La Fiat, le ristrutturazioni monopoliste e l’unità della classe operaiaTribuno del Popolo
mercoledì , 20 settembre 2017
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La Fiat, le ristrutturazioni monopoliste e l’unità della classe operaia

Fiat-Chrysler sposterà a Londra la sua sede fiscale: il Regno Unito è notoriamente un’isola offshore, grazie alle giurisdizioni segrete del suo regime fiscale.

Fonte: Marx21.it

In una visita a Chieti di qualche mese addietro, Sergio Marchionne, maggiordomo della Famiglia Elkann/Agnelli, ha dichiarato davanti agli operai Sevel che i profitti Fiat si sono triplicati rispetto a dieci anni fa.

La recente acquisizione di Chrysler ha fatto strepitare di giubilo Governo, “opposizioni”, buona parte di sindacati, mentre dall’altro lato settori anarco-sindacalisti denunciano una serie di scoperte fantasmagoriche: come nelle ultime pagine di un emozionante romanzo giallo, veniamo a sapere che la Fiat sarebbe stata clamorosamente assorbita dagli americani, il tutto condito dalle solite litanie sull’incapacità aziendale di competere sul mercato e di non saper investire in nuovi modelli che sbaraglierebbero la concorrenza.

Sono concezioni estranee al proletariato che, comunque le si vedano (da destra o da sinistra), mostrano un limite nel pensare e nel vedere la crisi e lo sviluppo delle contraddizioni del modo di produzione entro gli schemi della socialdemocrazia.

Il processo di concentrazione monopolista avviene in perfetta organicità con la diversificazione delle strategie di investimento del Gruppo Fiat, che ormai abbracciano svariati interessi: dall’auto al terziario, dalle telecomunicazioni al turismo, dai beni di lusso alle armi e alla finanza.

La stessa finanziarizzazione dell’economia è un difetto interpretativo, perché essa è un aspetto esterno della crisi, un effetto del fondamentale assetto del modo di produzione del sistema borghese: la vera natura delle crisi economiche rientra nel significato scientifico e marxista del plusvalore, nella ricerca del massimo profitto e nella conseguente limitazione di consumo delle masse.

La corsa al massimo profitto da parte dei monopolisti riduce continuamente il potere d’acquisto dei lavoratori, determinando crisi di sovrapproduzione relativa, a cui si risponde dirigendo le proprie strategie e gli investimenti laddove il mercato è solvibile, riducendo i volumi di produzione e causando una immane distruzione di forze produttive, umane e materiali. Nell’attuale fase di sviluppo capitalista, di tipo monopolista, le economie nazionali non costituiscono più come un tempo entità autonome, ma sono anelli delle grandi filiere multinazionali: altro che Fiat incapace e preda degli americani!

Alla triplicazione dei profitti del Gruppo corrisponde un aumento costante della cassa integrazione e della disoccupazione, infatti la crisi strutturale scatenata dall’accumulazione monopolista si esprime restringendo le attività e la base produttiva; gli investimenti non sono sinonimo di occupazione, perchè all’efficienza aziendale e all’aumento dei fattori di produzione e dei profitti non corrisponde un aumento del numero di lavoratori impiegati nel processo produttivo.

Se prendiamo ad esempio lo stabilimento Fiat di Mirafiori, è interessante verificare come nel 1980 i lavoratori impiegati erano 60 mila, nel 1995 erano scesi a circa 24 mila unità, per passare ai 9.900 del 2002 fino agli scarsi 5.400 lavoratori del 2012.

Termini Imerese, oggi sotto minaccia di chiusura, è passata dai quasi tremila operai del 1995 agli scarsi 1100 odierni.

Nel complesso, Fiat impiegava in tutta Italia circa 250 mila operai nel 1980, di cui circa 130 mila nelle fabbriche di Torino e provincia (Lingotto, Mirafiori, Rivalta..). Nel 1995 i dipendenti complessivi erano scesi a 55 mila circa, per arrivare ai 28.500 del 2002. Oggi lavorano in Fiat scarsi 24 mila operai, la maggior parte dei quali in cassa integrazione.

La cosiddetta “crisi” della Fiat è parte del processo di concentrazione e ristrutturazione monopolista, processo che si sviluppa anche attraverso la complicità di governi asserviti, che nel corso degli anni hanno supinamente finanziato e finanziano gli investimenti per la riorganizzazione del Gruppo.

Pesanti ristrutturazioni monopoliste investono la classe operaia europea, basti guardare le vertenze Fiat, Peugeot, Renault, GM con Opel, e questo solo per il settore auto: grandi case saranno ancora assorbite, con risultati devastanti in termini di perdita di posti di lavoro.

Ciò impone una riflessione: se la classe operaia e i lavoratori restano isolati divisi e ostaggi di anguste visioni nazionaliste e localiste, se non sconfiggeranno definitivamente le letture di elementi piccolo-borghesi che, influenzati e plagiati dalla classe dominante, occultano il concetto di classe all’interno dei partiti comunisti, spingendo da un lato verso visioni globaliste, dall’altro alimentando pericolosi nazionalismi e settarismi, la sconfitta politica dei comunisti non si arresterà: di effimera consolazione potrà essere la crescita qui e là di qualche partito comunista in qualche singola nazione, perchè ciò, in definitiva, non sortirà effetti positivi sul piano generale dello scontro di classe: oggi non è più possibile condurre vittoriosamente lotte all’interno di ristretti ambiti nazionali, infatti le contraddizioni che si sviluppano  avvengono a livello continentale. In effetti assistiamo ad una fascistizzazione progressiva e costante dell’Europa, che sospinge il continente verso guerre civili.

Il risultato complessivo di queste deviazioni teoriche porta a escludere i lavoratori e quindi indebolire i comunisti, e lo sbocco finale si consuma nell’appellarsi e  nell’accodarsi alla società civile, ai movimenti, agli intellettuali piccolo-borghesi, negando la centralità del ruolo della classe operaia nel conflitto capitale-lavoro, ignorando il concetto della produzione ed il controllo di essa.

La classe operaia deve dunque recuperare la sua funzione dirigente nei partiti comunisti e di sinistra, per un coordinamento europeo delle lotte, rafforzando a livello continentale lo schieramento di classe. Solo l’unità d’azione a livello europeo della classe operaia, dei lavoratori e dei comunisti potrà difendere il posto di lavoro degli operai di Termini Imerese e Mirafiori.

L’esperienza degli ultimi cinquant’anni di lotte ci ricorda inoltre la validità di una fondamentale tesi marxista-leninista, cioè il legame organico e dialettico che deve intercorrere tra la lotta per le rivendicazioni immediate e la lotta politica della classe operaiaverso una società di tipo nuovo: ai devastanti piani di distruzione di forze produttive del monopolismo la classe operaia risponda lottando per aumentare la base produttiva, per imporre presenze azionarie pubbliche in Fiat e negli altri complessi apicali privati, fino a sottrarli definitivamente al dominio dei monopolisti.

L’internazionalizzazione della lotta della classe operaia e dei lavoratori, l’allaccio di un nuovo sistema di alleanze con la borghesia democratica sono passaggi fondamentali nell’epocale scontro che il proletariato conduce oggi contro l’oligarchia monopolista. Coinvolgendo ampi settori di società, istituzionali e culturali, il proletariato lotterà per rompere l’isolamento in cui esso è confinato, e attraverso questa nuova e più alta unità si apriranno prospettive concrete di lotta per la presa del potere politico.

Erman Dovis, comitato centrale del PdCI

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