. Termini come “Step Child Adoction”, come “Jobs Act” e “Spending Review”  sono entrati nell’uso comune al punto che nessuno sembra nemmeno più accorgersene o dare il giusto peso a un processo in atto di colonialismo culturale e sociale, un processo silenzioso ma non meno pericoloso e subdolo. La nostra società infatti sta assumendo come propri tutta una serie di modelli culturali che vengono imposti dalla cultura dominante che oggi è senza ombra di dubbio quella anglosassone. Mediante film, social network, e molto altro tutto viene permeato della cultura dominante, al punto che anche la storia e la cultura del proprio singolo paese di appartenenza viene messa seriamente a rischio “oblio”.

Con questo non si vuole certo dire che la soluzione sia quella di diventare dei conservatori e opporsi al processo di globalizzazione in atto, nè quella di chiudersi a riccio sulla base di principi identitari e nazionalistici sconfitti ormai dalla storia. Semmai si vorrebbe cominciare a ragionare sul come oramai i valori di riferimento e i modelli economici vengano imposti sulla base del concetto “Centro-Periferia”, laddove l’Italia fa indiscutibilmente parte della periferia non potendo minimamente contare in nessun processo decisionale globale. Ma il concetto di base è che di per sè l’utilizzo di un linguaggio “dominante” e passateci il termine “imperiale” è solo l’ultima punta dell’iceberg di qualcosa di molto più grande, ovvero il substrato culturale anglosassone, il tutto ovviamente nel bene, dato che ci sono elementi positivi, ma anche nel male. Tutto questo inoltre avviene senza che ne accorgiamo con presunti intellettuali che continuano a irraggiare questo genere di cultura procedendo a una progressiva americanizzazione della società.

Ne sanno qualcosa al Pd dove lo stesso Matteo Renzi ha cominciato a usare esattamente l’immaginario della politica made in Usa adottando termini come “Jobs Act” che nella loro apparente innocenza verbale nascondono l’intento di rifarsi a una esperienza politico/economico/sociale aliena dalla nostra. E il tutto avviene senza alcun tipo di freno, in modo quasi inesorabile, con intellettuali e think thank che diffondono mediante la loro produzione artistico/giornalistico/letteraria un’idea della società e della cultura italiana intesa come retrograda e sostanzialmente sbagliata di fronte alla cultura dominante, ovviamente luccicosa e moderna. Portate ora questo processo all’estremo e vedrete come a lungo termine si tradurrà in cambiamenti sostanziali anche nella nostra vita di tutti i giorni. A scuola ci saranno sempre meno ore dedicate alla letteratura italiana, alla storia, alla filosofia, e ci saranno sempre più ore dedicate all’inglese, alle materie pratiche, alla “finanza” e all’informatica, con lo stesso concetto di materie umanistiche che viene messo sotto attacco in quanto produce diffidenza nei confronti del consumismo e dei valori del capitalismo nella sua versione più estrema e votata unicamente al profitto, che poi è quello che stiamo conoscendo. E’ un pò qualcosa di simile a quanto successe con l’Impero Romano e la diffusione della lingua latina, non fosse che in quel caso l’espandersi dei confini del “Limes” romano significava anche portare il progresso che viaggiava di pari passo con la cultura romana. Oggi invece la cultura “dominante” lo è solo manu militari in quanto non porta affatto al progresso delle aree grografiche dove si espande, anzi. Nonostante questo basta sfogliare quotidiani come l’Huffington Post per vedere come i media cerchino in tutti i modi di mettere alla berlina tutto ciò che è italiano e tipico della nostra cultura come a voler introiettare una sorta di forma di subalternità coloniale nella mente degli sfruttare che devono arrivare a pensare che sia giusto  esserlo in quanto membri di una cultura inferiore e marginale.

Gb

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