La Consulta dichiara incostituzionale la Fini-Giovanardi. Quali prospettive per il futuro?Tribuno del Popolo
mercoledì , 26 luglio 2017
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La Consulta dichiara incostituzionale la Fini-Giovanardi. Quali prospettive per il futuro?

L’attesa sentenza della Corte è arrivata in tarda mattinata e ha suscitato pareri contrastanti nell’opinione pubblica. Quali prospettive verso il superamento del proibizionismo?

Fonte: Oltremedianews

Dopo anni di dibattito sulla legittimità dell’equiparazione delle droghe leggere a quelle pesanti, la Corte Costituzionale pone un punto fermo sul problema chiudendo alcune controversie e aprendone molte altre: la legge Fini-Giovanardi del 2005 è incostituzionale. Tuttavia è bene precisare che i giudici non si sono espressi in merito alla diversità tra la cannabis e le droghe sintetiche, ma la loro decisione è stata maturata a causa della violazione dell’art.77 della Costituzione da parte del testo di legge.

In particolare la violazione del suddetto articolo, relativo alla decretazione di urgenza, si è verificata a seguito dell’inserzione di emendamenti estranei all’impianto originario della Fini-Giovanardi (d.l. 30/12/2005, num. 272). Il maxi-decreto era stato infatti pensato come misura di sicurezza in vista delle Olimpiadi invernali di Torino svoltesi nel 2006 e, secondo la Consulta, l’equiparazione dei due tipi di stupefacenti ha ecceduto l’oggetto e le finalità del decreto. Tale decisione restaura automaticamente la legge Iervolino-Vassalli, in vigore prima della riforma del 2005, che prevede sanzioni di minore intensità per le droghe leggere rispetto a quelle pesanti.

Gli effetti di questa sentenza hanno una portata decisamente maggiore della semplice distinzione formale tra le due sostanze. La Fini-Giovanardi, infatti, prevedeva fino a venti di reclusione e una multa tra i 26 mila e i 260 mila euro per chi spacciasse o detenesse cannabis, dunque i circa  28.000 reclusi attuali sono in carcere per via di una legge incostituzionale. A ben vedere la questione dell’ingiusta detenzione e dell’inopportunità del proibizionismo sono questioni portate avanti da diversi anni, ma la sentenza obbliga il mondo politico a prendere una decisione netta e definitiva.

Legiferare su una materia così delicata e che pertiene alle scelte individuali è storicamente una questione estremamente delicata. Se è vero che il proibizionismo mostra i suoi limiti almeno dagli anni ’70, è altrettanto lampante che la liberalizzazione non porta sempre i risultati sperati. Prendiamo l’esempio della crisi fiscale che sconvolse New York negli anni ’70 e ’80. L’improvvisa – presunta – insostenibilità del debito comunale per il finanziamento dei servizi si rivelò unhumus fertile per due correnti apparentemente molto diverse: da un lato il big business alla ricerca di deregolamentazione e profitti elevati e dall’altro la generazione della “controcultura” alla ricerca di maggiore libertà ed autodeterminazione. I primi miravano ad accaparrarsi l’erogazione dei profittevoli servizi pubblici – sanità, scuola, infrastrutture –, mentre i secondi già dal 1964 avevano dato il via alle proteste studentesche di mezzo occidente. Cosa riuscì ad accumunare le due frange? La libertà, o meglio le diverse sfumature che si celano sotto il suo significanteSenza farla troppo lunga la burocrazia statale e l’intero mondo pubblico newyorkese si trovarono sotto un duplice attacco e dovettero cedere su entrambi i fronti. Le grandi aziende riuscirono nell’intento della privatizzazione e i ribelli ottennero maggiori libertà, ma i risultati non furono affatto positivi. Negli anni ’80 la città più famosa d’America fu dilaniata sia dalla disoccupazione e dalle disuguaglianze (fenomeni ascrivibili alle privatizzazioni), che dall’aumento del consumo di crack e alcolici, dall’aumento dell’aids e dal proliferare della prostituzione. E anche queste ultime tendenze è indubbio che siano il risultato del trionfo delle libertà negative che secondoKarl Polanyi accompagnano processi liberisti (a tal proposito di veda Polanyi,  Michael, “La logica della libertà”).

Da ciò dobbiamo quindi dedurre che una potenziale vendita delle droghe leggere aprirebbe il vaso di Pandora anche in Italia? Ovviamente no, esiste infatti una differenza sottile e spesso di ardua individuazione tra legalizzare e liberalizzare. “Legalizzare” vorrebbe dire sottrarre alla malavita un giro di affari che, solo in Italia, è stato stimato frutti qualcosa come 8 miliardi di euro all’anno, aprirebbe inoltre in modo definitivo la strada all’uso della cannabis per fini medici e comporterebbe probabilmente l’allontanamento dell’opinione comune da molti stereotipi proibizionistici. A tal proposito persino l’assemblea delle Nazioni Unite ha riconosciuto lo scorso gennaio l’insuccesso della stigmatizzazione e condanna a priori della marijuana. D’altro canto l’esempio di New York mostra che, in assenza di una legislazione intelligente, l’improvvisa liberalizzazione di un prodotto proibito per molto tempo rischierebbe di aggravare il dilagante disagio sociale provocato dalla crisi. Non che gli indici di consumo siano bassi, anzi, ma la libera vendita e i minori costi associati spingerebbero certamente le statistiche verso l’alto. 

Trovare un punto di equilibrio risulta estremamente difficile e nessuna scelta politica è al sicuro da ripercussioni negative. L’unica certezza è che senza un dibattito laico e consapevole su questi problemi siamo destinati a nient’altro che l’oscurantismo.

Fabrizio Leone

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