La grande paura del capitalismo: e se Marx avesse ragione?Tribuno del Popolo
domenica , 23 luglio 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

La grande paura del capitalismo: e se Marx avesse ragione?

Andando oltre le posizioni ideologiche appare in modo molto chiaro come le crisi siano divenute sempre più parte costitutiva di questo sistema economico, ben lungi dall’essere il migliore dei sistemi possibili come vorrebbero alla Bocconi o a Washington. E in tanti iniziano ad accorgersi che forse Karl Marx aveva previsto tutto e aveva ragione, e forse a essere “ideologici” non sono i sostenitori del filosofo di Treviri, bensì i suoi detrattori. 

Negli ultimi vent’anni sembrava che le teorie di Marx fossero state finalmente smentite e relegate al passato. In tanti hanno esultato plaudendo alla vittoria del “libero mercato” e auspicando a questo punto un progresso continuo che avrebbe diffuso il benessere in tutto il mondo. A distanza di vent’anni invece siamo di fronte alla peggiore crisi economica mai verificatasi almeno dal 1929, una crisi che ha bruciato miliardi di euro e ha abbassato il tenore di vita di milioni di persone. Una crisi che ha aumentato la povertà e concentrato la ricchezza in pochissime mani, senza però che questo sistema, ovvero il neoliberismo applicato, venga minimamente messo in discussione dagli establishment. Tutta una serie di credenze prese per vere dal punto di vista oggettivo, come ad esempio la maggiore efficienza del privato nei confronti del pubblico, sono in realtà delle credenze ideologiche che vengono portate avanti per fede e ideologia piuttosto che per realismo.

Come ha sottolineato l’economista Vladimiro Giacchè (1) infatti “non esiste alcuna ricerca empirica che dimostri tale superiorità, ma essa è diventata senso comune“.  Del resto tutti i pasdaran del “libero mercato” non potrebbero in alcun modo giustificare la distruzione di migliaia di miliardi di euro a causa della crisi e l’aumento esponenziale dei disoccupati, per questo, esattamente come accadeva qualche secolo fa ai tempi di Marx, preferiscono dare la colpa a fattori esterni piuttosto che ammettere che le crisi sono sistemiche e non episodiche. In una parola Marx aveva sostenuto che le crisi erano una componente del capitalismo, non un incidente, e il trascorrere dei decenni ha confermato la sua teoria piuttosto che confutarla.

Del resto ad accorgersi che Marx forse non aveva tutti i torti non sono certo gruppi di trinariciuti comunisti irriducibili bensì proprio gli organi di stampa del capitalismo ruggente come il Financial Times o il Flash Economics (2) che si spingeva il 6 gennaio del 2010 persino a identificare come “evidentemente corretta” l’interpretazione marxista della crisi. Lo stesso Marx, come ci ricorda l’ottimo Giacchè, aveva preconizzato in modo molto netto le crisi del capitalismo, ricordando come banchieri e faccendieri si congratulassero tra di loro fino a pochi giorni prima dello scoppio della crisi. Il problema è che esattamente come allora i fautori del libero mercato e del turbocapitalismo al posto che ammettere nella sostanza la fallabilità del loro sistema preferiscono dare la colpa alla moralità degli operatori della finanza, agli speculatori e alla mancanza di prudenza. Se ci pensate è esattamente quello che sta accadendo oggi con i media e gli esperti di economia che accusano gli speculatori di aver provocato la crisi piuttosto che cominciare ad analizzare seriamente la possibilità che le crisi economiche facciano parte del sistema stesso. Lo stesso Marx a questo riguardo ebbe a scrivere: “Se la speculazione si presenta verso la fine di un determinato ciclo commerciale come immediato precursore del crollo, non bisognerebbe dimenticare che la speculazione stessa  è stata creata nelle fasi precedenti del ciclo e quindi rappresenta essa stessa un risultato e un fenomeno, e non la ragione ultima e la sostanza del processo(3).

Insomma il filosofo di Treviri aveva dimostrato una completa comprensione del funzionamento del capitalismo, una comprensione ben maggiore di quella di alcuni autoproclamati esperti di economia odierni. E si arriva qui al nodo centrale, ovvero che proprio questi economisti “ideologici”, ovvero che nutrono una fiducia ideologica nel libero mercato, siano proprio coloro che accusano Marx di essere “ideologico” e inadeguato a interpretare i tempi di oggi. Eppure Marx non faceva il “tifo” bensì dimostrava in modo tecnico e approfondito le proprie tesi mentre i presunti economisti odierni ci propongono il cosiddetto “libero mercato” come unico sbocco possibile, escludendo a priori ogni altra chiave interpretativa. Ma ancora una volta è sempre Giacchè (4) a ricordarci come “Per Marx i motivi per cui le crisi si presentano come crisi creditizie e monetarie sono senz’altro radicati in alcune caratteristiche di fondo del modo di funzionamento dell’ economia capitalistica. Ma le crisi non sono in primo luogo creditizie e monetarie: alla loro base si trova la sovrapproduzione di capitale e di merci“. Ma la negazione della sovrapproduzione di merci diventa essa stessa ideologica, in quanto i sostenitori del capitalismo a tutti i costi considerano come anatema il concepire che le crisi economiche possano provenire dalle contraddizioni dello stesso sistema piuttosto che da elementi esterni. Per non parlare della caduta tendenziale del saggio di profitto degli ultimi anni che ha mostrato plasticamente come per impedirlo il capitalismo abbia già realizzato le famose contromisure già previste dallo stesso Marx, come l’aumento dello sfruttamento del lavoro e la diminuzione dei salari. Insomma Marx non è un estremista fazioso e antico come il mainstream vorrebbe farci credere bensì un filosofo e un economista che forse, a differenza di altri, ha saputo davvero cogliere la natura del capitalismo

Non a caso proprio Marx parlando dei fattori di controtedenza messi in atto dal capitalismo per bilanciare la caduta del saggio di profitto aveva nominato la “Compressione del salario al di sotto del suo valore”, laddove per valore di forza lavoro si intendono quei mezzi di sussistenza necessari per la  (5)conservazione del possessore della forza lavoro“.  Ma già lo stesso Marx si era accorto che questo valore non poteva essere fisso in quanto dipendeva dal contesto storico e quindi poteva variare con il passare delle epoche. Ecco perchè riteniamo assolutamente centrato il paragone operato dallo stesso Giacchè con i tempi odierni:  (6)Per avere un esempio concreto di cosa significhi la compressione del salario al di sotto del suo valore, si pensi ad un precario impiegato in un call center , che non può permettersi un affitto e deve vivere presso i genitori. In questo caso il prezzo che il capitalista paga per l’utilizzo della forza-lavoro è inferiore al prezzo delle sue condizioni di riproduzione“. Dunque aldilà delle ideologie e dei preconcetti il marxismo potrebbe essere davvero una valida chiave interpretativa di partenza per orientarsi in questo sistema economico che cerca ormai da anni di eliminare ogni possibile proposta alternativa, ad esempio provando a screditare lo stesso marxismo.

A ben pensarci siamo di fronte all’applicazione di tutti i fattori di controtendenza legati al saggio di profitto, e anche le enormi migrazioni di massa che stanno ottenendo di abbassare ulteriormente i salari medi anche nell’opulento Occidente non fanno che confermare ancora una volta la validità di un approccio di questo tipo.

Dc

 (1) V.Giacchè,  Il ritorno del rimosso. Marx, la caduta del saggio di profitto e la crisi. Relazione al convegno “Marx e la crisi” presso l’Università di Bergamo.
(2)Flash Economics, 6 gennaio 2010, n. 2, pubblicato da Natixis: P. Artus, A Marxist interpretation of the crisis.
(3) K. Marx, La Costituzione britannica, in Neue Oder-Zeitung, n. 109, 6 marzo 1855
(4) V.Giacchè, Ibidem, pg.4.
(5) K.Marx, Il Capitale , libro I, sez. II, cap. 4, ¤ 3: MEW 23.185 = ER 1.203.
(6) V.Giacchè, Ididem, pg. 11.
Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top