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giovedì , 23 marzo 2017
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La guerra del rating tra UE e USA

Il parlamento europeo ha approvato la normativa per regolamentare le agenzie di rating. Ma i buoni propositi sono offuscati dalla voglia dell’UE di cominciare a fare affari d’oro con il rating…a danno dei lavoratori.

Tratto da Oltremedianews.com

agenzie-usa

 

Quando si parla di normative, direttive, regolamenti, troppo spesso il silenzio dei media è assordante, sarà perché l’argomento, composto di norme e codicilli, potrebbe non essere dei più avvincenti. Eppure è in questi momenti che avvengo decisioni “storiche”. E, per l’appunto, “storica” può essere definita la seduta del Parlamento Europeo del 16 gennaio, dove, con una maggioranza di 579 voti è stato approvato il nuovo testo in materia di rating. Non solo per la prima volta viene stilata una normativa che regola l’attività delle agenzie di rating, ma vengono posti limiti allo strapotere delle stesse. Dall’inizio della crisi, con l’esplosione della bolla immobiliare statunitense, le agenzie di rating – Moody’s, S&P  e Fitch – hanno giocato un ruolo da protagonista nella guida del mercato finanziario internazionale, un ruolo, troppo spesso, ai limiti della correttezza e della decenza.

Le agenzie di rating sono società non quotate sul mercato ma a partecipazione azionaria, e i maggiori trust che ne controllano le azioni (la B.H.I. di Buffet e la C.W.I) hanno sempre goduto sia di un rating positivo da parte delle stesse, sia della possibilità di influenzare il mercato stipulando affari d’oro con la compravendita di titoli che venivano declassati o “promossi” da parte delle agenzie in base alla convenienza. Inoltre le agenzie di rating hanno, in questi anni, assunto un ruolo di giudice dell’attività degli Stati nazionali, un giudizio negativo da parte delle stesse è arrivato non solo a determinare le decisioni economiche e di investimento dello stato, ma, spesso, anche l’attività di governo ed il governo stesso; Greciaed Italia ne sono un esempio lampante. Ma qual è il compito reale delle agenzie di rating? È quello di valutazione del rischio azionario dei titoli di uno stato o di una società in base alle garanzie della capacità di investimento. In sostanza le agenzie di rating non si preoccupano di sapere se una società o uno stato hanno un’economia produttiva, che crea beni ed utilità reali, ciò che interessa è la capacità di investimento nel mercato finanziario, cioè quanto sia abile nei giochi del mercato. E qui si entra nel paradosso, in quanto l’attuale mercato finanziario vive proprio sui titoli “derivati”, cioè sulla scommessa che viene fatta sulla produttività mercantile di un titolo nel futuro, e una società è tanto più forte quanto più forte è la sua (presunta) credibilità di investimento, credibilità decisa dalle agenzie di rating. Per spiegarci meglio è come se una partita di calcio non venga decisa dal confronto sul campo, ma dalla quotazione che ha una squadra dai bookmakers, più una squadra è ritenuta forte, più vince, senza nemmeno dover giocare.

Il meccanismo del rating è perverso, e l’UE ha deciso di intervenire, ma, un dubbio sorge. La comunità europea vuole bloccare lo straripante potere delle agenzie o vuole entrare di prepotenza nella miniera d’affari d’oro del rating? Analizzando la normativa approvata si notano due cose. Da un lato importanti freni all’attività delle agenzie per cui potranno emettere valutazioni sugli Stati soltanto su richiesta dello Stato o in base ad una calendarizzazione che verrà decisa dall’ESMA (l’autorità europea di sorveglianza dei mercati) e per un massimo di tre volte l’anno; i giudizi non potranno contenere prescrizioni politiche e potranno essere emessi solo durante le ore di chiusura dei mercati onde non influenzare in tempo reale l’andamento azionario, inoltre – la parte di maggior rilievo – incorreranno nella responsabilità civile per i giudizi emessi sia nei confronti degli investitori sia qualora i giudizi abbiano violato la normativa europea. Dall’altro lato, però, la normativa europea prevede anche la creazione di un’agenzia di rating europea strutturata sul modello americano, ovvero, pur non essendo quotata in borsa è una S.P.A., quindi in mano ai privati, unico limite è che un privato non può detenere più del 10% delle azioni dell’agenzia, limite facilmente aggirabile con un consorzio di investitori privati nel quale ognuno detiene un 10 %. Inoltre nella normativa si fa esplicito appello alle banche europee affinché “si affranchino dal rating straniero e prendano in mano la costituzione entro il 2020 di una piattaforma europea del rating”.

I buoni propositi di porre un limite alle agenzie di rating viene offuscato dall’idea di entrare in concorrenza con loro, magari per offrire “rating” più vantaggiosi alle multinazionali dell’est (Russia, Cina, India etc.); servi che si vendono al miglior offerente. Un’agenzia europea del rating, sicuramente porrebbe un freno alla tirannia mercantile dei trust statunitensi, ma, parimenti, genererebbe un conflitto economico con la conseguenza che l’economia verrebbe sempre meno legato alla produttività reale e sempre più decisa dai “capricci dei mercati”. Il problema alla base è che il rating (così come i derivati e le altre astrazioni tipiche della finanza) andrebbero eliminate. Il potere decisionale del meccanismo del rating costringe le aziende e gli stadi a mettere da parte la produzione dei beni (quindi con maggiori possibilità di licenziamenti, cassa integrazioni, precarizzazioni et.) a favore della “scommessa” nella compravendita azionaria, inoltre tale sistema, affrancandosi dal lavoro reale determina una perdita di potere decisionale e contrattuale da parte dei lavoratori e dei sindacati. Questa ipotesi è confermata dalle dichiarazioni di Barnier (commissario europeo per il mercato interno) che subito dopo la votazione ha dichiarato “mi congratulo con il Parlamento per l’accordo raggiunto, queste nuove regole permetteranno un aumento della competizione nell’industria del rating, dominata finora da pochi attori”. Parole che sanno di una dichiarazione di guerra ai colossi USA. Il problema è che, finché sopravvivrà il rating, le vere vittime saranno sempre i lavoratori.

Antonio Siniscalchi

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