Italia ed Europa, perché la crescita è un miraggioTribuno del Popolo
sabato , 25 marzo 2017
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Italia ed Europa, perché la crescita è un miraggio

Seguitemi e nel 2020 cresceremo del 3,6%. Dopo la «festa» ai lavoratori sigillata dalla cancellazione di fatto e di diritto dell’art. 18 dello Statuto, vengono i giorni delle (false) promesse. «Abbiamo cancellato la precarietà», di fatto precarizzando un po’ tutti. «Non lascio solo nessuno», ma la Naspi (la nuova indennità per chi perderà il lavoro) durerà di meno dei vecchi ammortizzatori.

Fonte: Oltrmedianews

A Matteo Renzi piace giocare con gli opposti, e volendo, di esempi del reale che contraddicono le sue argomentazioni se ne potrebbero trovare a centinaia. Il vero problema sorgerebbe se anche la più clamorosa delle promesse, quella di una crescita al 3,6% che l’Italia non vede da 40 anni, dovesse risultare, nonostante i sacrifici, un’altra menzogna. Peccato che è molto probabile che alla fine andrà così.

L’economia non è un’opinione, ma a prenderla troppo sul serio c’è il rischio di scottarsi, e di fare brutte figure. Lo sanno bene quelli del FMI i quali ogni volta che c’è da «soccorrere» un Paese in difficoltà aprono i libri di economia internazionale e cercano di applicare alla lettera i derivati del modello ricardiano che da due secoli provano a spiegare come la ricetta della crescita stia nel commercio internazionale e quanto sia vantaggioso immergersi in un’economia globale liberalizzando il liberalizzabile lasciandosi governare dalle regole del mercato. Un mantra che in qualche modo J. Maynard Keynes aveva provato a smentire in parte riuscendovi, salvo poi il primo riprendere forza con l’evoluzione delle tecnologie di trasporto e di comunicazione, che più forti di ogni barriera spaziale, temporale o politica che sia, hanno reso di fatto il mondo una piccola-grande economia globale. Di più, la forza di internet e la velocità dei collegamenti aerei che consentono alle imprese di delocalizzare i cicli produttivi, di vendere in aree dove non si è fisicamente presenti, di commercializzare lo stesso prodotto in più paesi diversi, hanno di fatto fornito ai fan dei modelli quello strumento concreto che la carta non dava per la completa attuazione delle loro deterministiche teorie. Chiari e semplici come un’equazione, i modelli, secondo i cultori di una tale visione, non mentono ed oggi che se ne ha la possibilità, dicono in molti, bisognerebbe attuarli. Non è difficile immaginare che impatto abbiano internet e i nuovi mezzi di trasporto sull’economia globale: un’impresa che costruisce computer potrebbe decidere di progettarli negli USA, acquistare la componentistica da Taiwan e assemblarli in Messico, spostando cioè la produzione a seconda di dove le risorse costano meno. Prima una simile idea sarebbe stata giusta ma fantascientifica, oggi tutto ciò è possibile ed avviene all’ordine del giorno ed è per questo che i modelli liberisti sono tanto in voga.

Cosa c’entra tutto questo con le bugie di Renzi è presto detto. Come troppo spesso accade teorie nate con le migliori intenzioni possono trasformarsi in uno strumento di distruzione quando la politica le fa proprie e le mette al servizio di un ceto sociale dominante e bramoso di conservare le proprie posizioni di potere. Ciò succede ancor più se le teorie in questione pur astrattamente coerenti risultano invero fondate su un presupposto logico del tutto infondato o quantomeno affatto irrealizzabile. Partendo da Smith e Ricardo, fino ad arrivare ai nostri più recenti economisti, tutti i liberisti applicano i loro modelli convinti di essere in un mercato senza barriere economiche e politiche. Essi in sostanza fondano sempre le loro teorie sull’assunto logico della concorrenza perfetta, nella quale ognuno attua sempre comportamenti economicamente efficienti e il sistema tende sempre verso situazioni di equilibrio. Le conseguenze politiche di una tale convinzione sono evidenti: meno lo Stato interviene meglio è, infatti anche le condizioni di disuguaglianza sarebbero in un simil contesto solo temporanee e tutto tornerebbe nella situazione di partenza. Peccato che questo sia irrealizzabile e che tutti i sistemi economici, lungi dall’essere solo astratti modelli ed essendo anzitutto fenomeni sociali, tendono indistinamente a situazioni di squilibrio e che quindi disoccupazione, alterazioni dei prezzi, utilizzo inefficiente delle risorse, recessioni, non sono fenomeni temporanei, bensì rappresentano, a fasi alterne, la normalità.

Sebbene internet e i nuovi mezzi di trasporto consentano infatti di adottare cicli produttivi maggiormente efficienti, le distanze e le barriere al commercio (che in teoria dovrebbero essere abbattute da tutti i Paesi perché i modelli funzionassero) continuano ad esistere, spesso le imprese si comportano da monopoliste e sono esse stesse causa di fallimenti del mercato, differenze culturali o disinformazione incidono sulle scelte dei consumatori determinando comportamenti non efficienti, interventi dei governi alterano continuamente gli equilibri. Per non parlare della povertà e del sottosviluppo, situazioni dalle quali è difficile immaginare un’uscita nell’ambito delle sole leggi del mercato, e del fenomenodell’inquinamento che di per sé è una scoria dei cicli produttivi «economicamente efficienti» capace di fatto di generare costi sociali che fanno fallire l’idea di un mercato libero e conveniente per tutti.

Ciechi dinanzi a simili elementi che varrebbero a smentire qualsiasi teoria scientifica, i cultori del liberismo non si accorgono nemmeno della vera linea evolutiva che si sta determinando a livello globale che può rendere un’idea priva di fondamento addirittura dannosa. E’ vero infatti che la diffusione di internet e dei mezzi di trasporto ha favorito una maggiore efficienza nei cicli produttivi, ma è doveroso osservare che tale maggiore integrazione non sta avvenendo a livello globale bensì su scala regionale: l’Unione Europea, la lega Eurasiatica, la Cina i tentativi di integrazione in Sud America, la convergenza degli interessi dei BRICS, non stanno facendo altro che riproporre un nuovo mondo diviso, anziché in stati, in blocchi spesso con interessi divergenti che si fanno guerra (per ora solo economica) l’un l’altro per l’accaparramento delle risorse e per la conquista di fette di mercato, non esitando ad erigere barriere commerciali al fine di difendere le proprie posizioni e di indebolire quelle altrui. Altro che libero mercato, gli americani, primi quando si tratta di imporre dazi ho adottare strategie commerciali aggressive, sono sempre stati maestri in questo. Ancora una volta il mantra del mondo pacifico dove ognuno può adottare liberamente scelte e comportamenti economicamente efficienti risulta smentito dai suoi stessi sostenitori.

Come si fa a non comprendere ciò che si muove intorno è difficile dirlo, ma se gli economisti sono semplici studiosi, per i politici l’ignoranza non è scusabile. Anche volendo prendere per buoni i presupposti logici dei liberisti, infatti, essi richiederebbero che anzitutto le liberalizzazioni venissero adottate da tutti i paesi contemporaneamente, cosa che evidentemente non sta accadendo. Inoltre, e qui sarebbe allora da farsi un discorso su che ruolo vogliamo per l’Italia nel futuro e quale Europa è in costruzione, nessuno,nemmeno i classici Smith e Ricardo hanno mai parlato di maggiore crescita senza diritti. Rendere più flessibile il mercato del lavoro, determinando un abbassamento dei salari e una riduzione delle tutele sui contratti, non è infatti nemmeno una ricetta che possa in qualche modo giovare allo sviluppo di una economia. Anzi, è proprio il contrario! Volendo seguire alla lettera le teorie ricardiane più recenti, un paese che si trova nel cd. primo mondo, non dovrebbe produrre beni per i quali è richiesta mano d’opera a basso costo: e questo perché semplicemente avendo la sua popolazione un elevato tenore di vita, mai il costo del lavoro e dei fattori produttivi in generale potrebbe competere con la Cina. Le teorie vorrebbero altresì che i paesi sviluppati investissero in formazione ed attività produttive o erogatrici di servizi che richiedessero mano d’opera fortemente specializzata e l’utilizzo di elevate tecnologie. E parte della ricchezza dei diversi paesi sta anche nei diritti che di mano in mano ivi sono stati acquisiti, compresi quelli dei lavoratori. Cancellare tali diritti per consentire a Marchionne di venire ad investire in Italia non significa aver contribuito allo sviluppo, bensì vuol dire essersi collocati in un gradino più basso nello scacchiere internazionale.

Diventa allora difficile credere alle favole di Renzi sulla crescita economica. Per crescere l’Italia avrebbe si di riforme strutturali, ma nel senso di maggiori investimenti in innovazione, formazione, tecnologie, infrastrutture. Basterebbe guardare a questi fattori per accorgersi che non ci stiamo muovendo nella giusta direzione. Spostando lo sguardo a livello europeo, poi, gli errori strategici sono ancor più grossolani. In questi giorni si fa un gran parlare di questa infinitesima crescita dopo anni di recessione facendola passare come il segno della fine della crisi. Ci si dimentica però che in questi mesi l’euro si è svalutato e che è diventato più conveniente acquistare dall’estero in europa; senza contare il calo del prezzo del petrolio. Si tratta certamente di due fattori che possono spingere l’economia, ma è ridicolo pensare di poter uscire dalla crisi soltanto con le svalutazioni esperando che il petrolio costi sempre meno. Soprattutto tali elementi esogeni risultano irrisori se confrontati con il vero dato che certifica lo stato di sofferenza dell’economia europea: quella domanda interna che è talmente bassa da spingere i prezzi verso la deflazione. Un elemento, questo, che differenzia enormemente la debole ripresa europea e italiana con quella americana: la prima determinata da fattori esogeni, la seconda da una crescita della fortissima domanda interna, vero motore di un’economia sviluppata. A che livello sono i consumi italiani lo sappiamo benissimo. A che livello saranno nell’era del lavoro flessibile e dei bassi salari è facile intuirlo. Ecco perché salvo miracoli l’Italia non crescerà mai del 3,6%.

Michele Trotta

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