La disputa decisiva in BrasileTribuno del Popolo
sabato , 27 maggio 2017
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La disputa decisiva in Brasile

Il secondo turno elettorale in Brasile, previsto per domenica 26 ottobre, è probabilmente uno dei momenti più decisivi che si sono trovati ad affrontare i governi post-neoliberali della regione negli ultimi anni.

Sebbene negli ultimi due decenni la polarizzazione politica in quel paese si sia espressa nel confronto tra il Partito dei Lavoratori (PT) e il PSDB (conservatore e neoliberale), queste elezioni presentano caratteristiche singolari a causa del forte ruolo che i media egemonici – avversi nella loro maggioranza al governo di Dilma Rousseff – hanno giocato da agosto, prima dando corpo alla candidatura di Marina Silva – la stella sfuggente -, poi “lasciandola cadere” alla luce degli ultimi sondaggi precedenti il primo turno, e mettendo in primo piano la figura di Aécio Neves quando si è compreso che sarebbe stato l’avversario del PT al secondo turno.

Non c’è niente di meglio che analizzare le ultime dichiarazioni di Francisco Henrique Cardoso per comprendere la dimensione che assumerà la disputa nel ballottaggio. Ha affermato l’ex presidente brasiliano, del PSDB, che “non è perché sono più poveri che votano per il PT, ma perché sono meno informati”. Queste dichiarazioni, infelici ed elitiste, hanno avuto una rapida replica del tandem Lula-Dilma, che hanno subito messo in evidenza le politiche sociali avviate durante i loro governi.

“Questa storia secondo cui i nostri voti sono di persone ignoranti dimostra pregiudizio e ignoranza”, sono state le prime parole della candidata del PT, durante un comizio a San Salvador de Bahia. “Siccome costoro non danno importanza al popolo, si limitano a instillare odio”, ha affermato Rousseff, chiedendo di “votare a favore della verità, della speranza. Andiamo a votare contro la menzogna e l’odio”, nel secondo turno con Aécio Neves.

Lula ha anche polemizzato con Cardoso, che gli ha fatto indossare la banda presidenziale nel 2002. “E’ deplorevole il preconcetto che ha dopo un processo democratico così importante”, ha affermato Lula, che subito dopo è andato al sodo, dicendo che “oggi il cittadino del nord est cammina a testa alta, perché non è più trattato come un cittadino di seconda categoria. Dei 20 milioni di posti di lavoro creati durante i nostri governi, quasi il 20% sono nel nord est”.

L’affermazione di Lula ha a che vedere con l’ampio consenso che il PT ha ottenuto nel nord e nel nord est del paese, precisamente con i voti di quelli a cui faceva riferimento Cardoso. L’ampio margine ottenuto dal PT, con il 78% in media nei 150 municipi beneficiati dalla “Borsa Famiglia”, ad esempio, può essere definito “disinformazione”?

La cosa interessante nelle parole di Cardoso è che ha messo a nudo un confronto politico, ideologico e programmatico che, con Marina Silva, sembrava più problematico per il PT. Inoltre, emergono due modelli di governo che si sono visti all’opera: quello di Cardoso, conformato al ciclo neoliberale di metà anni 90, e quelli di Lula-Dilma, che hanno fatto parte dell’insieme dei governi post-neoliberali che stanno sperimentando politiche di sviluppo autonome. La disputa del 26 ottobre, pertanto, sarà cruciale non solo per il Brasile, ma per l’America Latina nel suo insieme, che concentrerà la sua attenzione sul gigante sudamericano per verificare se esiste una continuità del processo di cambiamenti iniziato dodici anni fa, o se al contrario ci troviamo di fronte alla restaurazione conservatrice.

Traduzione di Marx21.it

Juan Manuel Karg | da www.alainet.org

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