La Grecia e il futuro dell’ Europa. Intervista a Dimitri DeliolanesTribuno del Popolo
mercoledì , 26 luglio 2017
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La Grecia e il futuro dell’ Europa. Intervista a Dimitri Deliolanes

Dopo la mancata elezione di Stavros Dimas come Presidente della Repubblica e il conseguente scioglimento delle Camere, il prossimo 25 gennaio i Greci si recheranno alle urne per eleggere il nuovo Parlamento. I sondaggi vedono nettamente in testa il partito della sinistra radicale Syriza guidato da Alexis Tsipras che, avendo più volte sottolineato la sua contrarierà all’Europadell’austerità e delle sanzioni, spaventa più di qualcuno nei palazzi di Bruxelles.

Fonte: Oltremedianews

Le elezioni greche saranno dunque gravide di conseguenze per  l’intera Unione, il cui futuro, esattamente come il suo passato, passa ancora una volta per Atene. Oltremedianews ne ha parlato con Dimitri Deliolanes, corrispondete per la ERT greca in Italia.

Le elezioni in Grecia sono guardate con grande attenzione da tutta Europa. Qualora Syriza risultasse vincitore, quali sarebbero le prime mosse di Tsipras?

“Intanto c’è la questione dell’elezione del capo dello Stato e questo è un impegno che dovrà prendere il nuovo governo in base all’ordine costituzionale. A livello politico invece la prima cosa che farà sarà quella di sancire, non so se tramite una legge o prendendo contatti con i partner europei, l’abrogazione di una serie di leggi sull’austerità varate negli ultimi quattro anni a cominciare da quelle sulla feroce tassazione fiscale”.

Nel caso in cui non dovesse raggiungere il quorum dei 151 seggi in Parlamento necessari per garantirgli la maggioranza assoluta, quali prospettive di alleanze ci sono con le altre forze politiche?

“Effettivamente questo è l’unico mistero delle elezioni greche. A questa domanda Tsiprasnon vuole rispondere: sta conducendo la sua campagna elettorale per ottenere almeno 151 eletti in Parlamento e dunque non vuol sentire parlare della possibilità di formare un governo di coalizione. Da parte di Syriza, qualora non si raggiunga la maggioranza assoluta dei seggi, è stata avanzata anche l’opzione che prevede una nuova tornata elettorale a distanza di un mese. Io ritengo che sia improbabile e comunque sarebbe un errore. Bisognerebbe vedere quali forze del centrosinistra e quali schieramenti del centrodestra contrari all’austerità, mi riferisco in particolare al piccolo partito “Greci Indipendenti”, riusciranno ad entrare in Parlamento per poi aprire un dialogo sulla composizione del governo”.

Lo scorso 15 settembre Syriza ha approvato il cosiddetto “programma di Salonicco”, in cui avanza la rinegoziazione del debito dei paesi europei, una moratoria sugli interessi e un New Deal europeo, ma quali margini effettivi di trattativa ci sono con l’Europa? Il Fondo Monetario Internazionale ha persino bloccato gli aiuti alla Grecia in attesa dell’esito elettorale. Non sembra esserci un clima molto favorevole a Syriza in questo momento…

“Io credo che lo scenario europeo con il vecchio governo di Samaras e quello che si prospetta con il governo di Tsipras saranno completamente differenti. Samaras infatti è rimasto imprigionato dalla parola d’ordine del succes story [n.d.a. l’uscita dalla crisi tramite l’austerità espansiva], da lui evocata l’ultima volta nel 2014 quando i mercati finanziari sono tornati a mostrare un po’ di fiducia nei confronti della Grecia nonostante gli elevati tassi di interesse sui titoli decennali del debito pubblico. Quello che si sta cercando di fare ora è di affrancare la Grecia dalla subalternità alla Troika, rompendo un equilibrio nettamente sbilanciato in favore di quest’ultima. Con il nuovo governo infatti non c’è alcun tipo di rapporto e lo si dovrà costruire da zero sin da subito. Quello che tutti ci chiediamo è: riuscirà Syriza ad imporre un deciso cambiamento nelle politiche ai grandi sacerdoti della Troika, che continuano ad insistere con questa insulsaggine dell’austerità nonostante quattro anni di disastri economici in tutta Europa? Io credo proprio di sì. È il semplice senso comune ad indicarci l’insostenibilità ed il fallimento delle politiche di austerità e, qualora non bastasse il senso comune, a dirlo non saranno più solo organizzazioni, movimenti sindacali o singole personalità politiche, ma uno dei governi dell’Eurozona. Pertanto saranno tutti costretti a tendere le orecchie, valutare il problema e negoziare una soluzione soddisfacente per tutti”.

Chiarissimo, ma continuo ad insistere sul punto. Qualche giorno fa sul Financial Times l’editorialista Wolfgang Munchau (leggi qui) ha espresso i suoi dubbi sul buon esito delle trattative di Syriza con l’Europa. Secondo lui, qualora la rinegoziazione del debito fallisse, Syriza avrebbe come unica scelta quella di uscire dall’eurozona per non perdere la sua credibilità agli occhi della comunità internazionale. Lei cosa ne pensa?

“Penso che sia assolutamente falso. Con l’annuncio dell’anticipo delle elezioni presidenziali in Grecia nel dicembre del 2014 si è scatenata una violenta tempesta sui mercati finanziarimondiali e, dopo le vacanze di Natale, quando sono state indette le elezioni anticipate anche per il Parlamento, si è scatenata una nuova tempesta che ha affossato le borse. Di che dimensioni sarà la tempesta se un paese dell’Eurozona uscisse dalla moneta unica? Oltretutto uscire dall’Europa sarebbe una mossa poco lungimirante da parte di Tsipras. Rimanendo nell’Unione potrebbe condurre una battaglia dall’interno molto più incisiva e martellante. Quel che sto per dire è un mio pensiero da giornalista, non ho informazioni in merito. Supponiamo che i creditori europei non volessero trattare con noi e avessero anzi intenzione di arrivare al muro contro muro, immagina cosa accadrebbe se la Grecia ponesse il suo veto su qualsiasi votazione in ambito comunitario. Ci sarebbe una paralisi politica, un inferno. La guerra è guerra e fa male a tutti, non solo a noi greci. E questo a Berlino lo sanno benissimo”.

Con questa risposta mi serve un assist per la prossima domanda. Quali prospettive di alleanze ci sono tra Syriza e Podemos? Nella seconda metà del 2015 si andrà al voto anche in Spagna e Iglesias e Tsipras si sono scambiati più volte cenni d’intesa.

“Certo. Un’alleanza tra Syriza e Podemos nel Parlamento europeo esiste già e spesso hanno organizzato manifestazioni insieme. Sicuramente c’è un programma comune e un modo simile di fronteggiare il problema dell’austerità, ma io ti dico qualcosa di più. Non solo Podemos in Spagna e Sinn Féin in Irlanda, ma anche l’Italia dovrebbe essere fortemente interessata a seguire da vicino e a capire bene cosa sta succedendo in Grecia. Questo perché molte istanze condivisibili del governo italiano potrebbero essere rafforzate e radicalizzate da un mutamento della situazione contrattuale, chiamiamola così, tra il governo greco e l’Unione Europea. A questo punto ricordo che la proposta di Syriza di una conferenza sul debito pubblico riguarda tutti i paesi indebitati dell’Europa e non solo la Grecia, come talvolta dice la stampa europea. Considerando che l’Italia qualche problema con il debito pubblico ce l’ha, secondo me farebbe bene a prestare attenzione. Non solo alleanze con i partiti sopracitati verso cui si ha una maggiore affinità, ma anche contatti e relazioni con i governi dei paesi indebitati del sud europeo. Deve essere questa la strada di Syriza”.

Alla luce di ciò che dice, quante possibilità ci sono di osservare un fronteggiarsi tra radicalismi di destra e sinistra in Europa? Lo scenario che si profila è infatti quello di un governo di sinistra in Spagna ed in Grecia e un di un governo neofascista in Francia. Entrambi sono contrari all’austerità, ma in quanto a politiche sociali sono estremamente distanti.

“La questione è molto interessante ed è basata sul fatto che alle scorse elezioni europee, seppur in modo eterogeneo, è stato espresso un forte rifiuto nei confronti dell’Europa dell’austerità e dei tagli. In Germania si è declinato tramite un partito antieuro, in Francia tramite Marie Le Pen, in Inghilterra attraverso l’Ukip di Farage, in Grecia e Spagna con partiti di sinistra e in Italia, più che con Beppe Grillo ed il Movimento 5 Stelle, con MatteoRenzi. Manifestazioni sicuramente diverse, ma tutte riconducibili ad un fermo rifiuto dell’establishment attuale. Se l’Unione Europea iniziasse a tenere in considerazione gli esiti delle elezioni del Parlamento europeo anziché snobbarli come ha sempre fatto, e dunque a recepire il messaggio dell’elettorato, sicuramente certi estremismi sia di destra che di sinistra verrebbero disarmati. Se non si vuole alimentare movimenti antieuropei come quello della Le Pen o di Farage occorre cambiare l’Europa. Quindi più che uno scontro tra opposti estremismi, io vedo uno scontro tra chi chiede, seppur con soluzioni molto eterogenee, un’Europa diversa e chi vuole conservare l’attuale estabilishment sordo e cieco alle esigenze di cambiamento dei cittadini”.

Un’ultima domanda. Che fine ha fatto Alba Dorata?

“Alba Dorata sta messa molto male. La sua leadership è in galera e il processo è slittato da gennaio a febbraio-marzo. Le sue liste elettorali sono sostanzialmente un riciclo di quelle del 2012 e ha perso gran parte della sua penetrazione nei contesti sociali più pericolosi e disagiati. Mantiene una sua presenza ideologica, che potremmo definire un’ideologia della guerra civile, tra l’elettorato che fugge dal partito di governo Nuova Democrazia. Dunque ad oggi è un partito neonazista, sicuramente di proporzioni più grandi rispetto a quattro o cinque anni fa, ma che non ritengo più in espansione come alle elezioni del 2012 quando ci ha sorpreso tutti piazzando diciotto deputati in Parlamento. All’interno di Alba Dorata ci sono problemi di identità, decisionali e di gestione politica della situazione. Ciò che secondo me l’ha maggiormente danneggiata nell’ultimo anno è stata la scoperta che, dietro alla facciata rivoluzionaria antisistema, nella prassi era solo una forza politica collusa con Nuova Democrazia. Per l’elettorato più sensibile questa è stata una grande delusione”.

 Fabrizio Leone

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