Italia. Un vuoto che si può riempire da sinistraTribuno del Popolo
domenica , 24 settembre 2017
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Italia. Un vuoto che si può riempire da sinistra

Dal 2001 a oggi quella della sinistra radicale italiana è una storia di regressi e sconfitte. Non è detto però che debba per forza andare così, e oggi di fronte a un vuoto politico imponente, è possibile provare a colmarlo da “sinistra”. 

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Riavvolgendo come un film la storia della sinistra radicale italiana dal 2001 a oggi, e la scelta della data non è casuale, visioneremmo il film di un fallimento lungo dodici anni, culminato con il fallimento di Rivoluzione Civica, con scissioni, cocenti sconfitte, ripartenze confuse e totale assenza di obiettivi a medio/lungo termine. Che fare dunque? Sin troppo facile alzare bandiera bianca, concludere un’epoca, e lanciarsi confusamente nel buio che avvolge come una notte eterna la politica italiana. Altrettanto facile il fingere che nulla sia successo e ripartire come prima, senza porre sul tavolo della discussione politica la necessità di un cambiamento reale delle modalità di aggregazione e azione politica di un partito che sia degno a guardare con dignità e ambizione al XXI secolo. Mai come oggi ci troviamo di fronte a una crisi sistemica tale da avvalorare gran parte delle teorie, come quelle marxiste, che teorizzano la costruzione di un sistema che superi il capitalismo e scaturisca dalle sue contraddizioni. Questo momento che stiamo vivendo appare, a chi vi scrive, uno dei più adatti per riportare la critica al capitalismo nelle priorità di un movimento politico di massa, di conseguenza sembra quantomeno infelice ammainare la bandiera “sul più bello”. Viceversa la sinistra radicale deve risolvere i suoi problemi interni prima di illudersi di poter incarnare questo bisogno di politica crescente nel Paese. L’exploit elettorale di Grillo non è casuale e fotografa in modo inoppugnabile i fallimenti della sinistra radicale nel suo complesso, troppo attenta a risolvere i problemi dei suoi sempre più insignificanti orticelli piuttosto che a interpretare il bisogno di rappresentanza e cambiamenti di fasce crescenti della nostra società. Siamo di fronte a una sinistra radicale incapace di dare avvio alla formazione di uno schieramento unitario, e incapace ormai di esercitare un qualsivoglia influsso anche solo culturale nella vita del Paese. Una sinistra radicale rassegnatasi a diventare marginale, afflitta dal pessimismo atavico delle classi dirigenti, e incapace di rinnovarsi perchè sclerotizzatasi in sterili ancorchè inutili discussioni sul “sesso degli angeli”. Occorre quindi ricostruire un pensiero forte della sinistra, un marxismo 2.0 capace di adattare le teorie di stampo marxista ai cambiamenti convulsi che hanno contrassegnato il vivere degli uomini negli ultimi decenni. Il cosiddetto “proletariato” identificato da una certa pubblicistica poco preparata unicamente come quello di fabbrica del XX secolo, al giorno oggi non solo esiste ancora, ma con la crisi va aumentando di numero. I nuovi proletari sono i precari, sono i figli della classe borghese privi di occupazione, i disoccupati, i lavoratori salariati, ma anche gli intellettuali, gli espulsi dal mercato del lavoro e i proletari. Esistono dieci milioni di persone in povertà in Italia, e se la crisi dovesse perdurare, il loro numero potrebbe aumentare ulteriormente. In tutto questo ci troviamo di fronte a pochi ricchi che diventano sempre più ricchi e alla ricchezza e ai mezzi di produzione del Paese che si concentrano sempre più nelle stesse mani. Una situazione nella quale fa sicuramente comodo a coloro che traggono giovamento da questo sistema economico escludere il marxismo dall’agone politico. Da qui la necessità di un rilancio che non sia un grottesco e farsesco remake del bolscevismo del XX secolo bensì un necessario tentativo di tornare a collegare le teorie socialiste e comuniste alla vita di tutti i giorni di milioni, miliardi di individui nel mondo. Un compito titanico che però viene reso più semplice dal progressivo inasprirsi della lotta tra classi sociali e della suddivisione del mondo in blocchi contrapposti. Da qui il bisogno di chiudere un’epoca, quella del passato, e di aprire una nuova era, senza divisioni, senza incrostazioni del passato, ma con lo sguardo dritto verso un futuro che ancora deve essere scritto.

Gracchus Babeuf

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