La colonizzazione del linguaggioTribuno del Popolo
giovedì , 25 maggio 2017
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La colonizzazione del linguaggio

La “colonizzazione” assume forme diverse e non colpisce solamente quei paesi considerati facenti parte del “Terzo” o “Quarto” mondo. Anche oggi, nel cuore dell’Europa, osserviamo con preoccupazione un processo di colonizzazione verbale e non, con l’inglese che diventa sempre di più la lingua dell’ideologia dominante che sta cambiando radicalmente il mondo in cui viviamo. Ma non è detto che se una lingua si impone sulle altre, allora  la cultura di quel Paese sia giocoforza “migliore” di quella delle altre…

Quando nel XXI secolo ci si apprestava a entrare nell’era della Globalizzazione non avrebbe sorpreso nessuno sostenere che nel giro di pochi anni la lingua inglese sarebbe diventata una sorta di lingua franca simile sempre di più al latino nell’antichità. Con le società che si sarebbero avvicinate sempre di più le une alle altre, legandosi anche dal punto di vista commerciale, appariva come un processo inevitabile, e anche auspicabile in grado di avvicinare tra di loro paesi molto diversi tra loro. Eppure con il passare degli anni questa fantomatica globalizzazione non solo non ha portato il benessere sperato ma non ha nemmeno creato un mondo nuovo dove i confini non esistono più e dove l’uomo vive in armonia. Non è così, anzi ci troviamo in un mondo che sembra essere contraddistinto da quella che diventa sempre più come una Terza Guerra Mondiale, come peraltro annunciato dallo stesso papa Francesco. In tutto questo però ci sembra che sia avanzato un processo di colonialismo da parte della cultura anglosassone ai danni delle altre culture, una aggressione tanto più marcata in quanto non coinvolge più solo i paesi del Terzo Mondo, ma anche quelli che venivano considerati a pieno titolo facenti parti del “Primo”. Anche in Europa infatti sempre più paesi vedono progressivamente perdersi per strada le proprie identità culturali, a cominciare dall’uso del linguaggio. E questo non è affatto un discorso da “destra” in quando non siamo assolutamente dei nazionalisti oltranzisti, eppure osserviamo con preoccupazione che allo svuotamento della lingua italiana e della nostra cultura non fa da contraltare un “innalzamento sociale”, magari una sconfitta del razzismo e dell’egoismo individualista. Di conseguenza stiamo cedendo la nostra identità e cultura a vantaggio di cosa? Ma la colpa, a differenza di quanto potrebbero facilmente sostenere Salvini e soci, non è certo dei migranti che raggiungono il nostro Paese scappando dalla guerra. La colpa è del sistema di globalizzazione deregolamentato che è organizzato proprio per distruggere diversità culturali e identità per sostituirle con valori patinati e preocostituiti che si vorrebbero condivisi da tutto il mondo senza eccezioni. La differenza è che secondo noi la globalizzazione non è assolutamente qualcosa di reversibile, inutile come fa l’estrema destra proporre un ritorno al passato che non potrebbe avvenire. Più utile invece far ragionare i cittadini sul fatto che se gli esseri umani sono tutti uguali non è detto che tutti condividano gli stessi valori, per questo motivo è assolutamente sbagliato cercare di imporre dei valori a una società che non li condivide. Invece a Washington sembrano pensarla in modo molto diverso, partendo dal presupposto di avere un “Manifest Destiny” e di essere quindi destinati a imprimere al mondo il proprio volere. La Casa Bianca è realmente convinta di rappresentare il “meglio” del mondo, di conseguenza si sente in diritto di sovrapporre la propria cultura a quelle degli altri con l’arroganza che da sempre contraddistingue i più forti nei confronti dei più deboli. E tale colonizzazione passa anche per l’appunto dallo svuotamento del linguaggio, e non è casuale che proprio i politici di casa nostra inizino a parlare con termini inglesi, da Jobs Act ad Austerity passando per deregulation, Flat Tax, e così via, termini che da soli fanno capire plasticamente che il “potere”, quello vero,  si trova ben lontano da Roma. Insomma è davvero così campato per aria suggerire che noi italiani, e in senso lato mediterranei, non abbiamo proprio la stessa cultura dei paesi anglosassoni? Il che non vuol dire asserire di essere “migliori” o “peggiori”, ma semplicemente differenti. Ed è proprio valorizzando le nostre differenze che si potrebbe realmente trovare una sintesi nello stare assieme, altrimenti si tratta di colonialismo con un paese “senior”, in questo caso per semplicità gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, che impongono a quelli “junior” il modo di pensare corretto, che poi corretto non è ma è reso tale dalla potenza predominante economica. Insomma che ognuno sia libero di pensarla come vuole, ma il rischio che constatiamo è che l’uso di un linguaggio unico possa anche essere il viatico per un unico modo di pensare, un “pensiero unico” che non ammetta bastoni tra le ruote. Non è detto che se la lingua di un Paese si impone come quella predominante allora anche la cultura di quel Paese sia la “migliore” in senso assoluto….

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Un commento

  1. e infatti i nostri cugini francesi la loro cultura e la loro lingua la difendono (forse anche in maniera un pochino eccessiva) a colpi di leggi.
    ma noi siamo troppo caproni per capire che la sudditanza passa anche per la lingua

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