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giovedì , 25 maggio 2017
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La città del sole

Quando c’è la morte di mezzo sarebbe il caso di star zitti. Non c’è niente di più adeguato del silenzio. Io non voglio parlare oggi, lo faccio sempre e troppo, voglio scrivere due cose giusto per ricordarmele, per amicizia, per limitatezza, perché non arrivo a capire il senso delle cose.

Era il 21 novembre di pochi mesi fa, era appena l’anno scorso. L’aria gelida, paralizzante. Come al solito avevo dimenticato i guanti. Tornavo da Dinant, un piccolo gioiello ad un’ora di treno dalla capitale, camminando per le cui strade notavo con perplessità un’eccessiva attività delle forze di polizia. Mi dicevo che era strano per un centro così piccolo. Uscivo dalla stazione Gare Centrale di Brussels, una camionetta dell’esercito presidiava l’uscita principale.  L’aria ghiacciata era oltremodo spettrale. Soldati armati immobili sotto la pioggia. Le armi mi fanno ribrezzo, eppure da piccola erano il mio giocattolo preferito. Era domenica pomeriggio, il freddo non ha mai tenuto in casa i Belgi e di solito la zona della stazione, soprattutto nel fine settimana, è sempre gremita. Il tragitto verso casa era breve, un quarto d’ora a passo svelto.

A casa, solo il gatto, in silenzio stranamente. Come se sapesse. Con la fibra ottica, ci si mette poco ad apprendere una notizia. Il livello di allerta era stato innalzato a 4 in seguito alla pressione del governo francese dopo la strage di Parigi. E’ storia vecchia, la si è già dimenticata. Il cervello umano ha elevata resilienza, soprattutto se si tratta di morte. Ne successe un’aria umida di potenziale tragedia.

Era difficile spostarsi, andare da un capo all’altro della città, lontano dove abitava il mio amico. Eppure ci vedemmo tutti i giorni, fino alla fine. In mezzo al tarlo del terrore insinuato, della surreale impotenza c’era quell’enorme rettangolo addobbato a festa in Place Sainte Catherine, pieno di ridicoli piccoli natali e c’eravamo noi e quattro poliziotti a bere il ponce. Non ho mai avuto paura che mi succedesse qualcosa, temevo solo l’odio, lo scontro.

Sembrava davvero fosse successo qualcosa di concreto, qualcosa che un normale cittadino potesse verificare con mano. Ma l’unica cosa che si poteva sentire erano le sirene, per ore, giorni. Si rischiava di rimanere secchi per strada nei momenti d’emergenza. Ti arrivavano a 180 orari sulle punte dei piedi appena poggiate sulle strisce. Quartieri rastrellati e la percezione di chi sta fuori, ma allo stesso tempo anche dentro, solo geograficamente e si salva. Si salva sempre. Era un preludio, si ironizzava. Mi sembrava assurdo potesse succedere a breve tempo, così. Mi indignai allora per chi piangeva solo certe classi di morti. Adesso capisco che quanto più ti è familiare un posto, tanto più senti di dover farti carico di un po’ del suo dolore.

“Era orario di scuola, ci sono un sacco di bambini lì” dice il mio amico incazzato. Volevo sapere se stesse bene. “Lo sai che saremmo usciti, se tu fossi stata qui, lo sai vero?” Gli dico di si, ne ero certa fino a pochi minuti fa. Ma adesso se ci penso, credo che avrei l’impressione di calpestare irrispettosamente i corpi d’inconsapevoli capri espiatori, immolatisi perché la città potesse riappropriarsi di se stessa, una città che si apparteneva appena qualche ora fa. Ma questa è solo inutile retorica che esce da una bocca lontana. Le morti non sono mie e io non posso capire come se lo fossero. Sento una punta di fastidio, perché io l’essere umano davvero non lo comprendo. Mi vergogno persino a credere di dover scrivere qualcosa.

Non ho morti da piangere, ma è come se mi avessero assassinato la capacità di sperare. “Oggi c’è il sole” mi dice il mio amico. C’è il sole anche da me, in Italia. Si, perché sono mesi che ho lasciato Brussels e l’ho disprezzata così tanto che mi sento quasi responsabile di tutto. C’era anche in quei giorni di angoscia, di divieti opprimenti.

Il paradosso del bello che si impone sulla morte. Li piangerei tutti i morti della terra, se servisse a qualcosa. Dovrebbe esserci un enorme sipario da calare su sciagure del genere, che scoraggi i curiosi, gli sciacalli morbosi, le persone che come me, si azzardano a dire qualcosa. Che tacciano i ministri, si chiudano in casa, si mordano la lingua che quei morti non sono miei e neanche loro.

Scritto da Tiziana LaurenzaN.9 

Fotografia: Tiziana Laurenza - N.9 

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