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venerdì , 21 luglio 2017
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La giravolta dell’antipolitico?

Dopo un anno passato a smentire di voler continuare ad essere della partita, i prossimi giorni potrebbero risultare decisivi affinché Monti sciolga la riserva, e concluda quel percorso iniziato qualche settimana fa, all’indomani del gelo con il Quirinale.

Tratto dal blog di Lorenzo Mauro

monti

Quando alle parole del Capo dello Stato su una sua presunta incandidabilità, il professore aveva risposto di non escludere alcuna ipotesi per il proprio futuro. A rafforzare questa prospettiva, raccontano i beninformati, vi sarebbe la presa di coscienza che all’indomani delle primarie del centrosinistra, lo spazio per un incarico dopo le elezioni si sarebbe ridotto al lumicino, e persino la lotta per il Quirinale sarebbe tutta da decifrare.

CONTRO BERLUSCONI. Tanti sono però i nodi che restano sul tappeto. Monti ha già lanciato due primi segnali. Il primo: annunciando le dimissioni ha dimostrato come il suo obiettivo, anche elettorale, sia Silvio Berlusconi. Il secondo: agitando il rischio populismo ha ammiccato al centrosinistra. In fondo, Bersani va ripetendo da più un anno di esser pronto a convergere con il centro moderato, nel nome dell’Europa e contro le derive populiste di Grillo e Pdl. Per questo i progressisti si trovano ora davanti a un bivio: scegliere di allargarsi a sinistra, senza escludere critiche al governo dei tecnici e puntando a schiacciare il centro in un abbraccio potenzialmente mortifero, o presentarvisi insieme per scacciare l’incubo Berlusconi?

LEGITTIMAZIONE. Il nodo riguarda proprio Mario Monti, che non vorrà certo recitare il ruolo della comparsa. E, paradossalmente, è proprio questo che sfavorisce un accordo, perché Bersani è lanciato verso Palazzo Chigi e dopo tanta fatica sente che è arrivato il suo momento. Il problema, per il segretario democratico, fa rima con legittimazione. A volere di nuovo il professore, e stavolta per cinque anni, sono le cancellerie di mezzo mondo, le istituzioni comunitarie, i cosiddetti “poteri forti”, il Vaticano. Senza dimenticare i mezzi di comunicazione: oggi Repubblica, quotidiano di riferimento del centrosinistra, ha già palesato la propria linea. In nome dell’antiberlusconismo. E gli italiani? Già, gli italiani, gli elettori. Quelli del centrosinistra che a maggioranza hanno apprezzato il governo. Quelli di centrodestra che lo hanno contrastato, convincendo Berlusconi a puntare proprio sull’anti-montismo. E se il popolo moderato-conservatore è molto critico, quello di centrosinistra pare invece aver trovato nell’alleanza Pd-Sel una forma di riscatto accettabile. Altro indicatore, quest’ultimo, che rafforzerebbe la scelta di un’apertura a sinistra, con l’effetto di costringere il premier a trovare rifugio tra i centristi.

RISCHIO FLOP. Il successo di Monti è stato quello di essere  un leader antipolitico. E per chi ha costruito le proprie fortune sulla denuncia del fallimento della Seconda Repubblica, farsi fotografare con alcuni suoi illustri protagonisti come Fini e Casini, potrebbe significare essere percepito come uno di loro. Grillo brinda a questa ipotesi, giacché del professore è l’altra faccia della medaglia: può sognare di rappresentare l’approdo sicuro per il popolo della protesta. Per questo Monti avrebbe difficoltà ad impostare la campagna da incumbent: è piaciuto perché abile a rappresentare l’interesse nazionale più che quello di parte. E’ piaciuto perché ha rinunciato allo stipendio di fronte agli sperperi della politica. Ha trionfato nel raffigurare il professore disinteressato chiamato a salvare la baracca con spirito di servizio. Ha trovato consenso mettendo nell’angolo i partiti e sferzandoli quotidianamente. Contro di loro, non alla loro testa. E come se non bastasse, ora c’è il suo governo a raccontare la sua storia. Ci sono i sondaggi che lo danno al minimo storico, c’è una crisi che soffoca e ci sono le tasse da pagare, compresa l’odiata Imu. In fondo il mostro spread, pur agitato in continuazione sui media mainstream, non si mangia.

Lorenzo Mauro

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