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lunedì , 23 gennaio 2017
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La Cina socialista e la visione globale

La Cina socialista e la visione globale

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la relazione tenuta da Roberto Sidoli, della redazione de La Cina Rossa, durante l’affollata e interessante assemblea svoltasi alla “Casa Rossa” di Milano il 18 gennaio 2014.

Fonte: Marx21.it

Cari compagni, nel corso del 2013 il partito comunista cinese è riuscito a produrre uno sforzo notevole, coronato da successo, sia nella praxis concreta su scala internazionale che nell’elaborazione teorica in politica estera: si tratta di un marxismo di matrice creativa e non-dogmatica, di cui cercherò di descrivere brevemente alcune nuove categorie-chiave e nuove idee guida, a partire dalla teoria della “mente internazionale.”

Infatti già il 23 maggio del 2013, attraverso un articolo pubblicato sul Quotidiano del Popolo, il segretario generale del partito comunista cinese Xi Jinping aveva sottolineato testualmente che “il popolo cinese è patriottico”, ma che “deve avere anche mente internazionale” e una “visione globale dei problemi interstatali”, attraverso l’elaborazione di un “Nuovo pensiero” (parole testuali) in cui emerge esplicitamente la necessità ormai pressante per la Cina (prevalentemente) socialista di assumersi “grandi responsabilità su scala mondiale.”

E Xi Jinping notò non a caso, sempre nel maggio del 2013 il rifiuto cinese dello schema dei “vincitori-perdenti” rivendicando invece la cooperazione win-win, e con vantaggi reciproci su scala internazionale.

Per la prima volta dal 1976, dalla scomparsa della strategia mondiale imperialista sulla teoria dei “Tre Mondi” e sulla disastrosa individuazione dell’URSS come nemico principale su scala planetaria da parte cinese, viene teorizzato apertamente il ruolo mondiale della Cina (e non solo il ruolo asiatico…) e la necessità simultanea che Pechino abbia una “mente globale”, senza eccezione alcuna proiettata su tutto il pianeta, rispetto ai temi politico-economici più rilevante per l’arena interstatale.

La seconda categoria elaborata nel 2013 per la politica mondiale cinese risulta quella del “mondo de-americanizzato”. Come notava il compagno Gianfranco Bellini, più di due anni fa, si tratta di un processo mondiale inevitabile che la Cina vuole influenzare sensibilmente in due sensi, e cioè:

- rendendolo pacifico e graduale, alias senza guerre di alcun tipo;

- rendendolo concreto grazie alla sua praxis endogena interna.

Come si può ottenere tale obiettivo strategico di medio periodo e con quali mezzi concreti? Sotto questo aspetto è interessante un articolo di Pepe Escobar dell’ottobre 2013, in cui lo studioso ha sottolineato che “ci siamo. La Cina ne ha avute abbastanza. La sfida (diplomatica) è aperta. È arrivato il momento di costruire un modo “de-Americanizzato”. È arrivato il momento che una “nuova valuta di riserva internazionale” rimpiazzi il dollaro statunitense.

È tutto qui, in un editoriale di Xinhua direttamente dalla bocca del dragone. E l’anno a cui si riferisce è solo il 2013. Allacciatevi le cinture di sicurezza specialmente voi dell’élite di Washington. Sarà un viaggio difficile. Sono passati i giorni del basso profilo di Deng Xiaoping. L’editoriale di Xinhua indica nella recente minaccia di uno shoutdown statunitense il pretesto per il ritorno del dragone. Dopo la crisi finanziaria causata da Wall Street, dopo la guerra in Iraq, un “mondo confuso”, e non solo la Cina, desidera un cambiamento.

Il seguente paragrafo non potrebbe essere più esplicito: “piuttosto che onorare i suoi doveri da potenza leader responsabile,  Washington ha abusato egoisticamente del proprio status di superpotenza e ha, semmai, apportato ulteriore caos al mondo intero allargando ovunque l’incertezza finanziaria, istigando le tensioni regionali nel mezzo di dispute territoriali e combattendo guerre ingiustificate mascherate grazie a totali falsità.”

La soluzione, per Pechino, è “de-americanizzare” l’attuale equilibrio geopolitico a partire da una partecipazione più attiva al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale per le economie emergenti e i paesi in via di sviluppo, che conduca a una “nuova valuta di riserva internazionale creata allo scopo di rimpiazzare il dollaro statunitense oggi predominante.”

Da notare come Pechino non stia promuovendo una rottura completa del sistema Bretton Woods – almeno per adesso – ma, piuttosto, reclami maggior potere decisionale. Suona ragionevole, considerando che la Cina esercita all’interno del FMI un peso lievemente più alto di quello dell’Italia. La riforma del FMI – più o meno – va avanti dal 2010, ma Washington, prevedibilmente, ha posto il veto su qualsiasi intervento sostanziale.

Quanto all’abbandono del dollaro, esso è un processo già avviato, a diverse velocità, specie per quanto riguarda il commercio dei paesi membri dei BRICS, gruppo di potenze emergenti (Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica) che si svolge oggi preponderatamente nelle rispettive valute. Il dollaro americano sarà lentamente ma sicuramente rimpiazzato da un paniere di valute”.

Da notare (notizia del novembre 2013) che già ora lo yuan, la valuta cinese -  seppur non ancora convertibile, per il momento – è diventata la seconda valuta utilizzata su scala mondiale per le transazioni commerciali e finanziarie, anche senza (per il momento) una convertibilità diretta “in contanti”, avendo già ora scavalcato l’euro in questa particolare classifica.

E per il 2017/20 si parla ormai apertamente, da parte cinese, di rendere lo yuan convertibile su scala planetaria.

Terzo punto di elaborazione teorica creativa e di pratica concreta, da parte del partito comunista cinese su scala internazionale: il concetto di reti multidimensionali a partire dalla “Nuova Via della Seta”.

La Via della Seta nel Medioevo risultava un percorso (lungo 8000 km) commerciale che, da Pechino e passando per l’Asia centrale, arrivava fino in Turchia e nel Mediterraneo: Venezia ne era uno dei punti più lontani di approdo, la seta uno dei suoi prodotti di scambio.

Ora, una Nuova Via della Seta si sta concretizzando con petrolio e gas naturale?

A giugno e settembre 2013 si è concluso innanzitutto un accordo sul petrolio senza precedenti tra Russia e Cina, tanto che Marco Masciaga, sull’anticomunista Sole24Ore del 21 giugno 2013, notò che “con una mossa destinata a spostare decisamente verso Oriente il baricentro del proprio business, il colosso energetico russo Rosneft ha firmato venerdì a San Pietroburgo un contratto con la Cina che gli consentirà di esportare verso Pechino 290 milioni di tonnellate di petrolio nell’arco di 25 anni. Il contratto, del valore di 280 miliardi di dollari, è uno dei più grandi mai siglati dell’industria energetica mondiale.

Marco Masciaga, dopo aver spiegato come il contratto raddoppia l’attuale fornitura di greggio lungo l’asse Mosca-Pechino proseguì: “dopo l’annuncio ufficiale, il presidente russo Vladimir Putin non ha escluso che il totale delle forniture a Pechino possa un giorno salire fino a 900 mila barili al giorno. Un ipotesi non così improbabile se si tiene conto del fatto che lo scorso novembre, secondo i dati dell’IEA, la Russia ha superato l’Arabia Saudita diventando il primo produttore mondiale, mentre la Cina è ormai stabilmente il secondo consumatore del pianeta dopo gli Stati Uniti .”

L’accordo, oltre a rinsaldare l’asse Mosca-Pechino, sposta l’asse dell’interesse della Russia dall’Europa all’Asia, che invece conosce uno sviluppo senza precedenti, rendendo tra l’altro lo sviluppo della Cina meno vulnerabile alle tante variabili legate all’approvvigionamento del greggio sui mercati arabi.”

Non solo la Russia, ma anche gli altri paesi dell’Asia centrale rientrano a pieno titolo nella “Nuova Via della Seta”. Quando infatti il compagno Xi Jinping propose pubblicamente, il 7 settembre 2013, la creazione del nuovo asse politico-commerciale asiatico, era arrivato ad Astana in Kazakistan. E nel settembre del 2013, guarda caso, la Cina (prevalentemente) socialista firmò tutta una serie di nuovi e grandi contratti energetico-commerciali con:

- Kazakistan;

- Turkmenistan;

- Kirghizistan;

- Uzbekistan;

non tutti paesi appartenenti al patto di Shanghai.

Il quarto elemento innovativo di elaborazione teoria (e pratica) proiettata su scala internazionale dal partito comunista cinese consiste nella creazione di un circuito finanziario (cooperativo e antimperialista) alternativo a quello costituito invece dall’FMI e dalla Banca Mondiale.

Pechino punta infatti alla riforma profonda dell’FMI/Banca Mondiale, certo, ma conosce bene l’estensione degli interessi USA in questo campo.

Pertanto ha già iniziato, con gli altri paesi dei BRICS, a creare una Banca-BRICS, già ora dotata di 100 miliardi di dollari di (diverse) riserve monetarie; e di questi 100 miliardi di dollari, ben 41 miliardi vengono dalle casse cinesi, sempre mantenendo tuttavia il principio della parità di poteri decisionali tra i diversi paesi.

L’inizio del processo è avvenuto nel settembre del 2013 proprio a fianco del vertice G-20, formando un nuovo istituto finanziario che si chiamerà “Nuova Banca di sviluppo”: il suo fine essenziale nota il Quotidiano del Popolo del 6 settembre 2013, è quello di “provvedere al supporto finanziario ai paesi in via di sviluppo”, specialmente nel settore strategico delle infrastrutture.

Per sintetizzare tutte queste novità in uno slogan, si può dire che ormai “la Cina è molto vicina”: vicina specialmente ai paesi in via di sviluppo (Asia e Africa, innanzitutto), ma non solo a loro.

Sempre Pepe Escobar ha notato giustamente che “il dollaro è ancora re, per ora, ma grazie a tutta una serie di recenti accordi valutari internazionali sta perdendo questo status. Ad esempio, la Cina solo recentemente ha firmato un accordo con la Banca centrale europea.

L’accordo di swap consentirà più scambi commerciali e gli investimenti tra i vari paesi che si potranno fare in euro o  in yuan, senza dover passare per altre valute, come il dollaro, ha detto Kathleen Brooks, research director di FOREX.com.

È un modo per promuovere il commercio europeo-cinese, senza passare dal dollaro, ha detto Brooks. È un po’ come tagliare fuori gli intermediari e improvvisamente non c’è più nemmeno il rischio dollaro.”

Si può facilmente avanzare una previsione: sarà un 2014 molto interessante, in campo mondiale…

Roberto Sidoli

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