La Domenica Economica. Dall’economia delle regole a quella dei giudiziTribuno del Popolo
martedì , 24 gennaio 2017
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La Domenica Economica. Dall’economia delle regole a quella dei giudizi

La Domenica Economica. Dall’economia delle regole a quella dei giudizi

Rating e outlook, giudizi e previsioni: gli stati, più che sovrani, sembra che stiano diventando sempre più degli scolaretti obbedienti ad alcune regole, spesso non scritte, per paura di un brutto voto. L’economia delle regole si sta trasformando in una sorta di scienza oracolare.

Fonte: Oltremedia

Che gli economisti liberisti si comportino come se la storia e le istituzioni non esistessero è un fattore tendenzialmente noto. Dato solitamente meno percepito è che queste élites economiche stiano effettivamente facendo in modo di poter operare come se la storia e le istituzioni non fossero mai realmente esistite. A sei anni dall’inizio dell’attuale crisi finanziaria molti Paesi europei hanno insignito di enormi poteri la Bce, che ha maturato un’ingerenza inimmaginabile nella politica monetaria dei singoli stati, e hanno elevato il semplice giudizio di merito delle agenzie di rating a stella polare della politica interna. Si pensi che la pioggia incessante di pareri, previsioni e stime sia dell’una che delle altre ha persino portato l’Italia, con la legge costituzionale del governo Monti n.1 del 20/04/2012, a inserire nella carta costituzionale il conseguimento (o forse sarebbe meglio dire l’inseguimento) del pareggio di bilancio (artt. 81, 97, 117 e 119). Questo fatto dà un notevole spunto di riflessione su almeno due temi. Come mai un governo, mai insignito dai cittadini di tale potere, ha modificato la Costituzione senza il loro parere? E ancora, come possiamo dimostrare che demandare la politica economica interna ad organi non eletti (e spesso nemmeno governativi) sia effettivamente necessario e auspicabile? Alla prima domanda nessuno faticherà a rispondere “perché è previsto nella stessa Costituzione”. Non sarà elegante, ma è sostanzialmente corretto. Sul secondo punto invece la questione è nettamente più spinosa.

Oltre che da un punto di vista strettamente tecnico, la questione merita soprattutto di essere investigata sotto un profilo teorico. Al di là dei trattati internazionali che assegnano una porzione più o meno cospicua di potere alle banche centrali, nel nostro caso la Bce, è innegabile che spesso queste agiscano nel limbo che intercorre tra la legislazione e la prassi. I resoconti della Banca Centrale Europea vengono spesso decantati come sentenze oracolari su cui incentrare l’intera politica nazionale con effetti che vanno ben al di là di quella monetaria, mentre il Verbo delle agenzie di rating fa tremare anche coloro che non sanno minimamente chi siano e come funzionino questi enti. Un oracolo a tutti gli effetti, magari un po’ ammodernato e informatizzato, ma pur sempre circondato dalla tipica aura sacrale. Come ha detto Paul Tucker [1], vicedirettore della Bank of England, la “principale ragione che porta ad affidare questi giudizi ad enti non eletti (n.d.r. Tucker parla principalmente delle banche centrali) va ricercata nel fatto che per raggiungere e mantenere la stabilità (n.d.r economica) occorre concentrarsi sul medio termine, anche se i passi che saranno compiuti in tal senso dovessero talvolta fiaccare l’economia nel breve termine. […] Questo è il motivo per cui la società civile, a buon diritto, è così interessata a come le banche centrali non elette gestiscano i problemi anche nel breve termine”. Della serie, “nel lungo termine siamo tutti morti” ma anche nel breve non stiamo poi tanto meglio.

La deregolamentazione dell’economia, come già detto, mira proprio a comportarsi come se la storia e le istituzioni non avessero alcuna importanza e dove non esiste una legge “cieca e imparziale” si creano, come constatiamo ogni giorno, anfratti torbidi in cui sguazza ogni tipo di interpretazione malsana. E senza scomodare Hobbes, quando vige la regola del più forte il risultato è sempre scontato. Ovviare a questo problema non è affatto semplice, soprattutto se le dirigenze economiche e politiche creano vincoli poligamici a tutto tondo, ma se non riaccendiamo il dibattito su questi temi rischiamo di trovarci morti sia socialmente che intellettualmente, oltre che nel lungo termine come arguiva a buon diritto Keynes, anche nel medio, nel breve e nel brevissimo periodo.

 Fabrizio Leone

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