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mercoledì , 18 gennaio 2017
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Italiani e londoners. La nuova emigrazione tricolore verso il Regno Unito

Viaggio tra i sobborghi londinesi dove si torna a parlare italiano. Alcuni la chiamano emigrazione 2.0. I nuovi emigranti sono giovani italiani, con laurea o diploma, cercano e trovano qualsiasi tipo di lavoro, spesso nella ristorazione e nelle catene commerciali. 

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Fonte: Oltremedianews

Italiani e londinesi. Sono giovani di età compresa tra i 21 e i 35 anni, istruzione medio-alta, vivono in camere in comune da tre o da quattro a 100 sterline al mese, fanno lavori che da noi sarebbero definiti umili o modesti. Sono i nuovi protagonisti dell’ennesima ondata migratoria dall’Italia verso l’Inghilterra che in questi anni ha preso nuovamente piede a seguito della crisi del 2008 che ha colpito gran parte dell’Europa.

I dati degli ultimi anni parlano chiaro: i flussi migratori dalla Grecia e dall’Italia verso il nord europa sono aumentati del 6,5% in un arco temporale compreso tra il 2009 ed oggi. Non si tratta del “brain drain” (fuga di cervelli) che ha caratterizzato gli spostamenti di mano d’opera specializzata dall’Italia verso l’estero con alte prospettive di sviluppo professionale; stiamo parlando bensì dello spostamento di masse di giovani compresi tra i 20 e i 30 anni che, in cerca di qualsiasi tipo di lavoro, lasciano il proprio Paese per provare a cercare dove c’è più ricchezza.

E’ tornata quindi l’emigrazione. Un fenomeno non nuovo per l’Italia se guardiamo gli ultimi due secoli di storia, ma che sembrava essere finito per sempre con il sopraggiungere dello sviluppo economico. E invece un po’ la crisi economica degli ultimi anni, un po’ un mercato del lavoro ingessato nella flessibilità, un po’ l’attrazione che una città dinamica come Londra esercita su giovani spesso provenienti da realtà di provincia, ed ecco che gli italiani si ritrovano a scrivere una nuova pagina di quella lunga storia che lega il nostro popolo alla capitale inglese, prima vera meta dei flussi migratori del secolo XIX.

Qualcuno comincia a chiamarla emigrazione 2.0. Rispolverando i vecchi ricordi sono infatti molte le analogie che legano questa nuova esperienza storica del XXI secolo agli eventi passati, ma altrettante sono le differenze. Una delle prime ondate migratorie italiane verso Londra è da ricondurre agli anni a cavallo tra le guerre d’Indipendenza, quando in Italia il quadro politico ed economico era ancora tutto da comporre e caratterizzato da estrema povertà, mentre l’Impero britannico esercitava il fascino di una superpotenza che viveva in pieno la sua rivoluzione industriale. Allora furono soprattutto i bambini i protagonisti di una storia di sfruttamento e di povertà: provenienti dalle affamate campagne italiane, venivano venduti ai “protettori” per poi essere catapultati nel Regno Unito per svolgere qualsiasi tipo di lavoro. Da allora il fenomeno si è ripetuto a più riprese: verso fine ‘800, a cavallo tra le due guerre mondiali e nel secondo dopoguerra. Solo così si comprende il forte legame che unisce Londra alla memoria collettiva del popolo italiano; solo così si capisce l’aria di italianità che si respira ancora oggi tra le strette vie colorate del downtown londinese.

Oggi molto è cambiato eppure l’ennesimo fenomeno migratorio verso Londra è ancora a tinte tricolori. Non si parte più con la valigia di cartone in freddi e sporchi treni, bensì coi vari voli low cost che collegano la capitale britannica al Belpaese. Il primo contatto di un giovane italiano con Londra avviene infatti per ragioni turistiche. Un viaggio di pochi giorni ed immediatamente ci si trova immersi in una realtà molto diversa da quella italiana: Londra è una città dinamica, culturalmente vivacissima, colorata, festosa. I collegamenti consentono di raggiungere ogni singolo quartiere in poco tempo nonostante le grandi distanze e la natura multietnica e e multiculturale della popolazione londinese fanno della capitale britannica ancora oggi una delle capitali mondiali della cultura, una egemonia che ancora oggi questa città esercita su tutto il globo. Soprattutto si vive bene e non manca il lavoro.

Fatti due conti, confrontando l’aria di depressione che si respira nella povera Italia degli scandali, della precarietà, del lavoro in nero, del nepotismo e delle raccomandazioni, ecco che in poco tempo quei 4-5 giorni di visita turistica si trasformano in settimane di permanenza. La storia di moltissimi giovani italiani a Londra comincia così. Una fuga dalle aree più depresse d’Italia e non solo che vede come protagonisti giovani in cerca di prospettive reali di vita che evidentemente il loro Paese non è più in grado di offrire. Non si tratta di una emigrazione borghese. Forse sino a qualche anno fa lo è stata, ma oggi i giovani italiani trovano lavoro nelle caffetterie, nei fast food e nei tantissimi ristoranti dei quartieri londinesi. Molti hanno solo un diploma, ma i più sono laureati. Li trovi in tutti gli angoli della capitale inglese e svolgono qualsiasi lavoro. Roberta, ad esempio, 24 anni, viene da Torino (sì proprio la città della Fiat che delocalizza e disinveste, e non dal meridione per intenderci), laureata in scienze politiche, si è “spostata a Londra” perché nella sua città non trovava un lavoro stabile. “Qui ho trovato un impiego con contratto regolare e retribuzione settimanale, guadagno 1200 sterline e faccio la commessa. Lavoro 7 giorni su 7 e 9 ore al giorno: durante la settimana in un negozio, nel week-end vendo magliette con un amico nei mercatini”. Non esattamente il prototipo di bambocciona: è dinamica e ha voglia di lavorare, Roberta, così come tantissimi altri nostri connazionali che non si fanno spaventare dal duro lavoro pur di avere qualche prospettiva di vita. “Lavoro tanto, è vero, ma qui almeno si vive bene. Nella mia città ero con l’acqua alla gola” la triste considerazione della ragazza.

Girando per i ristoranti londinesi si parla ancora italiano. Giacomo, 25 anni, viene dal varesotto e lavora in una nota catena che vende hamburghers. E’ a Londra da 6mesi e non ha intenzione di tornare, almeno per il momento. Anche lui è laureato e guadagna circa 1200 sterline (circa 1500 euro al mese) con contratto regolare e prospettive di carriera. Racconta chetrovare lavoro nella capitale inglese non è difficile: non serve un ottimo inglese, basta presentare un CV in inglese alsupervisor per poi effettuare con lui l’interview. Sarà quest’ultimo a decidere se sarai assunto o meno, e in molti casi il riscontro è positivo: non guardano molto all’esperienza ed alla lingua, bensì alla capacità di relazionarsi col pubblico. “Sì perché a Londra nessuno pretende esperienze pregresse da chi per ragioni di età e di studio non avrebbe potuto averne” racconta Giacomo. Da da Starbucks ad esempio vige ancora la logica della costumer care service al desk, ossia la cura del cliente durante e dopo la vendita e che può essere svolta solo con persone gentili e simpatiche. Caratteristiche personali che non si insegnano e che nella ristorazione sono tutto, il resto è solo questione di pratica. Secondo Giacomo anche le prospettive di carriera nella stessa catena per cui si lavora non mancano: Stefano, il suo compagno di stanza, è diventato supervisor dopo 2 anni di contratto; ora guadagna l’equivalente di circa 2mila euro al mese ed è lui a decidere chi lavora e chi no.

Come loro tantissimi altri giovani svolgono mansioni che in Italia sarebbero definite umili ma che invece sono forse tali nel nostro Paese proprio perché sottopagate e svolte spesso sotto contratti in nero o a tempo determinato; con il rischio di non avere sbocchi professionali perché un contratto in nero non costituisce una buona qualifica per il futuro. Del resto i numeri parlano chiaro: in Italia un giovane su tre non trova lavoro e quando lo trova spesso non è attinente agli studi svolti o èpoco qualificante. Il che non vuol dire che tutti vogliono fare i dirigenti, come qualche politico in maniera semplicistica prova a farci credere, bensì significa che il lavoro è tale se porta con sé dei diritti e delle prospettive accettabili di vita; cose che in un Paese che invece di investire nell’istruzione punta sul basso costo della mano d’opera inseguendo modelli produttivi da “secondo mondo” non sono spesso garantite. Una situazione di depressione, quella italiana, che è stata certificata proprio dalla UE in un rapporto diramato nella giornata di ieri: “le famiglie italiane sono state le più colpite in Europa dalla crisi” recita il documento, nel quale si legge che il 15% della popolazione italiana è in difficoltà: tasse record al 44,4%, disoccupazione in crescita, Pil ancora in calo. Queste le principali criticità evidenziate da Bruxelles. Non resta che prendere atto della situazione e rimboccarci le maniche.

  Michele Trotta

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