La "globalizzazione" della criminalità organizzata nell'UeTribuno del Popolo
giovedì , 19 gennaio 2017
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La “globalizzazione” della criminalità organizzata nell’Ue

La “globalizzazione” della criminalità organizzata nell’Ue

Nell’impossibilità di misurare con precisione i costi economici e sociali della criminalità organizzata, le informazioni a disposizione mostrano, comunque, alti e invariati livelli di questi indicatori.

In tempi di crisi finanziaria e austerità, questi sono sicuramente dati che fanno riflettere.

Esistono numerosi gruppi organizzati di criminali attivi nell’Unione Europea, non solo italiani e spesso a componente multi-etnica, che operano a livello trans-nazionale. Secondo la Procura Nazionale Antimafia, sarebbero circa 3600, per un giro d’affari annuo di 110 miliardi di euro (che equivale all’1% del PIL europeo), anche se trattandosi di stime la cifra potrebbe essere molto più alta.

Come conseguenza diretta, e indiretta, dei cambiamenti imposti alla società, questo fenomeno di “globalizzazione” della criminalità organizzata è sicuramente un altro degli effetti collaterali della cosiddetta globalizzazione dell’economia mondiale.

Da soggetto “intimidatore” (quello fortemente radicato nelle proprie aree di controllo, quello della “coppola e della lupara”, tanto per intenderci…), l’organizzazione criminale moderna si dota di una nuova identità: quella di soggetto organizzato sul “modello dell’impresa”.

I fenomeni di deterritorializzazione (per il caso Italia: l’estensione dell’attività criminale dal Sud al Nord del Paese e, successivamente, oltre i confini nazionali) sono accompagnati da una “ristrutturazione” a livello organizzativo che tende a privilegiare una struttura flessibile a network (rete), rispetto alla più tradizionale, e rigida, “cupola”.

Apparentemente, la nuova riorganizzazione dei gruppi criminali in questo senso va nella direzione di adattarsi, il meglio possibile, ai cambiamenti dettati dal mondo moderno.

Alcuni di queste organizzazioni, dopo aver acquisito una posizione dominante (di monopolio o di oligopolio), hanno esteso il loro raggio d’azione a livello di Stati membri dell’Ue.

Non solo, forti della propria reputazione e delle proprie competenze in settori specifici dell’attività criminale (ad esempio, per ciò che riguarda la contraffazione di merce o di valute), questi gruppi stringono delle alleanze con altri gruppi a livello europeo e internazionale. La ‘Ndrangheta, per esempio, grazie alla sua capacità di controllare il polo portuale di Gioia Tauro, detiene il monopolio del traffico della cocaina attraverso accordi di “esclusiva” con i cartelli della droga sudamericani.

Oltre agli “affari tradizionali”, come il traffico di droga, le nuove “spa” del crimine stanno ampliando la loro capacità di penetrazione nell’economia legale, che offre loro maggiori opportunità di riciclaggio del denaro sporco. Ciò avviene molto più facilmente durante i periodi crisi economica, proprio perchè essi dispongono di grossi capitali da investire, mentre altrove non ve ne sono.

In ogni caso, è chiaro che la corruzione di funzionari pubblici e la collusione di uomini d’affari diventa un’importante chiave di successo per le organizzazioni criminali, così come lo è l’avvalersi di professionisti provenienti dalla cosiddetta area legale, che non sono dunque legati ai gruppi criminali, ma che ne supportano, comunque, l’attività, creando una sorta di area grigia che ostacola ancora di più l’attività di contrasto delle varie autorità preposte.

A livello europeo, la non uniformità delle legislazioni nazionali in materia di lotta alla criminalità organizzata, vuoi per la mancanza di sensibilità al problema (a livello di Stati membri dell’Unione Europea, permane la concezione che la “mafia” sia un problema esclusivamente italiano!), vuoi per la diversa impostazione culturale della giurisprudenza nazionale, crea dei vuoti normativi, attraverso i quali le attività delle organizzazioni criminali possono prosperare.

Vi è un altro fattore che rende fondamentale l’omologazione europea delle legislazioni “anti-mafia”: se in Italia diventa più difficile compiere un reato, rispetto a un altro Paese, è economicamente più sconveniente, sicchè la “spa-crimine” è maggiormente stimolata a delinquere dove la legislazione del posto è più favorevole.

Funziona esattamente come la “delocalizzazione” per le imprese…

L’Italia è dotata di un modello avanzato di legislazione anti-mafia e strumenti come la confisca preventiva dei beni, la segnalazione delle operazioni bancarie sospette, il monitoraggio costante degli appalti pubblici e la tracciabilità dei flussi di denaro ne costituiscono, in termini di efficacia, la punta di diamante.

Purtroppo, secondo l’interpretazione di altre giurisprudenze europee (in cui il fenomeno delle organizzazioni criminali non è ancora diffuso, o non è ancora così evidente) la confisca preventiva dei beni è considerata uno strumento punitivo e non di prevenzione, sicchè è da esse osteggiata in quanto assegnerebbe una punizione in assenza di condanna.

L’Europa deve aprire gli occhi di fronte a un problema che non è più soltanto italiano, se non vuole ritrovarsi nella situazione delle regioni del Nord Italia che a furia di negare l’evidenza dei fatti, si sono ritrovate con gli stessi problemi di quelle di origine dei principali gruppi della criminalità organizzata.

I gruppi criminali nigeriani, secondo fonti dell’Europol, sono strutturati sul modello “mafioso” e operano in  5 Stati membri dell’Unione Europea… quindi il problema non è esclusivamente italico!

L’accettazione del problema è un primo passo verso l’uniformità delle legislazioni in materia di organizzazioni criminali e non può che passare attraverso l’affermazione e il rafforzamento del concetto di azione preventiva e non punitiva, che rappresenta il principale motivo di contrasto con le altre giurisprudenze europee.

Se dotate dei giusti strumenti di analisi e di lotta, Eurojust e Europol potranno sicuramente dare il loro contributo all’eradicazione del fenomeno delle organizzazioni criminali a livello europeo.

 

Andrea Stratta

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