Job Act. La nuova frontiera della presa in giro dei lavoratoriTribuno del Popolo
giovedì , 19 ottobre 2017
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Job Act. La nuova frontiera della presa in giro dei lavoratori

Anche Matteo Renzi, come chi lo ha preceduto, sembra ritenere che il problema principale delmercato del lavoro in Italia sia la rigidità dei contratti, non la carenza di domanda.

Perciò, il primo pezzo del tanto annunciato Jobs Act è una ulteriore flessibilizzazione dei contratti di lavoro, con la possibilità di rinnovare quelli a termine fino a otto volte in tre anni. Ciò significa ansie,attese,aspettative e incertezze per otto volte.Temere ogni volta la mancata proroga (trasformazione a indeterminato sarebbe troppo). Doveva essere la svolta del contratto unico a tempo indeterminato, come affermato più volte dal Presidente del Consiglio attraverso un’abilità di comunicazione sin qui mai viste,anche meglio di chi purtroppo non si è ancora messo da parte.

L’orizzonte temporale della “prova” si allunga a dismisura e assume ancora più di prima un carattere minaccioso, o ricattatorio, dato che rinnovi o mancati rinnovi possono avvenire in tempi cortissimi , ricordiamo che il lavoratore è sempre la parte più debole. Per l’azienda invece la possibilità di spezzettare un rapporto di lavoro in contratti di quattro-cinque mesi, salvo ricominciare da capo, con un nuovo lavoratore/lavoratrice allo scadere dei tre anni. Viene poi tolta la “casualità” implicando quindi la possibilità di stipulare un contratto di durata al di là di qualsivoglia ragione temporanea che ne giustifichi il ricorso. Anche il più stabile dei lavori può dunque essere oggetto di un contratto di durata sottoponendo al ricatto della scadenza chi vi è inquadrato.

Tutto ciò andando in frontale conflitto con la Direttiva europea (l’Europa si ascolta solo quando fa comodo), la quale ha espressamente previsto l’eccezionalità del contratto a termine (rispetto a quello a tempo indeterminato) e la necessità di disporre misure antifraudolente contro l’abuso. La direzione intrapresa ha quindi l’evidente effetto di erodere segmenti di lavoro potenzialmente stabile e di incentivare dinamiche sostitutive dei lavoratori a tempo indeterminato (agevolate peraltro dalla fortissima attenuazione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, grazie alla stessa riforma Fornero che “lubrifica” le espulsioni). Stupisce che il governo ignori che a norma di tale direttiva il contratto a termine deve obbligatoriamente essere giustificato da condizioni oggettive (causa) e devono essere evitati abusi derivanti dall’utilizzo di una successione di contratti/rapporti a tempo determinato. Nella stessa direzione va la modifica dell’apprendistato, un vero e proprio ritorno indietro, con l’eliminazione del’ unico sottile argine (di carta velina) all’abuso era il piano formativo che doveva essere scritto, consegnato all’apprendista al momento della stipula del contratto (previa validazione della Direzione Provinciale del Lavoro che doveva effettuarne il vaglio di legittimità) e in cui si doveva esplicitare le ore e l’oggetto della formazione, le competenze da acquisire, il livello contrattuale da raggiungere, etc. Sempre sulla scorta del piano formativo era poi possibile agire giudizialmente per denunciarne le difformità dalla realtà e chiedere la conversione a tempo indeterminato. E’ stato eliminato anche l’obbligo ad assumere a tempo indeterminato almeno un venti per cento degli apprendisti prima di avviare nuovi contratti di questo tipo – una delle buone innovazioni introdotte da Elsa Fornero.

La differenza tra contratti di apprendistato e contratti a termine si annulla di nuovo, pur rimanendo a livello formale. (ciò che probabilmente aprirà a nuove sanzioni UE). Il governo delle larghe intese in versione televendita ha confezionato la sua offerta, anzi il baratto. Lo smantellamento totale e definitivo del contratto a tempo indeterminato per ottanta euro al mese in più in busta paga. Il predicatore americano con le sue belle slide ha chiarito che per la crescita bisogna rinunciare ai diritti, per la carità alle tutele. Tutto di guadagnato per loro, i padroni, niente di nuovo per noi, se non un’ulteriore passaggio verso una flessibilità sempre più selvaggia del mercato del lavoro. “Doveva arrivare la svolta del contratto unico a tempo indeterminato – dice Michele Tiraboschi, giuslavorista della Fondazione Marco Biagi, non certo un comunista! – e invece il governo ha approvato il suo esatto contrario con una sostanziale liberalizzazione del contratto di lavoro a termine che già oggi copre il 60% degli avviamenti al lavoro. L’unica rigidità che rimane indissolubile è che il prezzo da pagare per il risanamento dei conti dello Stato devono pagarlo le classi popolari. E’ assordante l’assenza del Sindacato dei lavoratori. Il superamento o l’azzittimento delle organizzazioni di categoria (Confindustria e Sindacato) è la ricetta di Renzi per correre più veloce alla meta. L’assenza della Sinistra in difesa della Costituzione è la condizione sulla quale si basa il nuovo corso renziano che permetterà che tutto ciò avvenga.

PdCI Sezione di Manerbio

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