La fascinazione "Ottomana" di Erdogan e la complicità dell'EuropaTribuno del Popolo
venerdì , 28 luglio 2017
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La fascinazione “Ottomana” di Erdogan e la complicità dell’Europa

La Turchia negli ultimi anni con Erdogan ha mostrato una aggressività inconsueta in politica estera accompagnata da sempre maggiore intransigenza e autoritarismo in politica interna. Come sottolineato anche dal “The Guardian” forse a causa di un secolare complesso di inferiorità Erdogan sembra vedere se stesso come colui che ha l’incarico di far ritornare l’Impero Ottomano, ma nonostante l’Europa sembri lasciarlo fare, il rischio è quello di trascinare l’intera Turchia nel caos. 

Quanto sta accedendo in Siria sta mostrando per certi versi quanto l’Europa sia completamente incapace di assumere qualsivoglia posizione. Anzi sembra quasi non voler contare nulla e di questo se ne approfitta la Turchia di Erdogan che, a detta di molti, è stato colto negli ultimi anni da quella che si potrebbe tranquillamente definire una vera e propria “fascinazione Ottomana”. Il riferimento è proprio all’Impero Ottomano che un certo nazionalismo turco vorrebbe rinverdire e Erdogan negli ultimi anni ha portato avanti un autoritarsimo in politica interna condito da una aggressività su larga scala in politica estera. Non era sempre andata così, e infatti fino a cinque o sei anni da i giudizi su Erdogan, non certo positivi, non era comunque negativi come quelli odierni. Nessuno probabilmente immaginava che Erdogan avrebbe realizzato una involuzione autoritaria di queste proporzioni, e nessuno immaginava che Ankara potesse decidere di inserirsi nelle crepe delle Primavere Arabe realizzando una vera e propria politica di potenza regionale.

Di questo sembra essersene accorto anche il The Guardian che in un editoriale di Norman Stone ha suggerito come le mire Ottomane di Erdogan potrebbero rivelarsi alla lunga pericolose per la stessa tenuta della Turchia. Del resto le accuse a Erdogan di volersi atteggiare a nuovo Sultano risalgono sin al 2012, a significare che Ankara ha cominciato a ingerire negli affari interni della Siria già da diverso tempo. Erdogan ha investito a piene mani nel regime change in Siria, e per qualche motivo ha creduto fin da subito di avere una sorta di diritto naturale sulla Siria come ricordato dallo stesso Stone che ha scritto senza mezzi termini: “Attendendo la caduta di Assad non ha fatto nulla per fermare la guerra civile che stava montando, e ha dato ospitalità a oltre due milioni di rifugiati che hanno superato il confine“. Probabilmente Erdogan pensava accettando i rifugiati di fare una mossa propagandistica in vista di una rapida caduta di Assad, ma la caduta di Damasco non è arrivata lasciandolo con la patata bollente dei profughi e con la questione dei curdi da gestire.

Il problema è che la regione sud-est della Turchia e il nord della Siria sono regioni a maggioranza curda, e si tratta di una regione che i turchi per qualche motivo ritengono propria anche se prima di Erdogan nessuno aveva mai pensato di mettere in atto delle politiche estere aggressive per “riprendersele”. Dopo un breve periodo di alleanza con la Russia alla fine della Seconda Guerra Mondiale la Turchia si unì alla Nato e ha preso parte alla Guerra di Corea. Non solo, Ankara ha anche ricevuto parte dei soldi del Piano Marshall e ha ottenuto un accesso privilegiato ai mercati europei e al mercato del lavoro tedesco, il che ha reso l’economia turca più florida. Come ricordato da Stone nel 1950 in Turchia si sono tenute libere elezioni e il governo uscito vittorioso ha cominciato ad assicurarsi popolarità sdoganando posizioni islamiche che nel passato repubblicano erano state marginalizzate.

In passato infatti il governo repubblicano, che non era ostile alla Russia, aveva costruito per tutta la Turchia delle “case del popolo” basate sul modello sovietico per alfabetizzare i villaggi e insegnare letteratura e cultura, rappresentando una alternativa al monopolio degli imam. Negli anni Cinquanta invece tutto questo è finito e il governo ha cominciato a chiudere le case del popolo e ad aprire le moschee, che oggi infatti sono più di 80.000 in tutto il territorio turco. Secondo la tesi di Stone, surrogata peraltro da dati reali, le moschee sono divenuti dei centri popolari e anche dei centri in grado di mobilitare migliaia di voti. Insomma in Turchia il fallimento della sinistra si è concretizzato con il fallimento di costituire delle alternative alle moschee, e alla lunga l’esercito ha assunto il ruolo un tempo esercitato dalla sinistra impedendo che l’educazione ad esempio diventasse interamente dominata dalla religione coranica.

Ecco quindi che il terreno era ferite per Erdogan e il suo partito religioso Akp, non a caso proprio il premier turco ha cominciato ad aiutare tutti i vari Fratelli Musulmani sparsi nel mondo arabo e in Medio Oriente con lo scoppio delle Primavere Arabe. Sempre Stone sul Guardian a questo riguardo ha scritto molto chiaramente: “E‘ ovvio che lo Stato Islamico ha ricevuto aiuti dalla Turchia, da quando la deposizione di Assad è divenuta una priorità per Assad, sebbene l’editore rispettato di uno dei più importanti giornali del paese sia stato arrestato e processato per averne pubblicato le prove“. E il bello è che Erdogan non sembra avere alcuna intenzione di fermarsi, ossessionato ad esempio dalle rivendicazioni dei curdi, che reclamano a gran voce una soluzione alla loro condizione di minorità nei confronti dei turchi. Secondo Stone Erdogan ha portato Ankara a questo punto per un complesso di inferiorità, ma anche per megalomania.

Per questo si è forse lasciato sedurre dal passato dell’Impero Ottomano del sedicesimo secolo, quando la Russia non era certo la superpotenza di oggi. E l’aggressività di Erdogan nei confronti di tutti potrebbe essere anche un atto di suicidio politico in quanto con il suo atteggiamento ambiguo nei confronti dell’Isis Ankara sta perdendo ogni credibilità agli occhi del mondo e rischia di finire isolata da tutti. Insomma ormai la politica estera di Erdogan sembra aver raggiunto un punto di non ritorno, e nonostante l’Europa assecondi i suoi disegni di potenza per debolezza interna, la sensazione è che gli Usa difficilmente scateneranno la Terza Guerra Mondiale con la Russia solo per accontentare i disegni di potenza del Sultano Erdogan. Ma l’Europa comunque deve assumersi le sue colpe, con la Merkel che si è presentata con il cappello in mano ad Ankara per chiedere aiuto ai turchi sui rifugiati, recitando esattamente la parte che Erdogan si aspettava recitasse. E fingendo di non vedere il massacro dei curdi e le violazioni del diritto internazionale della Turchia, che bombarda impunemente in Siria i curdi in barba a ogni rispetto della sovranità, l’Ue ne diventa inevitabilmente complice.

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Tribuno del Popolo

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