La generazione perduta degli anni '80 e il lavoro che non c'èTribuno del Popolo
lunedì , 29 maggio 2017
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La generazione perduta degli anni ’80 e il lavoro che non c’è

I nati negli anni Ottanta dovranno lavorare fino a 75 anni per avere una pensione di molto inferiore a quella delle generazioni precedenti. Una generazione perduta che non solo non riesce a inserirsi nel mondo del lavoro, ma quando lo fa ha a che fare nella maggior parte dei casi in lavori precari. Una generazione esclusa da tutto ma forse anche l’ultima generazione ad essere stata cresciuta con certi valori, l’ultima generazione in grado di rendersi conto del peggioramento sotto tutti gli aspetti della nostra società.

Chi è nato negli anni Ottanta lo sapeva già, non ci voleva certo l’annuncio del presidente dell’Inps Tito Boeri che forse avrà se non altro avuto il merito di portare il problema della “generazione perduta” degli anni ’80 sul tavolo della politica, squarciando il velo del silenzio. Ma chi è nato negli anni Ottanta forse non ha nemmeno il tempo di indignarsi o di informarsi dal momento che essere giovani oggi, in Italia, significa svegliarsi ogni mattina, sfogliare offerte di lavoro indegne di un paese civile, uscire con la solita cartella piena di curriculum e magari tornare a casa al pomeriggio tardi pregando che qualche call center o qualche azienda di “dialogatori diretti” si decida a proporre un contratto precario. Per carità c’è anche chi lavora, fortunato, ma di certo non ha mai pensato alla pensione, un miraggio troppo lontano anche solo per immaginarlo. E leggendo i titoli dei giornali che parlano dei nati negli anni Ottanta che dovranno andare in pensione a 75 anni ci viene quasi da ridere, ci voleva Boeri perchè l’opinione pubblica si rendesse conto che questo sistema economico può andare avanti solo se trova di volta in volta un gruppo, una generazione da scaricare? Semplicemente non è un sistema equo, non è un sistema che produce lavoro e benessere per tutti, e a qualcuno bisogna pur far pagare lo scotto. Questo qualcuno sono i giovani, quelli già bacchettati da Padoa Schioppa, Martone, Fornero e oggi anche da Poletti, e comprenderlo è anche sin troppo facile dal momento che i ragazzi nati negli Ottanta, di cui chi vi scrive fa parte, sono anche gli ultimi cresciuti con determinati valori, sono anche gli ultimi che hanno conosciuto un mondo diverso da quello odierno, sono anche gli ultimi dotati di un certo senso critico e che possono a ben guardare ribellarsi toccando con mano i disastri realizzati da classi politiche rapaci, raffazzonate e sempre prone ai voleri dei poteri forti.

Sono i ragazzi nati negli anni Ottanta, quelli schiacciati dai manganelli di Genova, quelli che hanno visto la speranza di un mondo diverso essiccarsi come neve al sole e che hanno provato sulla propria pelle che cosa vuol dire l’assenza di lavoro, l’assenza di speranza. Sono quei ragazzi e quelle ragazze che riescono a vivere, o forse sarebbe meglio dire sopravvivere, grazie agli aiuti di genitori e nonni, quei ragazzi e quelle ragazze che in alcuni casi hanno rinunciato a farsi una famiglia perchè è vita dover crescere dei figli facendo le file ai centri di collocamento e sgomitando per avere venti euro al giorno? E a noi nessuno toglierà dalla testa che non può essere del tutto casuale che sia proprio la nostra generazione a pagare tutto questo, come se fossimo gli ultimi figli di un mondo che non esiste più, e anche gli ultimi che possono rendersi conto di quello che hanno fatto. Una generazione precaria, emarginata, sfortunata? Forse, ma anche una generazione consapevole di sè e che sente sulla propria pelle la sua alterità nei confronti tanto delle generazioni passate che di quelle future, una generazione che si trova costretta a rimpiangere un passato che ha solo accarezzato perchè i nostri genitori sono gli stessi che hanno voluto cestinarlo in nome di un futuro incerto che ha tradito ogni promessa. Una generazione che può ricordare alla maggioranza silenziosa che forse questo non è il migliore dei sistemi possibili. Manco per niente.  Una generazione, la nostra, che è anche l’ultima a potersi rendere conto delle ingiustizie che vengono elette a sistema e normalizzate, forse proprio per questo una generazione pericolosa per coloro i quali vogliono sigillare lo status quo per metterlo al riparo dallo scorrere del tempo.

Gracchus Babeuf

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