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giovedì , 25 maggio 2017
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La Cina e il rischio default Usa

Nei giorni in cui una minaccia di default davvero minacciava il governo Usa, il prezzo dell’oro avrebbe dovuto salire alle stelle, invece è successo il contrario. William Engdahl su Russia Today ci ha provato a spiegare il motivo.

La storia che stiamo per raccontare e che ha ripercussioni eccome nel mondo di oggi comincia nel 1971, quando il presidente americano Richard Nixon prese la storica decisione di rompere unilateralmente il patto di Bretton Woods del 1944 dicendo al mondo che la Federal Reserve avrebbe chiuso i battenti del suo oro, in sostanza emendò il dollaro dal collegamento alle riserve auree. Da allora le banche di Wall Street e i poteri finanziari di Londra hanno fatto tutto quello che era in loro potere per prevenire il fatto che l’oro tornasse a essere la base di fiducia nelle transazioni commerciali. L’11 ottobre, quando il rischio di default era reale, e non c’era ancora alcun segno di accordo tra i membri del Congresso e la Casa Bianca, il Chicago CME Group, che opera nel contesto del Comex (Chicago Commodity Exchange), dove si commerciano derivati in oro, ha annunciato alle 8:42 del mattino che le transazioni si sarebbero fermate per dieci secondi con un meccanismo di sicurezza azionato dopo che sono stati eseguiti ordini di vendita per 56,7 milioni di grammi in oro. Il risultato di questa vendita d’oro è stato che, proprio quando un possibile deafult del governo americano avrebbe dovuto mandare gli investitori nel panico, portandoli ad acquistare oro, invece tutto ciò non è accaduto, e molti addetti ai lavori ritengono che la ragione sarebbe stata una manipolazione diretta del mercato. Del resto sono molti coloro che ritengono che se il prezzo dell’oro salisse troppo, la Casa Bianca, la Federal Reserve e tutte le banche principali di Wall Street finirebbero nei guai fino al collo. Nel marzo del 1988, cinque mesi dopo la peggiore caduta in un solo giorno della borsa, il presidente Ronald Reagan ha firmato l’Ordine Esecutivo 12631 con il quale si creava il “Working Group on Financial Markets”, nato per prevenire ogni futuro crollo inaspettato del mercato. Il gruppo è guidato dal Segretario del Tesoro Usa e include il ssegretario della Federal Reserve, il capo della Commissione Securities & Exchange, e il capo della Commodity Futures Trading Commission (CFTC). Dal 1988 a oggi questo gruppo sarebbe intervenuto diverse volte per evitare crolli nel mercato che potessere minacciare il ruolo del dollaro. Il governo ha persino ammesso nel 2006 di averlo utilizzato per supportare i mercati nella crisi del 1998 e in quella del 2001. Secondo molti si starebbe occupando anche del problema “oro” dal momento che il prezzo del metallo negli ultimi anni è salito da circa 300 dollari del 2000 all’oncia a 1900 dollari all’oncia nell’agosto 2011. Solo nel periodo tra il 2009 e il 2011, dopo il collasso della Lehman Brothers, il prezzo dell’oro sarebbe salito di un ulteriore 70%. Da allora, senza una ragione apparente, l’oro ha perso circa il 31% del valore, nonostante le voce di una guerra probabile all’Iran combinata al rischio default e alla crisi dell’Euro. Davvero strano, oppure no. Lo scorso 10 aprile i capi delle cinque principali banche Usa, come ci riferisce il sempre puntuale RT.com, ovvero JPMorgan Chase, Goldman Sachs, Bank of America  e Citigroup, hanno richiesto un incontro con Obama alla Casa Bianca. Quindici giorni dopo, il 25 aprile, è avvenuta la più grande caduta in un solo giorno del prezzo dell’oro. Alcune indagini poi avrebbero stabilito che dietro l’operazione ci sarebbe stata la JP Morgan, che avrebbe venduto molti derivati dell’oro. I derivati, occorre ricordarlo sono solo pezzi di carta o scommesse sul futuro prezzo dell’oro o di altri beni; di conseguenza vendere derivati può influenzare seriamente il prezzo dell’oro fisico; se poi ci mettete che il Congresso USA ha lasciato il mercato dei derivati dell’oro senza regolazione alcuna, il gioco è fatto.  

Ma in tutto questo la Cina cosa centra? Innanzitutto secondo William Engdahl, analista geopolitico di RT.com, sarebbe in corso una guerra finanziaria tra le grandi banche di Wall Street e i loro alleati, incluse le banche di Londra e quelle come Deutsche Bank, che utilizzano derivati dell’oro con il supporto coperto del tesoro Usa e della Fed. Dall’altra parte ci sono gli investitori reali e le Banche Centrali, che continuano a credere che il sistema finanziario mondiale, specialmente il sistema-dollaro, sarebbe ormai giunto al collasso e che l’oro fisico sarebbe l’unico rifugio per uscire da una crisi simile. Da qui le voci di acquisti massicci di oro da parte delle banche centrali di Russia, Turchia, e soprattutto Cina. Solo Mosca dal 2006 a oggi ha aumentato le sue riserve di oro del 300%. Recentemente la Banca Centrale cinese ha rivelato di aver importato 131 tonnellate di oro solo nel mese di agosto, un incremento del 146% rispetto all’anno precedente, solo una coincidenza? La Cina ha importato più di 2000 tonnellate di oro negli ultimi due anni, e sulla base dei dati diffusi da WikiLeaks, Pechino vorrebbe rendere lo Yuan la nuova moneta mondiale da ancorare alle riserve di oro. Sulla base di diverse stime a oggi la Banca Popolare Cinese sarebbe in possesso di 3500 tonnellate di oro, piazzandosi al secondo posto al mondo dopo la Federal Reserve americana, prima anche della Germania, sempre che, ovviamente, la Federal Reserve effettivamente abbia le 8,044 tonnellate di oro di cui dice di essere in possesso. Quanto sia complessa la questione lo sottolinea la storia di Dominique Straus-Kahn, l’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale, che aveva domandato un’indagine indipendente sulle riserve della Federal Reserve dopo che gli Stati Uniti hanno rifiutato di inviare al FMI 191 tonnellate di oro. Come per magia Straus-Kahn è stato subito colpito da uno scandalo sessuale e costretto a dimettersi. 

Leggi la notizia completa su: http://rt.com/op-edge/us-debt-gold-price-threats-481/

photo credit: <a href=”http://www.flickr.com/photos/69214385@N04/7173235119/”>Don McCullough</a> via <a href=”http://photopin.com”>photopin</a> <a href=”http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/”>cc</a>

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