La decadenza di MiloneTribuno del Popolo
domenica , 28 maggio 2017
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La decadenza di Milone

Nel lontano e dunque innocuo 52 a.C. il cesariano Clodio trovò la morte lungo la via Appia per mano, sembra, di un certo Milone, navigato politico della scena romana pre-imperiale. Da anni Milone era a capo del partito degli optimates e durante il ventennio che lo vide protagonista nell’agone politico non mancò di attirare su di sé molte critiche, condanne e aspre denunce (che a dire il vero allora non si chiamavano così). Fu dichiarato colpevole dell’uccisione di Clodio, nessun lodo ad personam lo salvò, e fu costretto a mangiare triglie in esilio a Marsiglia. 

Fonte: Oltremedianews

Le inimicizie tra Publio Clodio e Cicerone risalgono ai tempi delle bravate da ragazzi. Durante una cerimonia religiosa esclusivamente riservata alle donne il giovane Clodio, ebbro degli eccessi della gioventù, intrufolatosi nella casa dove si stavano svolgendo i sacramenti, fu ridicolmente scoperto nel suo travestimento da donna da una delle partecipanti al fasto domenicale. Scovato nel suo bunga bunga ante litteram il giovane Clodio chiese aiuto al potente avvocato Nicolò Cicerone, ma egli si rifiutò di difenderlo in sede giudiziaria per un reato così grave. A dire il vero il suo rifiuto non fu dettato da questioni deontologiche, bensì da praticissimi motivi di opportunità politica. Nicolò Cicerone era infatti parlamentare del popolo degli ottimati, guidato da venti anni esatti da un certo Tito Milone, ricco imprenditore romano dedicatosi alla politica forse per sfuggire alle indagini della magistratura, e non poteva certo permettersi di difendere un delinquente di bassa lega.Milone, dal canto suo, aveva una personalità prorompente e decisamente convincente: quando decise di guidare la fazione degli optimates recitò un discorso nel foro carico di parole vibranti come l’onore, l’amore per la patria e la lotta contro icomunisti, che non fa mai male e ha il suo perché in ogni tempo. Il ventennio successivo lo vide diventare premier, pardon volevo dire console, ben quattro volte e nel corso del suo quadruplice mandato egli: ha abrogato le norme sull’evasione fiscale depenalizzando così uno dei reati più diffusi e odiosi, ha fatto sì che molti menestrelli foro-visivi venissero cacciati dalle loro reti, è stato l’unico politico ad essere sia imprenditore che uomo di Stato, ha chiamato “culona” uno dei capi di una potente tribù germanica, ha salvato dal fallimento un’impresa aerea (anche gli antichi romani avevano le “mille miglia”) nel nome del suo popolo salvo poi doverla condurre bruscamente alla liquidazione facendo cadere in rovina migliaia di lavoratori; e ancora: ha rivoluzionato, in peggio, la qualità e la quantità dell’informazione del foro e dei nunzi, ha lottizzato senza ritegno alcuno le poltrone in Senato e i luoghi di comando strategici di imprese ed enti pubblici come il frigidarium, ha detto che le tasse le pagano solo gli stupidi e ha rischiato più volte di portare Roma alla crisi diplomatica con l’estero. E ancora: ha umiliato la reputazione dell’Italia all’estero, togliendo ogni credibilità al popolo che lo amerebbe da venti anni, è stato amico di Gheddafi salvo poi abbandonarlo dopo le rivolte in Libia nell’86. C., è stato sospettato di appartenere alla potente lobby della Pre-2, ha proposto i lodi Alfano, Pecorella e Schifani (forse antesignani degli attuali politici, ma non ve n’è alcuna prova e ci dissociamo da ogni identificazione tra questi e quelli) nel disperato e grottesco tentativo di fuggire lalex romana, ha poi proposto di rimodellare la Costituzione di Romolo sulle sue spalle, si è accompagnato con persone condannate per mafia e, udite udite, è stato anch’egli condannato in terzo grado di giudizio per frode fiscale. Ha poi anche effettivamente eliminato il problema dei comunisti, ma una grande mano gliel’hanno data loro stessi.

Tornando a Clodio e Cicerone, non v’è infondo da stupirsi che ciascuno dei due godesse delle sconfitte dell’altro: il primo riuscì a mandare in esilio il secondo che, a sua volta, non risparmiò di sfoggiare più volte la sua arte retorica in giudizio contro il primo. Un punto di svolta della vicenda si ebbe nel 52 a.C.: mentre passeggiavano lungo la via Appia sotto la calura estiva romana Clodio e Milone si incontrarono a tu per tu. Il primo si dice che fosse accompagnato dai suoi guitti mentre il secondo dai decisamente meno sospetti moglie e figli. Fatto sta che Clodio, forse vedendo in Milone l’alter egodell’odiato avvocato, sfidò il camaleontico politicante a duello e ne uscì malamente sconfitto, anzi diciamola tutta: morìE per di più sotto l’insindacabile e oltremodo ponderato giudizio dei tre gradi della giustizia romana. Accidenti. Milone aveva un conto con la giustizia divina davvero salato, decisamente insanabile, ma alla giustizia terrena aveva sempre creduto di essere immune e persino di poterne disporre a piacimento. Fatto sta che qualche mese dopo si tennero il processo e le esequie. Milone fu condannato e Clodio incensato con quelle spezie dolciastre con cui si soleva onorare i “fu”. Ma Milone, pace all’anima di Clodio, era un politicotto di prima classe e la questione non poteva passare inosservata. La fortuna, o meglio i padri costituenti, vollero che nel Parlamento fosse istituito l’organo della giunta per le elezioni che ha il compito, dopo il voto, di vagliare se gli eletti possono effettivamente esercitare la funzione assegnatagli e, in itinere, deve esprimersi su eventuali cause di incompatibilità sopravvenute tra la carica di parlamentare e il parlamentare stesso. Ilgiorno del giudizio, ovviamente quello terreno, – non scomoderemmo mai i tribunali religiosi – fu più caotico dei quadri di Chagall: nei fori di tutta l’Urbe venivano proiettate interviste e pareri dei colleghi di M., i senatori accigliati discutevano in modo fitto sul futuro del governo tecnico dei consoli, i cittadini attendevano con il fiato sospeso la sentenza e Milone, dalle colonne delle sue foro-visioni secondo una prassi già sperimentata e comunque avendolo già annunciato da qualche giorno, lanciò un accorato appello al suo popolo. Ma qualcosa andò storto, il discorso scritto per lui da Nicolò era particolarmente sgrammaticato, sconclusionato e privo di quella caleidoscopica espressività che aveva caratterizzato molte delle sue invettive. Mentre lo recitava la faccia del Caimano si faceva ogni minuto più legnosa e plumbea, la lingua, come fa l’edera rampicante, si attorcigliava su se stessa senza far distinguere i suoni e i polsi tremavano come Clodio agonizzante dopo il duello. Per farla breve il discorso ovviamente non convinse nessuno e la Giunta votò per la sua decadenza da senatore (questa volta non c’è bisogno di confondersi con l’insieme più generico dei parlamentari). Milone, accusato dell’omicidio, lasciò quindi il suo seggio e fu interdetto ad perpetuum dai pubblici officii (da cui il de officiis).  I passanti lo trovarono emaciato e smunto a Marsiglia, a mangiare triglie sul corpo moribondo della Costituzione e sui troppi buoni intenti morti durante il suo spettrale regno.

Mi sono dilungato, scusate, ma i classici hanno sempre qualcosa da insegnare e sono più interessanti della scialba attualità. L’articolo di oggi parla della decadenza di Berlusconi da senatore, a breve la Giunta del Senato si esprimerà sull’incompatibilità della carica con la condanna. Nelle prossime edizioni maggiori approfondimenti.

 Fabrizio Leone

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