LA CRONACA DI UN CONFLITTO SENZA CRONACATribuno del Popolo
domenica , 28 maggio 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

LA CRONACA DI UN CONFLITTO SENZA CRONACA

Nel mondo odierno ci sono regioni o Stati che non appartengono all’interesse dei media. Piccole zone del mondo che sono state prese a calci e allontanate dal centro dell’attenzione mediatica. Le agenzie specializzate nel monitoraggio dei conflitti (International Crisis Group)  dedicano ad esse poca attenzione perché considerate un conflitto  Low Intensity Conflicts (Lic) cioè a “bassa intensità”.   Generalmente si tratta di operazioni contro “non-stati” (entità non riconosciute come Stati) e sono classificate peacekeeping , contro una specie di terrorismo interno e le forze impiegate operano con equipaggiamenti tattici e finalità più modeste e il numero delle perdite sono irrisorie.

In una zona remota al sud del Senegal c’è una di queste regioni prese a calci e guardando le mappe geografiche essa risulta in modo molto evidente, separata dal resto della nazione a causa del Gambia una ex enclave inglese che si delinea lungo all’interno del Senegal.  Questa separazione non è solo fisica ma anche culturale e religiosa e ciò ha condotto il paese dentro il vortice di un conflitto che da trent’anni da vita a una silenziosa guerra sfuggita agli occhi dei media occidentali troppo attenti alle guerre spettacolari che causano migliaia di morti. Non è il caso di questa regione, dove la guerra non è spettacolare dove si usano armi pesanti, aviazione e dove le persone per citare (autore italiano poesia). Da una parte ci sono i ribelli Diola, sostenuti dalla popolazione e dal malcontento sociale che ha  origine durante la colonizzazione e da una retorica di esclusione e da oggettive differenze sociali e culturali rispetto ai gruppi etnici del Nord che sono in prevalenza  musulmani e ancora legati alla Francia l’ex colonizzatore.

Secondo la ONG APRAN Associazione per la promozione del distretto rurale Nyassia (date del 2009) attualmenteci sono ancora 10.700 sfollati mentre Il numero di morti (civili, soldati e combattenti) è sconosciuta, ma sarebbero centinaia. I dati ufficiali indicano che le mine poste dalla MFDC hanno causato 751 vittime tra disabili e morti troppo pochi per salire sugli ‘allori’ della cronaca mondiale

Da due anni nella regione della Casamance è in atto una tregua tra i movimenti indipendentisti e lo Stato grazie all’elezione del presidente Macky Sall che  ha dato un nuovo impulso ai colloqui di pace e la comunità romana di Sant’Egidio si è adoperata nel tentativo di mediare tra le parti e nel 2012 il cardinale arcivescovo di Dakar, Theodore Sarr, ha commentato lo sviluppo dei negoziati del conflitto con delle parole molto coraggiati per la popolazione casamancese: “E’ un passo significativo verso la pace”. In questo momento sono due sono fattori, sia a livello locale che internazionale, che rendono la frase del vescovo importante e che obbligano lo Stato senegalese a trovare una soluzione al più presto: la pressione islamica e il narcotraffico. Nell’ultimo decennio più volte, si è manifestata una tensione nei Paesi della banda saheliana tendente a rimettere in discussione equilibri e sistemi di reciproca stabilità e la caduta del regime di Gheddafi ha avuto delle gravi conseguenze nella regione. La dispersione dell’’ingente patrimonio militare libico (in parte aiuti militari occidentali) ha incremento l’insicurezza nelle aree di confine e la crescita delle alleanze trasversali tra gruppi etnico-politici come sta avvenendo in Mali stanno aumentanto i rischi per le altre regioni, sopratutto a causa della porosità dei confini e quindi all’impossibilità di controllare tutti gli accessi ai vari paesi.

Il Senegal a causa della sua collocazione internazionale di stabile alleato dell’occidente, la sua religione tollerante (confraternita muridica), la presenza di una minoranza cristiana è un possibile obiettivo e secondo i dirigenti dell’Onu il movimento di lotta indipendentista casamancese, per quanto di matrice cristiana, può essere un possibile supporto per questi movimenti.

Inoltre le milizie islamiste hanno fatto del narco-traffico una delle loro principali strategie di finanziamento e di destabilizzazione del fronte avversario in tutto mondo. Un businnes che da tempo è anche praticato in tutta l’area, particolarmente nel contesto a Sud del paese. La Guinea-Bissau da anni è al centro dell’attenzione internazionale a causa della sua instabilità politica, del suo coinvolgimento nella crisi casamancese (sovvenzioni e protezione ai ribelli) e dei suoi legami con il traffico internazionale di droga. La porosità dei confini, l’instabilità politica e istituzionale hanno di fatto creato una zona ampia che comprende il Sud del Senegal, la Guinea Biassau, la Guinea Conakry fino a giungere alla Costa d’Avorio, recentemente indicata come uno dei terminali della rete regionale di cannabis attuata dai ribelli per auto-finanziarsi. Molte agenzie internazionali hanno il sospetto che che la Casamance sia diventata una terra di passaggio e di appoggio per il narco-traffico grazie al fatto che la guerra ha destabilizzato per molti decenni la regione, creando anche piccoli gruppi di banditi che si nascondo dietro la ribellione.

Ora l’impresa di dare una cronaca a un coflitto senza cronaca si fa ardua perchè dopo aver parlato dei fattori esterni ci accingiamo a entrare all’interno dei motivi e delle fasi della ribellione reale. E’ molto difficile capire la situazione reale, anche perché spesso i movimenti guerriglieri si mescolano con il banditismo e così analizzare i fatti diventa ancora più arduo e complesso.

Il movimento ribelle MFDC (Movimento delle Forze Democratiche della Casamance) nasce nel 1947 ma solo nei primi anni ’80 sfocia nella lotta armata. Il 1982 ha segnato la svolta nella storia del movimento separatista della Casamance mentre gli occhi del mondo erano rivolti verso la guerra delle Falkland o rivolti verso l’invasione di Israele ai danni del Libano. Per tre decenni i ribelli sono capeggiati dall’abate Augustine Diamacoune e e hanno dato vita a una lunga campagna di attacchi mirati, instaurando nella regione un’economia di guerra. hanno tenuto sotto scacco le forze armate i cui ufficiali sono tutt’ora addestrati nelle accademie militari francesi. Il 30 dicembre 2004, viene firmato ufficialmente un accordo di pace per porre fine al conflitto separatista in Casamance. Nonostante la fine ufficiale della ribellione, i combattimenti sono continuati sporadicamente. La morte di Abbé Diamacoune avvenuta il 14 gennaio 2007 ha privato il movimento di una guida politica, di un padre fondatore. L’ autoproclamata leadreship di Mamadou Sane, detto Nkrumah, da tempo in esilio in Francia, non ha avuto un effetto riunificante del movimento.

Il movimento si divide, ma ben presto due dai capi militari Badiate e Sadiò iniziano a comprendere la necessità di divenire interlocutori diretti del mondo politico senegalese. Sadiò considerato un estremista, capisce di essere divenuto una bandiera per tutti coloro che non intendono rinunciare alle parole d’ordine dell’indipendenza della Casamance, ma capisce anche che i trent’anni di lotta armata hanno solo permesso alla propria regione di spopolarsi e dissanguarsi.

Con l’elezione del presidente Macky Sall il 2 aprile del 2012 dopo una tormentata campagna elettorale, segnata da una mobilitazione popolare simile a quella delle primavere arabe, il governo pone fin da subito il conflitto come una delle priorità del loro programma.

Attraverso la mediazione del cardinale di Dakar e della comunità romana di Sant’Egidio il presidente ha infranto una dottrina decennale dei Governi senegalesi, secondo la quale la crisi casamancese doveva rimanere un affare interno del Paese. La sua scelta ha permesso al paese di posizionarsi sempre più al centro delle relazioni con l’occidente. Il Sengal appare sempre di più come l’unica realtà nazionale solida nella regione, in grado di offrire standard di democrazia e libertà politiche, ed allo stesso tempo in grado di assumersi gli oneri delle fragili situazioni della macro-area, innanzi tutto quella del Mali.

Nonostante tutto nella regione sono ancora attivi diversi piccoli gruppi armati dediti alle rapine e al narco-traffico, spesso sovvenzionati dagli Stati limitrofi come il Gambia e la Guinea Bissau che nell’ultimo decennio hanno subito colpi di Stato e un’intensificazione del mercato della droga, son una radicalizzazione dei membri all’interno dei governi. Gli ideali politici sono svanite nei decenni e quello che rimane è solo la continua sopravvivenza e la ricerca di un sostentamento con gli unici mezzi che conosco: le armi e il banditismo.

Ora dopo i trattati la popolazione spera in una pace vera e non in una semplice tregua spesso e si augurano che lo stallo tra le parti si possa sbloccare e che le parti in causa abbandonino i calcoli egoistici e di parte e che vengano messe da parte le divisione settarie e le rivalità claniche che troppo spesso rallentano i processi di pace.

 

Articolo di Marco Napoli, reporter della eikonassociazione.com

VAI SULLA PAGINA FB DEL TRIBUNO

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top