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mercoledì , 18 gennaio 2017
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La guerra a pezzi del terzo millennio

La guerra a pezzi del terzo millennio

Guerre commerciali e conflitti armati, crisi economiche e fenomeni globali difficili da governare. Nei toni induriti dei leader politici mondiali, il volto aggressivo del capitalismo internazionale in cerca di un nuovo equilibrio.  

Fonte: Oltremedianews

Giù la maschera. Sono bastati nemmeno sei anni di crisi economica per riconsegnare alla storia un mondo in conflitto, pieno di contraddizioni, in mano ad un capitalismo finanziario che divide i popoli e influenza le politiche dei governi, che relativizza i diritti e ripropone nuovi soggetti ultra-nazionali privi di legittimazione democratica eppure capaci di condizionare gli equilibri di vaste aree del pianeta.

Giù la maschera di quel capitalismo ‘buono’, che secondo qualcuno aveva trovato il giusto compromesso nell’eterna dicotomia tutta novecentesca tra libertà ed uguaglianza. Di quelle favolose promesse di tendenza verso un’uguaglianza sostanziale da raggiungere nell’alveo degli Stati costituzionali, di cui le socialdemocrazie europee si erano fatte carico nel dopoguerra, non sono rimaste che le ceneri. Solidarietà, dignità della persona, ripudio della guerra, abbattimento delle barriere sociali; i principi che abbiamo creduto essere fissati per sempre dalle nostre belle costituzioni, a ben guardare la realtà attuale, si son rivelati per quello che sono: concetti astratti elevati a rango di norme programmatiche la cui applicazione non può che fare i conti con i rapporti di forza nella società concreta. I diritti come frutto di una continua contrattazione tra corpi e ceti sociali – classi avrebbe detto qualcuno – i cui esiti sono del tutto aperti e da verificare di volta in volta? Se non è proprio così, poco ci manca.

Lo dice la storia, lo dicono i visi ieri giocosi ora induriti ed improvvisamente spaventosi dei leader occidentali al summit Nato della scorsa settimana in Galles. Camminate decise, giacche scure, gestualità e toni da prima metà del ‘900. «Certi portavoce della Nato Si esprimono con lo stile e il volto degli SS nazisti e a volte indossano perfino completi scuri in piena estate». Il mutamento estetico è stato osservato anche dall’anziano Fidel Castro.  Insomma i sorrisi e le corna di Silvio Berlusconi sono soltanto un vago ed innocuo ricordo, così come le strette di mano tra Federazione Russa e paesi Nato nel 2002 a Pratica di Mare quando Vladimir Putin venne accolto con tutti gli onori da George W. Bush.

Dopo l’erosione dei diritti, calpestati da una compromesso globale al ribasso tra quelli dei paesi più sviluppati e quelli delle popolazioni più povere, messi gli stessi a dura prova dal peggioramento delle condizioni economiche causato dalla crisi, nemmeno la pace risulta essere tanto scontata. Così, in spregio a tutti i trattati di non proliferazione delle armi e all’esigenze di mezzo mondo di investimenti per rilanciare l’occupazione, è il premio Nobel per la Pace Barack Obama a chiedere agli alleati «più spese militari». A lui fa da eco Rasmussen, segretario generale di un’organizzazione finalizzata alla difesa comune – la NATO ndr. – annuncia cinque nuove basi ai confini con la Russia. Mentre si innalza una nuova cortina di ferro tra Russia ed occidente, in Israele ed in Palestina ci si contende l’acqua, in Iraq si sgozzano teste e si violentano donne e bambini in nome dell’Islam; in Ucraina le aspirazioni di autodeterminazione di intere popolazioni vengono mortificate dal peso di oligarchi al soldo di Putin e dai sussulti finali – e non meno pericolosi – dell’impero americano in decadenza. Improvvisamente «la pace in Europa è in pericolo» si sente udire da più parti, ma la situazione non è nemmeno troppo diversa dall’Asia, dove Cina e Giappone tornano ad azzannarsi per qualche isolotto.

Cosa è cambiato rispetto ai tempi in cui di certe questioni si dicuteva nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu? Non chiediamolo ai giornalisti dei nostri principali quotidiani, per carità, non uno capace di raccontare le verità scomode sul campo di battaglia. Non chiediamolo al presidente Napolitano che nonostante i 2mila morti civili – e quindi russofoni – dell’est Ucraina si è complimentato con corrispettivo ucraino Poroshenko per «gli sforzi per una soluzione politica della crisi». Non chiediamolo nemmeno all’Unione Europea, incapace di staccare il cordone ombelicale dagli americani e di adottare una politica estera autonoma e funzionale alle esigenze del proprio popolo.

E’ cambiato tutto: è cambiata la struttura economica mondiale; sono cambiati gli attori, sempre meno legati ai confini nazionali e quindi sempre meno assoggettabili a norme o ad impegni nei confronti dei lavoratori. Sono cambiate le tecnologie che oggi estendono la dimensione corporea dell’uomo e ne diramano l’identità nei circuiti informatici, nelle provette delle ‘bance del seme’. Mentre ci preoccupiamo di ‘semplificare’ gli iter decisionali abolendo il Senato e le Provincie, continua a mutare la complessità dei fenomeni, sempre più difficili da affrontare, mai riducibili ad una risposta univoca. Risulta invero terminata per sempre l’epoca degli Stati nazionali: non delle strutture – i governi, i parlamenti, gli eserciti – bensì della capacità degli ordinamenti interni di governare i comportamenti di una società sempre meno inquadrabile. Restano dunque queste strutture tutt’altro che morte, eppure sfuggevoli al controllo della volontà e delle istanze popolari in quanto sottese al peso degli interessi di soggetti internazionali mossi da logiche economiche e funzionali.

Un funzionalismo che parla il linguaggio della tecnica, nega i contenuti di valore e per filo diretto abbraccia il linguaggio del più forte. Non ci si deve sorprendere allora se l’Unione Europea, così fragile nel suo perenne peccato originale del vizio democratico, diventa il paradiso delle lobby. Né tantomeno che in un mondo globale ”liberato” dalla divisione in blocchi Urss-occidente, e più in generale dal confronto capitale-lavoro, abbia consegnato una realtà fluida in cui i raid ”umanitari” seguono gli interessi delle multinazionali e la rincorsa agli spazi economici vitali ridotti dalle crisi economiche incrina rapporti una volta saldi tra le superpotenze.

Dinanzi a questa ”barbarie” con cui il mondo del XXI secolo si presenta, non può sfuggire l’importanza vitale di ogni esperienza di governo sovranazionale che risponda a criteri rappresentativi e democratici, permeabile alle esigenze dei popoli, risoluto nei rapporti con i centri di potere. Lavorare a questa soluzione rappresenta la vera sfida ed il vero antidoto contro il dramma di un eterno conflitto mondiale – intero o a pezzi che sia -, il vero presupposto storico per archiviare una volta per tutte i fantasmi del passato.

Michele Trotta

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