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lunedì , 16 gennaio 2017
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La battaglia di Ferguson

La battaglia di Ferguson

Quando nel 1950, gli USA decisero di invadere la Corea, il presidente Truman non la definì una guerra, che esige l’approvazione del Congresso, ma “un’azione di polizia”. Cento giorni dopo l’omicidio di Mike Brown, un giovane nero, povero e disarmato, gli USA aspettavano, in una calma piena di tensione, la decisione dei tribunali di accusare o discolpare l’assassino confesso, il poliziotto bianco Darren Wilson. 

Per cento giorni una giuria ha discusso se un poliziotto deve essere giudicato per avere ucciso, con dodici colpi, un giovane con le mani in alto, di fronte a decine di testimoni. In attesa del verdetto, il governatore ha dichiarato lo stato di emergenza, sono stati mobilitati migliaia di militari della Guardia Nazionale e le strade sono state occupate da blindati e poliziotti armati con armi da guerra. Come nel 1950, Obama non la definisce una guerra. Ma non per questo cessa di esserlo.

Alla fine è stata resa nota la decisione di non portare Darren Wilson alla sbarra del tribunale, una decisione del resto già attesa e che riafferma il vecchio assioma del sistema giuridico americano: negli USA assassinare un nero non è un crimine. Non sono bastati cento giorni per comprendere che omicidio è crimine, ma sono bastati cento giorni per trovare il modo di convincerci del contrario.

Cronaca di un’ingiustizia annunciata

Appena conosciuta la decisione, decine di migliaia di persone sono scese nelle strade di 38 stati, sfidando coraggiosamente le provocazioni della polizia militarizzata con più di 150 manifestazioni che, da costa a costa, hanno incontrato la più brutale repressione. A Ferguson, ad esempio, la polizia ha lanciato litri di gas urticante in zone residenziali e per l’intera notte ha caricato i manifestanti. Tuttavia, il principale attacco contro le comunità afroamericane si presenta ora nella forma di una campagna mediatica con le proporzioni di guerra psicologica. Come avviene sempre quando un giovane afroamericano è assassinato, la comunicazione sociale della classe dominante si è impegnata a disumanizzare il morto, infangando la sua biografia e cercando giustificazioni razziste per l’omicidio. D’altro canto, l’abietta campagna che caratterizza i manifestanti come “animali selvaggi” e spaccia, nel suo complesso, la cultura afroamericana come criminale, ha mostrato il livello della frattura razziale negli USA: come nel test di Rorschach, dove diverse persone vedono immagini differenti in una macchia, anche la percezione che la popolazione statunitense ha di Ferguson diverge profondamente. Colpiti da una miopia politica senza paragone nel mondo, segmenti significativi dell’America bianca si dimostrano incapaci di comprendere la sofferenza dei neri.

Fondata sul genocidio e la schiavitù, la storia degli Stati Uniti è inseparabile dal razzismo. Per comprendere la formidabile indignazione che sta alla base della lotta odierna degli afroamericani, occorre comprendere le ferite profonde che mai si è potuto sanare. Ferite causate da un sistema economico che dipende strutturalmente dall’oppressione istituzionale dei neri.

Sono passati meno di cento anni da quando, a pochi chilometri da Ferguson, St Louis aveva assistito a un pogrom contro operai afroamericani. In un solo giorno, 150 persone furono linciate, compresi 39 bambini le cui teste furono fracassate da pietre. Più della metà di questi crimini portava la firma della polizia. Ieri come oggi, le forze di polizia statunitensi rappresentano la più tenebrosa e violenta roccaforte del razzismo e della segregazione, raccogliendo l’eredità dei linciaggi, degli assassini e delle persecuzioni. E ieri come oggi, gli afroamericani non dimenticano né abbassano la guardia.

Con le mani in alto e i pugni serrati

La più nota parola d’ordine che in agosto si è levata da Ferguson è: “Mani in alto! Non sparate!”. Ma, nella misura in cui il movimento andava crescendo, le manifestazioni hanno assunto nuove parole d’ordine e le mani aperte sono andate chiudendosi. Nelle ultime manifestazioni, ad esempio, si sono sentiti slogan sull’aumento del salario minimo e per la libertà sindacale. In una evidente presa di coscienza, Ferguson ha preso le distanze dai tradizionali leader afroamericani del Partito Democratico come Jesse Jackson e Al Sharpton e ha deciso di costruire un movimento indipendente, le cui principali rivendicazioni sono sociali ed economiche.

La battaglia di Ferguson ormai non è più solo quella per la messa sotto accusa di Darren Wilson. E’ la battaglia per il riconoscimento dei neri come esseri umani con diritti. E’ la battaglia per lo smantellamento del secolare giogo delle istituzioni che esistono per mantenere i neri “al loro posto”. E’ la battaglia contro la povertà che spinge milioni di giovani neri nelle prigioni. E’ la battaglia per la casa, per la sanità e l’educazione gratuite, di qualità e per tutti. E’ la battaglia di tutti.

Antonio Santos | da www.avante.pt

Traduzione di Marx21.it

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