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martedì , 23 maggio 2017
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Jobs act. Le ubriacanti statistiche di Renzi

Si potrebbe parafrasare Mark Twain e dire che Renzi ed il suo governo “usano le statistiche come un ubriaco i lampioni: più per sostegno che per illuminazione”. A due anni dal suo insediamento, il governo guidato dal segretario del Pd si autocelebra con slide per costruire una propria narrazione che con la realtà a ben poco a che fare. “Meno precarietà, più lavoro stabile”, “Opportunità per i giovani”, “Più tutele”: sono più che altro slogan da televendita.

Fonte: Marx21.it

“Secondo i dati Inps, nel 2015 i contratti a tempo indeterminato sono stati 764mila in più rispetto al 2014. Il Jobs act funziona”, è scritto in maniera enfatica su una delle slide del ministero del Lavoro. Certo, ma di questi, oltre 578mila sono trasformazioni di contratto. I nuovi contratti a tempo indeterminato, quindi, sono stati un po’ meno di 186mila. Meno di niente, certo; ma davvero poco a confronto di una disoccupazione che riguarda drammaticamente tre milioni di persone. Senza contare gli inattivi, che sono quasi un milione e mezzo. Molto poco, soprattutto se si sbandiera la fine della recessione e si racconta di un’Italia che è in crescita.

Ovviamente, come suo solito, l’imbonitore di Palazzo Chigi ha esaltato i meriti del Jobs act: “Per mesi ci hanno detto che il Jobs act era una prevaricazione, una violenza, un’imposizione. Oggi scopriamo che nel 2015 grazie al Jobs act ci sono stati 764.000 contratti a tempo indeterminato in più”; e su twitter è tornato ad esercitarsi nel suo sport preferito, il tiro al gufo: “Amici gufi, siete ancora sicuri che non funzioni?”.
Solo che di gufi se ne contano, oggi, un paio di più: la Banca d’Italia e l’Istat. Entrambi mostrano come l’aumento dei contratti a tempo indeterminato non sono dovuti al Jobs act, ma alla decontribuzione offerta alle aziende. Le due cose (Jobs act e sgravi fiscali), tra l’altro, non coincidono. Gli sgravi fiscali per le assunzioni a tempo indeterminato sono previste dalla Legge di Stabilità, non dal Jobs act. Ergo, si tratta di una misura temporanea che quando cesserà potrebbe far scoppiare la bolla occupazionale artificiosamente gonfiata.

Il quotidiano La Repubblica, che ha letto in anteprima lo studio di Paolo Sestito, capo del servizio Struttura Economica di Bankitalia, e di Eliana Viviano, fa notare che “l’effetto positivo è però quasi interamente spiegato dall’introduzione degli incentivi fiscali”, mentre “il Jobs act ha contribuito a creare appena l’1% dei nuovi posti”. Una lettura che rispecchia quella fornita dall’Istat nel suo “Rapporto sulla competitività” 2016. L’istituto nazionale di statistica afferma che “Nella valutazione delle imprese che tra gennaio e novembre 2015 hanno aumentato l’occupazione dipendente, gli esoneri contributivi sono percepiti come un elemento decisivo per l’aumento dello stock occupazionale. Il nuovo contratto a tutele crescenti sembra invece aver esercitato un ruolo meno rilevante”. Come già detto, è davvero un magro risultato. Tanto che l’Istat fa notare come “Nel confronto con i principali partner europei, l’Italia, insieme alla Spagna, si contraddistingue per una flessione più lunga e intensa dell’occupazione manifatturiera”.

Ovvio che la riduzione dei diritti dei lavoratori attraverso la cancellazione di fatto dell’articolo 18 ha avuto anch’esso un ruolo positivo, seppur minimo. Ma quell’effetto è stato di molto inferiore a quello dovuto agli sgravi fiscali, e soprattutto lo si deve inserire nel solco degli effetti dovuti all’aumento della precarietà, non certo della stabilizzazione dei lavoratori. Quelli che sono cresciuti in maniera sensibile, infatti, non sono i contratti a tempo indeterminato (che ormai lo sono soltanto sulla carta) ma quelli a tempo parziale, tanto che, fa notare il professor Ricolfi intervistato da Il Fatto Quotidiano, nel 2015 ha “il tasso di occupazione precaria, ossia la quota dei lavoratori dipendenti con contratti temporanei, ha raggiunto il massimo storico da quando esiste questa statistica (dal 2004), superando il 14%”.

Un caso? Ovviamente no, visto che i provvedimenti normativi sul lavoro del governo Renzi non hanno fatto altro che aumentare le condizioni di precarietà, principalmente con il decreto Poletti (che tra le altre cose ha abrogato il limite alla a causalità del contratto a termine previsto dalla già pessima riforma Fornero) e dalla estensione della possibilità di utilizzo dei voucher. Le prestazioni di lavoro acquistate in questo modo, sono cresciute nel 2015 in maniera esorbitante. L’osservatorio del precariato dell’Inps fa sapere che “nel 2015 risultano venduti 114.921.574 voucher destinati al pagamento delle prestazioni di lavoro accessorio, del valore nominale di 10 euro, con un incremento medio nazionale, rispetto al corrispondente periodo del 2014 (69.172.879), pari al 66%”.

Tutto sta a dimostrare che le aziende continuano a preferire assunzioni precarie e a tempo determinato; lavoratori di cui poter disporre quando servono e da buttar fuori senza troppe seccature quando non servono più.

Il Jobs act, insomma, ha funzionato, ma per le imprese, alle quali sono stati distribuiti miliardi di euro con gli sgravi fiscali per aver trasformato contratti a tempo determinato in contratti a tempo diversamente determinato, qual è quello a tutele crescenti. Il Jobs act ha funzionato in quello che è stato il vero motivo della sua emanazione: rafforzare il potere padronale di fronte ai lavoratori. Uno strumento della lotta di classe che il padronato conduce contro i lavoratori. E infatti si complimentano con il governo Renzi proprio i maggiori rappresentanti del padronato, quali Squinzi e Marchionne.

Carmine Tomeo | da www.lacittafutura.it

 

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