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domenica , 22 gennaio 2017
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La filosofia dello spreco

Da tempo ormai va avanti una campagna per salvare la biblioteca dell’Istituto degli studi Filosofici di Napoli. Ma negli anni, l’ente gestito dall’avvocato Marotta, finanziamenti ne ha avuti. Come sono stati spesi i soldi? Perché il gotha dell’intelligentia italiana si schiera con l’avvocato partenopeo? Oggi vogliamo andare controcorrente e denunciare una vicenda di sprechi. 

Tratto da http://oltremedia.weebly.com/

Uno degli articoli di terza pagina che, da qualche tempo, riscuote maggior successo e presenza sui quotidiani nazionali, riguarda la vicenda dell’Istituto Italiano di Studi Filosofici, con sede a Napoli, la cui biblioteca rischia di venir sfrattata. Il tono degli articoli, in generale, è di forte sostegno motivato dall’importanza storica, culturale, educativa, della biblioteca dell’Istituto. Vengono ricordati i pregiati volumi conservati negli scaffali di via Monte di Dio. Poi si inizia con gli attacchi e le accuse: a questo governo scriteriato e nemico della cultura che vuole ridurre le menti a contenitori vuoti e che non capisce che la crescita economica passa anche dalla crescita culturale, agli enti locali che sperperano, rubano, bruciano i soldi pubblici, dei cittadini, in cattedrali nel deserto inutili e corsi di formazioni dai nomi stralunati, invece di investirli nella “cultura che funziona”, ma gli strali, dei difensori dell’Istituto, si scagliano contro la generalità di questa società consumista, pressappochista, nozionista etc, in cui il libro e la lettura diventano dei nemici (a tal proposito merita l’articolo di Bodei sul Sole 24 ore che per dare slancio alla sua filippica parte dalla Cina dei Ming passando per i sempreverdi nazisti che bruciavano i libri).
Costruita l’accusa si passa poi alla difesa che inizia con la venerazione del padre padrone dell’Istituto, l’avvocato Marotta, il deux ex machina della cultura napoletana degli ultimi 50 anni, l’ultimo baluardo bibliofilo nella società dell’e book, un Cirano che lotta contro i poteri forti per amore del sapere e della sua trasmissione alle giovani generazioni. Così in difesa dell’ultra ottuagenario avvocato inizia il tam tam di voci di sostegno che racchiude il meglio del peggio del pensiero radical italiano, in testa l’immancabile Saviano, ormai il mammasantissima di ogni crociata culturale, subito dietro Vattimo, Zagrebelsky, Chiesa etc. e come ogni battaglia intellettualoide che si rispetta scatta la petizione, la raccolta firme in cui troneggiano, a mo di sponsor, i nomi di cui sopra e tanti altri ancora. In soldoni, la questione è sempre la stessa, per l’ennesima volta il salotto della sinistra – che chiacchiera di “beni comuni”, “pensieri deboli”, “democrazia liquida”, ed altri slogan da “aperitivo al Pigneto” – intraprende una guerra culturale in difesa di un sapere che è, inutile nascondersi dietro un dito, autoreferenziale, chiuso nell’incomunicabilità verso il cittadino medio, auto compiaciuto di sé e della propria purezza che nega qualsiasi forma di dialettica contraria, e che, soprattutto, manca di obiettività ed imparzialità nel comunicare le “questioni scomode”.
Infatti nella vicenda dei tagli alla biblioteca napoletana emergono molte criticità nei confronti sia dell’Istituto sia della sua guida l’avvocato Marotta. È un dato di fatto che tramite i vari intrallazzi bipartisan che un soggetto come Marotta – esponente di primo piano della classe dirigente partenopea dal dopo guerra ad oggi – ha intessuto nel corso della sua carriera, l’Istituto ha ricevuto, dall’epoca del governo Ciampi, 1993, finanziamenti a pioggia. Difatti si parte da, per l’appunto, Ciampi che strappa, durante il suo governo, un assegno a Marotta di 10 miliardi di lire prelevati direttamente dall’8 x 1000. Il primo governo Berlusconi abbassa il finanziamento (sarà perché Marotta è un ex PCI area migliorista) a “soli” 5 miliardi e tale cifra sarà quella incassata annualmente dall’istituzione marottiana fino ad oggi, se si esclude un “regalo” di 2 miliardi in più deciso dal governo Dini. A questi soldi si aggiungono quelli della regione Campania, della Provincia e del Comune di Napoli, regolarmente versati all’Istituto. Ma a cosa servivano questi finanziamenti?
Probabilmente a pagare gente proprio come Vattimo, Bodei e altri dei firmatari che per una settimana di seminari potevano prendere fino a 150.000 euro, il che spiega la loro “indignazione” nel vedere i tagli all’istituto. Inoltre non si spiega come mai Marotta abbia rifiutato le offerte dei comuni di Napoli, Casoria, Avellino e tanti altri disposti ad ospitare la biblioteca sfrattata. Probabilmente Marotta & friends mal sopportano di vedere un ente pubblico che possa esercitare qualche tipo di controllo sui fondi dell’istituto nonché veder perdere la parte di fondi destinata a pagare l’affitto del lussuosissimo palazzo nobiliare di via Monte di Dio. L’indignazione della “casta” degli intellettuali diventa tanto maggiore quanto gli sfiora il portafoglio o il portafoglio degli amici, altrimenti non si spiegherebbe perché non gli venga in mente di proporre come almeno parte di queste risorse finanziare non debbano essere dirottate sulla ricerca pubblica, anziché su un ente privato, oppure di proporre una graduatoria di merito per l’assegnazione dei finanziamenti, con un bando di gara che valuti il progetto di ogni ente privato ed assegni i soldi in base all’oggettiva utilità pubblica della ricerca proposta dall’ente. Perché, con buona pace di Marotta, mentre l’istituto percepiva frotte di denaro per organizzare convegni sulla “Ceramica di Vietri sul mare” (che di filosofico hanno poco), l’Istituto Internazionale di Genetica e Fisica, fondato da Buzzati Traverso – per fare un esempio -  che doveva essere il fiore all’occhiello del rilancio della scienza nel sud, è relegato in una baraccopoli nei pressi dello Stadio San Paolo. A tal proposito nessun si indigna. Forse perché nessuno ci guadagna!
 di Antonio Siniscalchi
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