Italicum: pedine di partito o bipolarismo necessario?Tribuno del Popolo
giovedì , 20 luglio 2017
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Italicum: pedine di partito o bipolarismo necessario?

La proposta di legge elettorale  Italicum sarà in Aula alla Camera il prossimo 29 gennaio. Al di là della sua origine, ossia l’accordo Renzi-Berlusconi, non troppo inaspettato, ci si chiede se la stessa sia conforme ai principi espressi dalla Corte Costituzionale nella recente sentenza n. 1 del 13 gennaio 2014 sull’illegittimità costituzionale delle disposizioni che prevedevano il cosiddetto porcellum.

Fonte: Oltremedianews

La scorsa domenica abbiamo parlato delle motivazioni sottese alla pronuncia della Corte Costituzionale (n. 1 del 13 gennaio 2014) sull’illegittimità costituzionale delle norme che disciplinavano il cosiddetto porcellum e del contestuale accordo concluso tra Renzi e Berlusconi il 18 gennaio 2014, accordo che, invero, ha dato vita a un primo testo avente per oggetto uno schema di riforma della legge elettorale, ormai conosciuto con il nome italicum.

Detto testo è stato poi condiviso lo scorso 20 gennaio e, secondo i due contraenti (Renzi e Berlusconi), sarebbe conforme ai principi dettati dalla suddetta sentenza della Corte Costituzionale, in ordine all’attribuzione del premio di maggioranza solo se raggiunta una soglia minima di voti e sul ripristino dell’elezione diretta dei rappresentanti, che risultava esclusa dalla scelta della sola lista, all’interno della quale l’ordine di presentazione dei candidati era deciso dai partiti stessi. Secondo la Corte, infatti, i partiti non possono prendere il posto degli elettori, atteso che, tra tutti, l’art. 67 della Costituzione prevede che il mandato venga conferito, appunto, direttamente dagli elettori stessi.

Il testo, così come sottoscritto da PD, Forza Italia e anche dal Nuovo Centrodestra, è stato depositato presso la Commissione Affari Costituzionali alla Camera mercoledì 22 gennaio e approvato dalla Commissione il 24 gennaio.

Mentre i deputati cominciano a depositare gli emendamenti, la scadenza per la presentazione in Aula alla Camera del testo è stata fissata a mercoledì 29 gennaio e il 30 inizieranno le votazioni.

Tanto premesso con riguardo all’iter della riforma, sul contenuto è stato stabilito quanto segue.

Si tratta di un sistema proporzionale, su base nazionale, a doppio turno basato su piccole circoscrizioni elettorali.

Dunque, la preferenza dei candidati sarebbe garantita attraverso la predisposizione di liste brevi e bloccate, sempre redatte dai partiti e, quindi, senza preferenze. Tuttavia, il PD pare aver dichiarato che sceglierà i propri candidati attraverso le primarie.

Sono poi previste le seguenti soglie di sbarramento: 12 per cento per le coalizioni (con soglia interna del 5 per cento) e 8 per cento per le liste che corrono da sole.

Quanto al premio di maggioranza, esso è del 18 per cento per chi ottiene almeno il 35 per cento di voti validi del totale nazionale. Tuttavia, il numero dei seggi da attribuire con tale premio non può essere superiore al 55 per cento. In pratica, a una lista con il 40 per cento dei voti corrisponde un premio di maggioranza del 15 per cento.

Il secondo turno fra le prime due liste o coalizioni di liste è previsto qualora nessuno raggiunga il 35 per cento dei voti.

In particolare, viene prescritto che tra il primo e il secondo turno non sono possibili alleanze e che il vincitore delballottaggio ottiene un premio di maggioranza corrispondente al 53 per cento dei seggi; mentre i restanti seggi vengono distribuiti proporzionalmente tra le altre coalizioni.

Infine, si segnala che l’art. 2 della proposta di legge in questione, rubricato “Modifiche al sistema di elezione del Senato della Repubblica”, prevede l’applicazione del sistema elettorale così delineato anche al Senato, con la sola differenza che l’attribuzione dei seggi avviene su base regionale, ai sensi dell’art. 57 della Costituzione. Ciò, tuttavia, fino a quando non sarà approvata la già preannunciata riforma del bicameralismo, secondo cui il Senato non sarà più organo elettivo diventando una Camera delle autonomie. Tale riforma, tra l’altro, comporterà la riduzione del numero dei parlamentari da 945 a 630 membri.

Ebbene, alla luce di quanto osservato, si profilano opportune almeno due riflessioni.

La prima riguarda l’esclusione delle preferenze, sulle quali si è appunto pronunciata recentemente la Corte Costituzionale, posto che la scelta dei candidati continua a dipendere dalle liste che, seppure ristrette e bloccate, sono predisposte dai partiti.

La seconda riflessione concerne il fatto che la riforma, frutto di un accordo tra i partiti maggioritari, per come disposta, favorisce nettamente il bipolarismo, nella convinzione che sia il sistema migliore per assicurare la governabilità.

In pratica, la democrazia si tradurrebbe in un’operazione aritmetica, ossia la somma tra maggioranza e opposizione.

Ora, come enunciava il prof. Piero Calamandrei, due entità politiche contrapposte devono sempre trovare un comune terreno di discussione “sul quale possa svolgersi quella dialettica di ragionati contrasti che è già, nelle lotte parlamentari, un modo di solidarietà e di collaborazione”, ma non deve essere dimenticato, sempre secondo l’insegnamento del prof. Calamandrei, che “il regime parlamentare, a volerlo definire con una formula, non è quello dove la maggioranza ha sempre ragione, ma quello dove sempre hanno diritto di essere discusse le ragioni della minoranza” (Articolo pubblicato su “Il ponte”, luglio 1948 e riportato in “Lo Stato siamo noi”, Milano 2011).

Sul punto, non resta che aspettare il testo definitivo della legge anche alla luce degli emendamenti già preannunciati.

Sara Venanzi

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