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domenica , 24 settembre 2017
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La dittatura dello Spread

Da oltre un anno ormai si parla in tutti i modi di spread, crisi, eurozona e del tracollo finanziario che rischia di colpire i paesi mediterranei del continente. Rigore e austerity sono le parole d’ordine invocate per contrastare la crisi, ma siamo davvero sicuri che servano? E se lo spread fosse un problema strutturale? Se così fosse starebbero tagliando inutilmente, impoverendo migliaia di persone senza risolvere i motivi della crisi.

Il governo tedesco lo ha detto chiaro: non si farà trascinare dai paesi mediterranei e si opporrà in modo netto a nuovi aiuti. Dopo aver fornito aiuto alla Grecia infatti ( e a che prezzo per i greci!), dopo aver ceduto di fronte ai salvataggi di Irlanda e Portogallo e aver progressivamente accettato di aumentare in qualche modo i fondi salva-stati e salva-banche, Berlino ha deciso di dire basta e lasciare che Spagna e Italia se la vedano da sole. Così si va avanti come un treno lanciato a folle velocità verso un burrone,  e le misure di austerity e di tagli indiscriminati servono solo a rallentarlo il treno, che però è anche in discesa, e così facendo precipiterà comunque. Se vi sembra una metafora ardita ripensate, almeno per un momento, alle parole di Karl Marx, il filosofo di Treviri, che più di un secolo fa aveva già teorizzato che il capitalismo avesse insito dentro di sè i germi della crisi finanziaria. Prendendo per buona l’analisi marxista quindi, la crisi speculativa e finanziaria che ha travolto l’Occidente negli ultimi cinque anni non sarebbe  frutto di azioni sconsiderate dei cattivoni della finanza, bensì sarebbe il naturale epilogo dell’evoluzione di un sistema economico che ha sempre portato dentro di sè i germi della crisi economica. Marx infatti teorizzò che un’economia drogata dalle speculazioni avrebbe portato inevitabilmente a una crisi economica, e già nell’Ottocento teorizzò persino che al manifestarsi di questa crisi gli esperti e gli economisti non avrebbero messo in discussione il capitalismo, anzi, avrebbero additato nel comportamento immorale e speculativo di qualche singolo il motivo scatenante della depressione.  E oggi, nel 2012? Oggi a ben guardare accade lo stesso. Nessuno mette in discussione il pensiero unico del mercato e del capitalismo imperante, e la crisi economica viene infatti presentata come figlia delle speculazioni e della finanziarizzazione sfrenata degli ultimi anni. Nessuno ammette che è una crisi che forse era già scritta, inevitabile se non mettendo in discussione lo stesso sistema economico mondiale. Si preferisce così tagliare, invocare l’austerity e il rigore nel tentativo di abbassare il debito pubblico, ma sono mosse vuote e soprattutto inutili. Inutili perchè tagliare lo stato sociale, abbassare gli stipendi e aumentare le tasse serve solo a raccattare somme che per ripianare il debito sono insufficienti, ma in compenso bastano eccome a rovinare le fasce più deboli delle società europee. E soprattutto tagliare il welfare e impoverire la popolazione in nome dell’austerity, prendendo per buona l’intuizione di Marx, non servirà a nulla nemmeno per risolvere la crisi dal momento che i malfunzionamenti e le contraddizioni strutturali perdureranno essendo proprio intrinseche allo stesso capitalismo, che non è mai stato realmente messo in discussione. Si preferisce guardare il “dito” della spesa pubblica e non la “luna” di un sistema che sarebbe destinato a riprodurre ciclicamente crisi di sovrapproduzione. Quello che non dicono è che Monti e il suo governo con i loro tagli non stanno migliorando il futuro dell’Italia, anzi. Il futuro dell’Italia, così come quello della Grecia o della Spagna, perdurando questo sistema economico, sembra segnato senza una inversione di tendenza che però Monti, Fornero e i pasdaran del neoliberismo non hanno alcuna intenzione di imprimere. E infine una riflessione: Al “pensiero unico” che si è imposto in economia come nella cultura, per quanto tempo sarà permesso di fare danni prima di venire messo, finalmente, in discussione?

Gb

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