L' "Alternative diplomacy" cinese in risposta al "Pivot to Asia"Tribuno del Popolo
mercoledì , 26 luglio 2017
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L’ “Alternative diplomacy” cinese in risposta al “Pivot to Asia”

Il nuovo bilancio per la difesa (sarebbe meglio dire “per la guerra”) che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha presentato nei giorni scorsi al Congresso (543 miliardi di dollari ai quali vanno aggiunti ulteriori 51 per il sostegno agli impegni militari in Siria e Iraq) si ribadisce che la priorità militare “assoluta” – parole del segretario alla Difesa (alla “guerra”) – resta quella del “Pivot to Asia”, ovvero la politica di containment nei confronti di Pechino.

A questo fine, anche per rispondere ai timori del Pentagono sulla progressiva riduzione del gap tecnologico-militare, sono stanziati 10,6 miliardi dollari per l’acquisto di 57 caccia F-35 Joint Strike e ulteriore 1,2 miliardi di dollari per la costruzione di un nuovo bombardiere strategico. Inoltre si prospetta un aumento dell’8% della presenza marittima militare statunitense nell’area entro l’anno, e la distribuzione di 112 navi da guerra entro il 2020.

E la risposta di Pechino? Potremmo riassumerla con l’espressione “alternative diplomacy” coniata dallo studioso Zheng Wang (Seton Hall University e W. Wilson International Center). Ancora per un lungo tempo la dirigenza cinese si impegnerà a limitare la pressione politica e militare statunitense preferendo alla sfida diretta la costruzione di un ambiente internazionale favorevole, soprattutto nella sua periferia asiatica, attraverso la costituzione di piattaforme, istituzioni e accordi che possano proiettarne l’influenza e disinnescare punti di tensione. Il progetto della “Nuova via della Seta” rappresenta, in questa prospettiva, la scelta strategica prioritaria al fine di garantirsi maggiore sicurezza, accesso a risorse e approfondire i legami politico-commerciale con la cinquantina di Paesi interessati, sfruttando un evidente punto di forza: liquidità, finanziamenti e esportazione di tecnologie nel settore delle infrastrutture.

La Conferenza centrale di lavoro per le relazioni estere tenutasi a Pechino sul finire del 2014 ha segnalato importanti cambiamenti nella direzione del futuro prossimo (che arriva fino al 2050) della politica estera della Repubblica popolare cinese. Nel campo delle “direzioni prioritarie” (Fangxian Youxian) è evidente la portata dei cambiamenti in corso. Preso atto di una irreversibile tendenza verso la “multipolarità” del sistema internazionale, con la crescita dei Paesi in via di sviluppo, e una sempre più profonda globalizzazione (integrazione economica), la dirigenza comunista ha elevato a priorità strategica l’approfondimento dei rapporti con la periferia asiatica retrocedendo quello con gli Stati Uniti. Segnale evidente di come il gap tecnologico, di conoscenze e capacità di innovazione si sia ormai sempre più ridotto, tanto da permettere a Pechino di volgere maggiore attenzione al consolidamento dei propri fianchi geostrategici, dove affluisce ormai il 70% dei propri investimenti esteri e sono in via di definizione/implementazione – come sopra ricordato- la Nuova Via della seta terrestre (sul piatto altri 40 miliardi di dollari) con la sua variante marittima.

Al Pivot to Asia dell’amministrazione Usa, con la parallela riattivazione di storiche alleanze militari, a Zhongnanhai si risponde con la decisione di costruire una “sempre più stretta comunità di destino condiviso” (mingyun gongtong) sfruttando l’approfondimento dell’integrazione economica (accordi di libero scambio, nuova banca asiatica, investimenti in infrastrutture di collegamento transnazionale, riattivazione e sviluppo di meccanismi di sicurezza di natura consultiva) per l’eliminazione progressiva di contrasti e incomprensioni e giungere ad una condivisione asiatica dei problemi di sicurezza comune (“l’Asia agli Asiatici”), evitando il ricorso dei vicini ad una potenza esterna. Chiaro riferimento ad una progressiva marginalizzazione, in questo versante, della presenza statunitense e una neutralizzazione del suo potenziale bellico.

Le indicazioni non si limitato al quadro asiatico. L’emergere della Cina come seconda potenza mondiale (e presto prima dal punto di vista economico) comporta non solo maggiori responsabilità (sicurezza, lotta al terrorismo, cambiamenti climatici) ma anche chiari obiettivi, come quello della “democratizzazione” del sistema internazionale, vale a dire il riconoscimento del nuovo peso delle potenze emergenti. Per questo, sempre dalla conferenza, è uscito l’invito ad ampliare la collaborazione con una particolare categoria di Paesi: le “grandi potenze in via di sviluppo” (kuoda fazhanzhong de Guojia), categoria nella quale è facile riconoscere i compagni di viaggio dell’acronimo Brics, ormai impegnati nella costruzione di strutture finanziarie alternative a quelle esistenti (FMI, Banca Mondiale), e ritenuti indispensabili per una riforma del sistema internazionale fondata sul rispetto della sovranità nazionale e delle autonome vie di sviluppo economico e sociale.

Diego Angelo Bertozzi

Fonte: Marx21.it

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