Jobs Act, la concertazione secondo RenziTribuno del Popolo
lunedì , 29 maggio 2017
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Jobs Act, la concertazione secondo Renzi

Oggi l’incontro di Renzi con le parti sociali. Pochi minuti ed il tavolo con la Cgil è già saltato. ”Ok il dialogo, ma i veti non ci bloccheranno” ma per la Camusso è ”totale dissenso”. Senza concertazione e senza accordo la strada dello sciopero generale si fa più breve. Sullo sfondo i malumori della minoranza Pd. Voteranno la fiducia?

Fonte: Oltremedianews

Dicesi concertazione quella particolare pratica sindacale con la quale le parti sociali (Confindustria e sindacati confederali) e spesso il governo impostano le proprie relazioni, o un certo confronto su uno specifico tema, non sul piano conflittuale bensì su quello negoziale e cooperativo. In parole povere, si tratta di un confronto fra pari, un’attività che ha la sua fase di trattative nella quale le parti si rendono reciproche concessioni rispetto alle proprie istanze, ed una fase conclusiva con il conseguimento dell’accordo, o meno.

Non ci sono vie di mezzo. O ci si accorda, e le parti (compreso il governo) si impegnano a rispettare certe condizioni (meno scioperi in cambio una riduzione delle tasse, per esempio), oppure no e allora il confronto è stato qualcosa di non molto diverso da una semplice chiacchierata. Volendolo allargare al campo prettamente politico, il metodo concertativo – che qui non può produrre vincoli giuridici, come è ovvio – presuppone un atteggiamento di apertura verso le parti politiche contrapposte. Condicio sine qua non perché una pratica sia definibile come concertativa è il confronto fra pari, con reciproco mutuo riconoscimento che significa anche disponibilità al compromesso, a modificare le proprie posizioni iniziali, a raggiungere un consenso, senza che nessuno si senta di rappresentare una verità superiore ed in funzione di essa adottare atteggiamenti unilaterali o potestativi.

Ecco, abbandonando il pur necessario linguaggio giuridico, Matteo Renzi sembra che il significato di concertazione proprio non lo capisca. Il confronto coi sindacati andato questa mattina lo dimostra sia nelle premesse che nelle conclusioni. Già ieri sera, infatti, in un programma di dubbio spessore come ‘’Quinta Colonna’’ di Rete 4, l’ex sindaco di Firenze aveva manifestato tutta la sua insofferenza: ‘’Dovevo incontrarli perché bisognava incontrarli …sennò… Ma a me dà noia questa immagine della Sala Verde… Che si fa? Si chiacchiera… Sono anni che si chiacchiera. A me piace concludere…”. Concludere sì, ma con le sue idee. E infatti risulta facile immaginare le conclusioni di questa mattina: ‘’Dissenso totale, in piazza il 25 ottobre’’ sbotta la Camusso; ‘’Ok, al dialogo, ma i veti non ci bloccheranno’’ risponde Matteo sempre in trincea che chiosa: ‘’Ci vediamo dopo i 3milioni in piazza’’.

Doveva essere un confronto tra pari, è diventata una prova di forza. In mezzo la Uil e la Cisl, sempre più accomodanti rispetto alla Cgil negli ultimi anni, le quali vedono spiragli di dialogo anche dove non ci sono. Ed infatti non si registrano modifiche ai proclami iniziali del governo: via art. 18 e reintegro solo per i licenziamenti discriminatori e qualche caso tassativo di licenziamento disciplinare; quella che invece viene fatta passare per un’apertura, una legge sulle rappresentanze sindacali, sarebbe una riproposizione di un accordo interconfederale che già esiste e che verrebbe solo tradotto in norma dello Stato, non proprio una rivoluzione.

Il problema dei difficili rapporti col governo non è solo dei sindacati rispetto ai quali si potrebbe pure avanzare un’accusa di delegittimazione visto il numero esorbitante di precari e disoccupati che evidentemente le organizzazioni attuali non riescono a rappresentare. Anche la vicenda parlamentare della riforma del lavoro denota una certa chiusura dell’esecutivo. Tecnicamente parlando, interrompere il dibattito parlamentare con una questione di fiducia posta su una legge delega estremamente vaga che sarà riempita dal solo consiglio dei ministri, appare una forzatura abnorme. Guardando al merito, poi, pensare che le maglie di questa delega in bianco debbano venir completate da un consiglio dei ministri in versione parlamentino pieno di ministri incompetenti e privi di autonomia, è da film horror. Normale immaginare il fastidio dei veri parlamentari che si trovano a dover votare la fiducia su una norma della quale non si conoscono i futuri contenuti. Peggio dei passacarte. Anche qui zero concertazione. Peccato che le intenzioni di Renzi in materia di lavoro si conoscono eccome, così come sono ben noti i dissenzienti interni al partito. Come si può votare la fiducia ad un governo col quale si è in disaccordo su un tema importante come la riforma del mercato del lavoro? La risposta, poco convincente, è di Cesare Damiano della minoranza Pd: ‘’Alla camera, per senso di responsabilità, noi voteremo la fiducia sul jobs act, anche se in modo critico. Al Senato, però, basterebbero sette voti per non avere la fiducia’’. Forse anche quest’ultimo passaggio avrà annoiato Renzi.
Della mancanza di confronto con i leader storici e più radicati del Partito Democratico, del resto, se ne erano un po’ accorti tutti all’ultima direzione Pd, anche la base, ridotta all’osso visto l’enorme calo di iscritti (meno -400mila tessere). Non per forza un voto di sfiducia, ma un chiaro messaggio: se il copione è quello del ‘’ghe pensi mi’’, che senso ha fare la tessera? Una defezione che pare addirittura aver sollevato Renzi: ‘’Dobbiamo fare la fatica di andare verso due soli partiti..’’ ha detto ieri in Tv.

Insomma, tutti ce l’hanno un po’ con Matteo perché non ascolta nessuno e va ‘’avanti come un Tir’’. Del resto lui il suo modello politico ce l’ha e si chiama Sergio Marchionne. Il suo modello Fiat, quello imposto nel 2012 con l’uscita di Fiat da Confindustria, gli piace un sacco. Un modello impostato su un contratto unico valido per tutto il gruppo, e contratti di secondo livello con i quali applicare l’infausto art. 8 dl 138/2011 introdotto dal governo Berlusconi, che consentirebbe accordi con deroghe in peius anche dei dettati normativi aventi ad oggetto i diritti minimi dei lavoratori. Il tutto, condito con una limitazione dell’art. 18, la mancata abrogazione dei contratti precari, la ridicola entità dei fondi stanziati per gli ammortizzatori sociali (se ne prevedono 1,5miliardi, ma ne servirebbero molti di più) e una legge sulle rappresentanze sindacali non meglio precisata (le premesse non sono incoraggianti), rischia di comporre una miscela esplosiva capace di destrutturare quel poco che è ancora rimasto del diritto del lavoro; unico vero baluardo per lavoratori e disoccupati contro la barbarie dello sfruttamento che una crisi economica come quella attuale può provocare.

Dinanzi ad un simile scenario la risposta non può essere quella di vedere spiragli dove non ce ne sono, di garantire il proprio orticello come spesso la Cisl con la sua vocazione associativa ha fatto, bisogna altresì manifestare la propria vera forza contrattuale, come del resto chiede la Costituzione. Niente concertazione? Allora sarà conflitto. Sfidare cioè il governo sulla vera rappresentanza che non può essere misurata in questo campo con i soli voti come dice Renzi, anche perché se sommati gli stessi iscritti ai sindacati maggioritari sono superiori al numero di votanti Pd. Mancano i disoccupati ed i precari è vero, ma quello è un problema anche per Renzi, non sembra infatti che nel Jobs Act ci siano grandi misure in loro favore. Piuttosto quello che manca è un soggetto politico intermedio che li rappresenti, un soggetto che non vada a braccetto con i vari Marchionne, che non abbia paura di porsi in modo conflittuale laddove c’è da farlo. Un soggetto di sinistra, ma questa è un’altra storia.

Michele Trotta

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