La Decrescita SerenaTribuno del Popolo
mercoledì , 20 settembre 2017
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La Decrescita Serena

La rassegna odierna si occuperà di un argomento molto particolare e affascinante,: la decrescita economica. Mentre l’economia politica occidentale si basa su una visione illuministica di progresso, crescita, consumi (in questa macrocategoria possono rientrare il marxismo, il keynesianesimo e il neoliberismo, seppur ciascuno con i dovuti distinguo), la teoria della decrescita sconfessa il mito della razionalità e della produttività, auspicando un ritorno alla dimensione naturale dell’uomo. Una scommessa di enorme portata sociale e culturale che fa dell’ecologia la sua chiave di volta.

Fonte: Oltremedianews

“La decrescita è una “parola-bomba” che vuole far esplodere l’ipocrisia dei drogati del produttivismo. […] La parola d’ordine della decrescita ha soprattutto lo scopo di sottolineare con forza la necessità “La decrescita è una “parola-bomba” che vuole far esplodere l’ipocrisia dei drogati del produttivismo. […] La parola d’ordine della decrescita ha soprattutto lo scopo di sottolineare con forza la necessità dell’abbandono dell’obiettivo di crescita illimitata, obiettivo il cui motore è essenzialmente la ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale, con conseguenze disastrose per l’ambiente e dunque per l’umanità”. Con queste parole l’economista Serge Latouche, principale esponente del movimento della decrescita economica, apre il suo libro “breve trattato sulla decrescita serena”. A rigore, almeno a livello teorico, secondo Latouche più che di de-crescita sarebbe opportuno parlare di a-crescita, esattamente come si fa con l’ateismo. “In effetti si tratta proprio di abbandonare una fede o una religione, quella dell’economia, del progresso e dello sviluppo, di rigettare il culto irrazionale e quasi idolatra della crescita fine a se stessa”. I promotori della decrescita, non a caso, parlano spesso di tossicodipendenza da crescita, a sottolineare l’assurda e cieca fede che le società industrializzate promuovono nei confronti della crescita economica, della produzione di ricchezza e dei consumi.Secondo la loro teoria, infatti, una simile visione del mondo si è resa responsabile di un duplice crimine: da un lato ha dato vita al cosiddetto homo oeconomicus, una creatura che spende la sua esistenza annaspando tra lavoro, consumo, moda e incapace di autorappresentarsi e di darsi un senso, dall’altro ha cannibalizzato la biosfera e ha avvelenato l’ambiente naturale. Proprio a tal proposito gli economisti della decrescita hanno calcolato che se oggi ogni cittadino del mondo avesse untenore di vita pari a quello di uno statunitense, ci vorrebbero 1,8 mondi come questo per soddisfare le nostre richieste. Il presupposto scientifico che secondo loro nega fermamente il mito della crescita continua è da individuarsi nel secondo principio della termodinamica di Carnot. “Il fatto  che le trasformazioni dell’energia nelle diverse forme (calore, movimento, ecc.) non siano totalmente reversibili – e che dunque si produca il fenomeno dell’entropia – ha necessariamente delle conseguenze su un’economia basata sulle trasformazioni. […] Viene oscurato ad esempio il fatto che i rifiuti e l’inquinamento, pur essendo prodotti dell’attività economica, non rientrano nel processo di produzione così come si è andato determinando”. Venuto meno ogni riferimento a questo presupposto fisico, quindi, l’economia contemporanea si proietterebbe nel mito della crescita illimitata senza considerare l’impatto ambientale inevitabile e catastrofico che essa genera. Una domanda particolarmente brillante sempre presente nei discorsi di Serge Latouche è “come è possibile pensare ad una crescita illimitata se le risorse e la capacità di assorbimento della natura sono limitate?”. Secondo gli economisti della decrescita le nostre società si reggono su un nonsenso ecologico e morale che prima o poi ci condurrà all’autodistruzione.

La decrescita, infatti, è anche una sfida umanistica e culturale. “Per permettere alle società dei consumi di continuare il suo carosello diabolico sono necessari tre ingredienti: la pubblicità, che crea il desiderio di consumare, il credito, che fornisce i mezzi e l’obsolescenza accelerata programmata dei prodotti, che ne rinnova la necessità”. In ultima istanza il crimine capitalista sarebbe dunque proprio questo. Si infonde nelle menti il credo che qualcosa sia assolutamente necessario, si spinge l’individuo a procurarselo e poi lo si convince che il suo nuovo giocattolo è del tutto obsoleto e non più utile rispetto al suo upgrade. Inoltre, questa tensione tra desiderio instillato e insoddisfazione, impedisce agli uomini di appropriarsi del loro tempo. “suus nemo est” (nessuno è padrone di se stesso): la massima senecana combacia esattamente con le parole di Latouche, che propone un ritorno a ritmi più lenti, pre-industriali, più naturali e conformi alle possibilità biologiche dell’uomo. In sintesi si tratta di ripristinare l’alleanza primordiale con la natura, che l’uomo ha compromesso con la suahybris (dal greco: senso di dismisura e trapasso dei limiti naturali dell’uomo). Più gioco e meno lavoro, più meditazione e tempo per sé e meno consumo, più uomini e meno automi.

Ma la decrescita è dunque un proposito retrogrado e anti-tecnologico? I suoi sostenitori sostengono assolutamente di no. Il tentativo di de-economicizzare la mentalità umana e di sfrondarla dal mito di una crescita continua non sono un proposito medioevale, ma l’unica alternativa possibile che non porti all’estinzione dell’uomo nel giro di qualche secolo. Coloro che sposano questa visione del mondo non propongono lotte violente o metodi anarchici per l’applicazione della decrescita, ma hanno stilato un programma ben preciso di cui ora tracceremo un rapido contorno.

La decrescita vuol dire essenzialmente autonomia locale e democrazia diretta all’interno di piccole comunità,delocalizzazioneabbandono dell’industria pesante, abolire i costi del trasporto (cioè consumo di prodotti a  “kilometri zero”, coltivati nello stesso posto in cui sono consumati), rilocalizzazione delle attività (impedire gli spostamenti intra-continentali), restaurazione dell’agricolturaridurre gli sprechi di energia e la pubblicità, stimolare la produzione di “beni relazionali” (come la conoscenza, la cultura, la socialità), decretare una moratoria sull’innovazione tecnico-scientifica (ma non sulla ricerca). Per un programma più dettagliato il lettore curioso può cliccare sul link della paginawww.decrescita.it . Ad ogni modo il programma della decrescita è sintetizzabile nelle cosiddette “8 R”:

1) Rivalutare: “Noi viviamo in società basate sui vecchi valori “borghesi”: onestà, servizio dello stato, trasmissione del sapere, lavoro ben fatto ecc”. Tuttavia oggi questi valori sono solo dei simulacri senza contenuto. Occorre fondare una nuova morale basata su: altruismo, piacere del tempo libero, l’ethos del gioco, importanza della vita sociale, autonomia, solidarietà, ecologia.

2) Riconcettualizzare: “L’economia trasforma l’abbondanza naturale in rarità con la creazione artificiale di mancanza e di mercificazione della natura”. Diventa dunque necessario ripensare le strutture portanti dell’economia.

3) Ristrutturare: “Significa adeguare l’apparato produttivo e i rapporti sociali al cambiamento dei valori”.

4) Ridistribuire: “Ripartizione delle ricchezze dell’accesso al patrimonio naturale tanto tra il Nord e il Sud quanto all’interno di ciascuna società”. In tal modo si riduce il mito consumistico e lo strapotere dei giganti della produzione. Inoltre il Nord del mondo deve assumersi le sue responsabilità ecologiche e smetterla di contrarre “debiti ambientali con il Sud”. Ridistribuire le risorse significa ridurre drasticamente l’emissione pro capite di inquinamento.

5) Rilocalizzare: “Significa evidentemente produrre in massima parte a livello locale i prodotti necessari a soddisfare i bisogni della popolazione, in imprese locali finanziate dal risparmio collettivo raccolto localmente”. La rilocalizzazione consiste nell’ancorare e legare al proprio territorio la popolazione che lo abita.

6) Ridurre: “Ridurre significa in primo luogo diminuire l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare”. Non si tratta però solo di una riduzione della produzione materiale, ma anche del turismo di massa che, come dice il “Financial Times”, “è il nemico mondiale numero 1 dell’ambiente”. Non si tratta di negare l’istinto di conoscenza e di arricchimento culturale dell’uomo, che non deve assolutamente venire meno, quanto piuttosto di contrastare il “muovismo”. La mania di muoversi sempre più spesso per andare sempre più lontano, foraggiato dai media e dalle lobby turisitiche, deve essere riconsiderato. Il turismo di massa, infatti, spettacolarizza i luoghi da visitare, facendoli diventare un grande circo e facendogli smarrire la propria identità. Senza considerare che inquinare troppo oggi, vorrà dire non muoversi più domani.

7/8) Riutilizzare e Riciclare: “Nessuna persona di buon senso contesta la necessità di ridurre lo spreco sfrenato, di combattere l’obsolescenza programmata delle attrezzature e di riciclare i rifiuti non direttamente riutilizzabili”.

Gli stessi fautori di questo programma riconoscono che esso non può avvenire drasticamente, ma è necessario che inizi a fare breccia tra la sensibilità della gente per scalzare progressivamente il credo liberista-consumista-capitalista. Il progetto dunque  non è rivoluzionario, nel senso romantico o massimalista del termine, dal momento che si propone di perseguire tale fine in modo parlamentare e politico, ma certamente implica uno stravolgimento di tutta la tradizione di economia politica dall’800 ad oggi in Occidente.

I sostenitori della decrescita, inoltre, credono che la rinascita da loro promossa possa partire dai Paesi del terzo mondo, ancora nono contaminati da certe logiche (che però subiscono loro malgrado senza poter reagire). Latouche e il suo seguito si augura che il Sud del Globo non si faccia suggestionare dai miti della produttività, della crescita e del benessere che sul lungo periodo si rivelano immancabilmente effimeri. La convivialità, la socialità e il ludus, che secondo lui albergano ancora puri nelle comunità pre-capitalistiche, sono un patrimonio da salvaguardare e da promuovere, per evitare che gli uomini vengano fagocitati nella spirale consumistica. Demitizzare la produzione e svelarne le trame più subdole, sarebbe quindi l’unica via di sopravvivenza per la specie umana.

La sfida teorica è certamente di vastissimo respiro culturale e antropologico. Per maggiori approfondimenti rimandiamo alle pubblicazioni di Serge Latouche e di Luca Mercalli, scienziato e metereologo italiano che sposa la decrescita.

Fabrizio Leone

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