L' "inganno" dell'unione monetariaTribuno del Popolo
giovedì , 21 settembre 2017
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L’ “inganno” dell’unione monetaria

Nel momento in cui si da vita ad un unione monetaria è evidente che i paesi aderenti partono da posizioni diverse: culturali, sociali, politiche e anche economiche. L’unione monetaria – qualunque unione monetaria – è la devitalizzazione del naturale meccanismo di mercato che fa variare i cambi e che è intrinsecamente legata all’andamento della bilancia commerciale e più in generale della bilancia dei pagamenti. L’unione monetaria, soprattutto in assenza di una relativa unione politica, non è null’altro che questo. 

E’ evidente che i divari di competitività esistenti tra nazioni aderenti non avendo la valvola di sfogo delle fluttuazioni del cambio possono essere regolate solo – e solo – agendo sul mercato del lavoro e più segnatamente sul costo del lavoro per unità di prodotto. La nazione aderente in deficit di bilancia commerciale (e più in generale di bilancia dei pagamenti) può rimettersi in pari con la nazione in attivo solo abbassando il costo del lavoro per unità di prodotto fino a raggiungere “l’efficienza” della nazione in attivo: questa è la competitività di cui si parla.

Ora, per consentire che la nazione in debito nella bilancia dei pagamenti (nel caso dell’euro i paesi mediterranei, per esempio la Grecia) possano rimettersi in pari è necessario che queste svalutino i propri salari facendo guadagnare maggior competitività ai propri prodotti e aumentando le esportazioni fino a quando la bilancia commerciale non si rimette in pari con i paesi in attivo. Ma se i paesi con un avanzo nella bilancia commerciale(nel caso dell’euro i paesi dell’ex “area marco”, soprattutto la Germania) a loro volta continuano a svalutare i propri salari diventa praticamente impossibile raggiungere i paesi con bilancia commerciale in attivo. Il meccanismo a quel punto si trasforma in un folle gioco al massacro dove il paese in attivo gioca ad alzare sempre di più l’asticella fino al definitivo schianto del paese “debole”. Questo perché la riduzione del salario non ottiene il risultato di rimettere in pari la bilancia commerciale ma ottiene il risultato, scontato, di distruggere la domanda interna (se la gente guadagna di meno, consumerà di meno). Risultato? Lo schianto del Pil della nazione debole (la Grecia ha perso il 27% in 5 anni di “deflazione salariale” di prodotto interno lordo). Lo schianto del Pil provoca a sua volta un effetto collaterale di non poco conto: rende insostenibile il debito pubblico dello stato (ma anche il debito privato). Infatti in 5 anni di “cura Lagarde” la Grecia è passata da un rapporto debito/pil del 120% ad uno del 180% per l’evidente schianto del denominatore.

Facendola breve. l’unione monetaria europea sta crollando per l’evidente slealtà della Germania. E’ da capire se la slealtà di fatto sia figlia di una ottusità ontologica tedesca, se sia figlia della necessità che comunque anche la Germania per competere nel mercato mondiale deve guardarsi dalla concorrenza cinese o se vi è di fondo, l’antico progetto: la volontà di trasformare l’Europa in una colonia e in della Germania, solo che questa volta non si è usato né il gas nervino come durante la prima guerra mondiale, né i panzer come nella seconda, ma la moneta (con un sistema già collaudato, tra l’altro, durante l’Anschluss della DDR).

Ognuna di queste ipotesi non esclude le altre. Possiamo essere di fronte ad un mix di tutte e tre le cose.

Giuseppe Masala 

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