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domenica , 26 marzo 2017
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La guerra in Siria e le difficoltà dei Paesi occidentali

Che la Siria non fosse la Tunisia o l’Egitto o addirittura la Libia, e che non  sarebbe  stato  altrettanto  facile  deporre  il  regime  di Damasco  era chiaro  a chiunque  avesse  un  minimo  di  conoscenza  della  regione,  e  del  Paese  in particolare.

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Fonte:  ScienzaePace, Rivista del Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace, Università di Pisa, ISSN 2039-1749

  Dopo  un  anno  e  mezzo  di  conflitto  sociale,  poi  trasformatosi velocemente in guerra civile e regionale, sembra che questa constatazione stia prendendo piede anche nelle capitali europee, in Turchia e negli Stati Uniti.  Nella situazione attuale, la caduta del regime di Bashar al Asad comporterebbe un disordine politico e una frammentazione territoriale difficilmente governabile in tempi brevi: né la Turchia, né la Nato, né le monarchie del Golfo hanno ad oggi le risorse e soprattutto le capacità politiche per gestire una situazione post Assad, e nelle capitali occidentali sembra farsi largo l’idea  che i costi della transizione siriana verso le magnifiche sorti progressive del capitalismo di libero mercato e della democrazia rappresentativa non sarebbero sostenibili alla luce dell’esperienza  irachena,  o  della  stessa  Libia.  La  crisi  economica  e  le trasformazioni  del  politiche  dell’Asia  stanno  imponendo  delle  sfide  e  delle priorità diverse. Inoltre la Siria confina con Israele, la cui stabilità dei confini è ritenuta  intoccabile.  E  il  rischio  della  presa  di  potere  ad  opera  di  gruppi fondamentalisti  islamici  in  alcune  parti  della  Siria  è  ritenuta  reale  e  non auspicabile: non certo per ragioni di credenziali democratiche e liberali, ma perché  le  attività  di  queste  forze  sono  difficilmente  controllabili  e  possono nritorcersi contro i loro stessi sponsor occidentali e regionali

Per le diplomazie occidentali si ripresenta dunque l’annoso problema di cosa fare  della  Siria,  o  meglio  di  come  sostituire  un  regime  ostile  con  uno  più allineato ai propri orientamenti strategici. Che siano il coinvolgimento in atti terroristici  prima,  le  armi  di  distruzione  di  massa  poi,  e  ora  la  nuova “responsabilità di proteggere”, ogni occasione è sfruttata per mettere alle strette il regime del Partito Ba’th e del suo Presidente Bashar  al Asad: e questo indipendentemente dalla verifica concreta delle responsabilità di Damasco per azioni  di  cui  può  anche  essere  sospettata  legittimamente.  Del  resto,  le esperienze recenti mostrano come la politica internazionale non abbia bisogno dell’accertamento dei fatti per giustificare nuovi interventi militari.

Il regime di Damasco rimane un nemico, o quantomeno un rivale strategico, per le diplomazie occidentali e per i regimi conservatori del Medio Oriente: la sua alleanza  con  l’Iran  e  Hizb’allah,  la  posizione  nei  confronti  di  Israele  e l’opposizione ai piani egemonici statunitensi nella regione fanno di Damasco un ostacolo rilevante alla trasformazione del Medio Oriente in un’area del tutto allineata  alle  strategie  globali  occidentali.  La  sua  rilevanza  risiede  in  una combinazione di centralità geografica nelle linee di scambio di merci, persone ed energia dall’area del Golfo Persico verso l’Europa, e di importanza nella politica regionale, dato il coinvolgimento nel conflitto arabo-israeliano e nella politica araba e medio-orientale in generale. La presenza di così tanti fattori diversi riflette la complessità della società siriana. E forse è proprio l’incapacità, o  semplicemente  la  non  volontà,  delle  classi  dirigenti  occidentali  di comprendere e valutare questa complessità che rende il Paese arabo così problematico

1. Politica e società nella Siria del Ba’th

La società siriana non ha una maggioranza politica e sociale ben definita. Le appartenenze religiose sono importanti, ma sono solo uno degli elementi che contribuiscono  a  costruire  l’identità  collettiva  ed  individuale  delle  singole persone; le appartenenze claniche e tribali attraversano in modo trasversale le comunità musulmane, cristiane, arabe e curde; le differenze di classe, lungi dall’essere scomparse, si distribuiscono in tutto il Paese e riguardano anche le comunità etnico-confessionali dell’élite di regime. Infine, e purtroppo non se ne parla  mai  abbastanza,  le  posizioni  politiche  dei  singoli  possono  anche prescindere  da  questi  fattori  o  comunque  esserne  influenzate  senza  mai appiattirsi completamente sul credo religioso, sulla lingua parlata o sul clan a cui appartiene la propria famiglia allargata. Queste considerazioni valgono per tutte le società del Medio Oriente, dunque anche per la Siria. Il regime di ba’thista non ha mai esercitato un potere pienamente egemonico, nel senso gramsciano del termine: è un regime autoritario, che ha sempre fatto ricorso sistematico alla violenza, anche di massa, per mantenersi al potere e sconfiggere  gli  avversari.  Ma  non  è  mai  stato  totalitario  nel  senso  di omogeneizzare e disciplinare completamente la società siriana. Prova ne sono i conflitti politici e sociali che hanno costellato la storia contemporanea del regime e del Paese: dagli scontri con la borghesia conservatrice nel 1964-1965, a quelli interni al regime ba’thista del 1966 e 1970, alla guerra contro i Fratelli Musulmani e la sinistra radicale nel 1976-1982, per poi arrivare alle tensioni sociali degli anni Duemila e alle vicende dell’opposizioni liberale e democratica

Infine, le rivolte iniziate nel febbraio 2011: se le forze straniere si sono gettate fin dall’inizio nello scontro per radicalizzare e guidare il malcontento popolare, il carattere  di  massa che  le manifestazioni  hanno  assunto nelle  periferie  del Paese è anche prova dell’irriducibile autonomia politica e sociale della societàsiriana rispetto al regime di Damasco. Una volta al potere i nazionalisti del Ba’th tentarono per un breve periodo di trasformare,  se non rivoluzionare,  la società  attraverso la repressione degli avversari  politici,  l’indebolimento  delle  loro  posizioni  economiche  e  la mobilitazione degli strati subalterni delle periferie attraverso i moderni strumenti di disciplina e di formazione del partito e delle organizzazioni di massa. Grazie al controllo dell’istruzione, agli incentivi economici e alla prospettiva di mobilità sociale offerte dal regime , il Ba’th si costruì una notevole base di sostegno sociale nelle province dedite all’agricoltura e presso i lavoratori dell’apparato statale.  Ma  questa  era  solo  una  parte  della  società  siriana:  la  borghesia manifatturiera e commerciale o le autorità religiose delle città rimasero a lungo ostili nei confronti di un regime dai caratteri “provinciali” e in larga parte popolari e laici. Opposizione aperta, scontri di piazza, boicottaggi e serrate, fuga di capitali all’estero, e  fatwa furono le modalità di conflitto scelte dai rivali del Ba’th.

Una volta sconfitti questi ultimi, per un breve periodo di tempo (1966-1970) il regime cercò di eliminarli una volta per tutte ma la disfatta del giugno 1967 e soprattutto la mancanza di risorse economiche e capacità di governo costrinsero il Ba’th al compromesso con la ricca “città”.  Hafiz al Asad  diventò architrave e garante della coesistenza di almeno tre componenti: la Siria imprenditoriale, commerciale, rivolta ai mercati occidentali e  socialmente  conservatrice;  le  autorità  religiose  musulmane  e  cristiane, conservatrici ma sostenitrici del quietismo politico e dunque della legittimità dell’ordine imposto dal regime; e la Siria delle periferie, della piccola e media borghesia di provincia, dei lavoratori sindacalizzati, e degli studenti. La forza del Ba’th risiedeva in quest’ultima componente: ma il governo del Ba’th doveva considerare tutte le componenti

. Dal punto di vista confessionale, la logica era simile: i vertici e il nerbo del regime provengono dalla comunità ‘alawita (setta dello sciismo), ma le politiche del regime non beneficiano solo la comunità ‘alawita; l’appartenenza offre un vantaggio comparato ma la lealtà al regime è condizione  imprescindibile  e  prioritaria.  La  cooptazione  e  l’integrazione all’interno  del  regime  intrapresa  agli  inizi  degli  anni  Settanta  contribuì  ad allargare  la  base  sociale  e  politica  del  regime:  se  non  per  convinzione, quantomeno  per  interessi  materiali,  come  l’accesso  a  circuiti  commerciali, commesse e servizi statali. Riprova ne può essere il fatto che negli ultimi due decenni la stessa regione costiera della Siria, tradizionale zona d’insediamento della comunità ‘alawita, non ha più goduto di quel flusso di investimenti che il regime le aveva assicurato in passato.

La Siria si trova a metà strada tra l’esperienza egiziana e quella irachena: e proprio questa posizione intermedia rende il Paese arabo un “rompicapo” tanto per i suoi governanti che per i suoi rivali, nazionali ma soprattutto stranieri. In  Egitto,  la  società  ha  mantenuto  sempre  ampi  margini  di  autonomia  di organizzazione rispetto allo stato, nonostante l’apparato di mobilitazione politica e di coercizione del regime nasseriano. In particolare, le borghesie industriali e commerciali  riuscirono  a  mantenere  de  facto  le  loro  posizioni  nel  sistema produttivo  anche  durante  le  nazionalizzazioni  e  poterono  così  facilmente rientrare in gioco nella stagione successiva dell’apertura economica (infitah) nella  metà  degli  anni  Settanta.  Le  forze  capitaliste  occidentali  e  la  loro diplomazia riuscirono a conquistare il regime egiziano alla loro causa sfruttando abilmente i costi imposti al Cairo dal conflitto con Israele e i limiti del processo di  industrializzazione  autocentrato  degli  anni  Sessanta.  Gli  Stati  Uniti  e  le capitali europee poterono contare sulla borghesia imprenditoriale egiziana, la quale a sua volta diede pieno sostegno al regime egiziano nella sua svolta filooccidentale. Evidentemente, il regime nasseriano non aveva costruito una base popolare sufficientemente forte ed organizzata, e radicata nelle istituzioni statali che bilanciasse in modo efficace il potere dei militari e soprattutto le tendenze filo-occidentali e capitaliste del mondo imprenditoriale egiziano

Soprattutto dal 1978, con la decimazione del Partito Comunista Iracheno, il Partito Ba’th e le sue organizzazioni avevano permeato a fondo lo stato e la società  irachena,  marginalizzando  le  forme  alternative  di  organizzazione sociale, almeno fino a quando le sanzioni internazionali degli anni Novanta costrinsero il regime e lo stato a devolvere parte delle loro funzioni sociali. Il regime esercitava comunque ancora un controllo esteso delle istituzioni statali e pubbliche, necessarie per garantire l’ordine pubblico e una stabilità minima alla società sotto embargo ONU non riuscirono mai a trovare dei partner sufficientemente radicati e affidabili all’interno  dell’Iraq  e  delle  sue  istituzioni  statali  per  allineare  il  Paese  su posizioni  filo-occidentali.  Quando  si  concretizzò  la  possibilità  del  rientro  di Baghdad  all’interno  della  comunità  internazionale,  Washington  e  Londra decisero per l’opzione radicale di invadere il Paese e smantellare le istituzioni nazionali dello stato centrale e dell’esercito. La famigerata “distruzione creativa” nasceva dal presupposto secondo cui le istituzioni garanti dell’unità nazionale e dell’ordine  pubblico  in  Iraq,  ossia  lo  stato  e  l’esercito,  non  fossero sufficientemente piegabili ai diktat statunitensi: la compenetrazione con il Partito Ba’th, la loro autonomia e la difesa della sovranità nazionale ne facevano degli avversari temibili da eliminare per poter trasformare radicalmente il Paese e le sue istituzioni economiche e politiche. E così fecero, facendo sprofondare il Paese nel disastro della guerra civile e settaria.  Nonostante oggi l’Iraq sia un paese diviso e lontano dal valorizzare quelle forze che ne avevano fatto un paese all’avanguardia del mondo arabo per standard di salute,  educazione e impegno politico, le forze anglo-statunitensi non sono riuscite comunque a raggiungere appieno i propri obiettivi. Le stesse forze politiche ora al governo mantengono margini di autonomia politica che non sono affatto indifferenti, considerata la devastazione subita dal Paese. I negoziati per il ritiro e lo status delle forze straniere (SOFA) e la mediazione sostenuta da Baghdad nella guerra in Siria sono alcuni esempi di come, nonostante tutto, i dirigenti  a  Baghdad  cerchino  di  ritagliarsi  una  collocazione  non  totalmente allineata su Washington. L’influenza del vicino iraniano e la stessa centralità economica della Cina nel mercato iracheno sono altri fattori che contribuiscono ad affrancare Baghdad da Washington. Resta da vedere in futuro se i dirigenti iracheni potranno fare altrettanto nei confronti dei loro sostenitori attuali.  Sempre nell’ottica dei rivali occidentali  e arabi,  il problema “siriano” risiede dunque nella mancanza di una chiara maggioranza sociale e politica interna al Paese in cui trovare un gruppo dirigente sufficientemente affidabile e allineato. La comunità musulmana-sunnita è maggioritaria dal punto di vista quantitativo ma è fortemente frammentata dal punto di vista politico: a ben vedere non vi è una  corrente  o  autorità  sunnita  saldamente  maggioritaria  nel  guidare  la comunità. La  borghesia  imprenditoriale  siriana  non  è  favorevole  ad  una integrazione  indiscriminata  nei  mercati  internazionali,  in  quanto  hanno  già sperimentato i contraccolpi dell’apertura alla concorrenza dei prodotti tessili e di consumo asiatici, per non parlare della meccanica e della tecnologia europea. Del resto, il regime nell’ultimo decennio non ha lesinato l’apertura di nuove opportunità e spazi di affermazione per le comunità di affari: gli imprenditori e gli affaristi connessi con la presidenza al Asad hanno goduto di enormi privilegi. Altri, lontani dalla cerchia al potere, sono stati discriminati ma comunque hanno colto le opportunità offerte dalle liberalizzazioni e dallo smantellamento parziale delle attività produttive e dei servizi statali, godendo talvolta dell’ordine pubblico garantito dagli innumerevoli servizi di sicurezza del regime. Nel complesso, la maggior parte delle forze imprenditoriali e la borghesia siriana si sono attestate su posizioni di attesa o quantomeno di neutralità nello scontro tra regime e opposizione, e comunque non sembrano aver affidato le loro sorti e quelle del Paese nelle mani di stati esteri o di forze politiche in esilio. Certamente, ricchi magnati siriani già in esilio o fuoriusciti recentemente dal Paese costituiscono una  delle  principali  fonti  di  finanziamento  dell’opposizione  siriana,  ma rimangono comunque limitati nel numero e con dubbie capacità di radicamento nel territorio e nella società.

La crisi del regime in Siria

Ciò che invece le forze conservatrici e occidentali hanno potuto sfruttare è stata la crisi di legittimità che ha investito il regime. Soprattutto a partire dalla metà degli anni Duemila, la leadership di Damasco si è aperta ai flussi di investimenti esteri provenienti per lo più dai Paesi arabi  del Golfo e derivanti dai rincari dei prezzi energetici: un flusso ingente di capitali che hanno trovato remunerazione soprattutto nel settore bancario/creditizio, nella speculazione immobiliare, nel turismo di lusso e di massa, nel commercio transfrontaliero e nell’informatica e telecomunicazioni. La fase di crescita economica che ha coinvolto tutto il Medio Oriente  e  il  Nord  Africa  è  stata  denominata  simbolicamente  come  “Dubai.  Le  risorse  finanziarie  a  disposizione  dello  stato  siriano  sono sempre state limitate, e non sono mai bastate a sostenere le spese per la difesa, la sicurezza e i servizi sociali: da qui la necessità di trovare fonti di credito esterne, tra cui lo sfruttamento della posizione geopolitica della Siria durante la Guerra Fredda ad opera di Hafiz al Asad. Sotto la presidenza del figlio Bashar, la leadership di Damasco ha sostenuto l’integrazione sui generis nel Dubai Consensus. Come in altri Paesi arabi, ne hanno beneficiato una ristretta minoranza di imprenditori e di nuovi oligarchi legati a doppio filo con la Presidenza  al  Asad,  che  hanno  potuto  accumulare  posizioni  di  monopolio privato e di rendita.

Non tutti, però, ne hanno beneficiato. Le campagne, le attività manifatturiere ed industriali, e le città di provincia non sono entrate nei circuiti finanziari, subendo anche la marginalizzazione nelle politiche di investimento statale, anch’esse rese subalterne alle logiche di mercato. Tra gli esclusi vi sono il mondo dei contadini di piccole e medie dimensioni e i lavoratori dipendenti le cui condizioni economiche  sono  state  drammaticamente  erose  dall’inflazione  e  dallo smantellamento accelerato dei sussidi al consumo e dei servizi pubblici. Per quanto  sia  problematica  da  individuare,  la  classe  media  è  stata  la vittima principale della polarizzazione economica e sociale indotta dal cosiddetto Dubai Consensus  in  versione  siriana.  Ancora  tra  i  perdenti  troviamo  i  giovani compresi tra i venti e trent’anni: figli del boom demografico degli anni Settanta e Ottanta, istruiti e connessi al mondo tramite le tecnologie informatiche,  ma disoccupati  cronici  e  “infelici”.  Sono  questi  i  soggetti  che  hanno  patito maggiormente il blocco della mobilità sociale per le classi popolari e medie

Ma questa non è una peculiarità siriana, araba o mediorientale. L’adozione simbolica dell’economia sociale di mercato, sancita dal X Congresso Regionale del Partito B’ath nel 2005 e l’elaborazione del V Piano Quinquennale nel 2006 a carattere “indicativo” sono stati due passaggi fondamentali nella traduzione delle politiche neoliberiste in Siria. Per quanto limitate rispetto ad altri casi nella regione, l’impatto di queste politiche in Siria è stato devastante. E il regime ba’thista ha perso di fatto l’appoggio delle basi sociali e politiche che da decenni lo hanno sostenuto, nel bene e nel male. Le posizioni di politica estera “non allineate” secondo i parametri dell’Asse della Resistenza non sono bastate a contenere le conseguenze dell’abbandono prima de facto e poi de jure di quei pochi elementi di politiche sociali, se non socialisteggianti, ancora presenti. Per molti versi si può affermare che la leadership di Damasco ha fallito nel tentativo di coniugare l’integrazione nel Dubai Consensus con la sua permanenza nell’Asse della Resistenza, o quantomeno le Monarchie arabe del Golfo hanno deciso di mettere alle strette il regime siriano nel contesto di una più larga offensiva per la conquista della leadership politica del mondo arabo.

Dalla consapevolezza che le dinamiche dell’economia di mercato capitalista e i flussi  di  capitali  esteri  non  avevano  prodotto  quello  slancio  produttivo  e occupazionale  atteso,  il  regime  ha  deciso  di  rivedere  parte  delle  politiche economiche: l’undicesimo Piano Quinquennale del 2011 avrebbe dovuto ridare peso agli investimenti produttivi nel settore pubblico, nelle infrastrutture comeanche nell’agricoltura. Tuttavia, queste iniziative erano terribilmente in ritardo  rispetto alla stagione di mobilitazioni che ha scosso tutto il mondo arabo dalla fine del 2010.  In breve, la forza delle opposizioni al regime è stata enormemente amplificata dall’abbandono da parte dello stesso regime delle proprie basi sociali e politiche di riferimento. Se per molti decenni la leadership a Damasco era stata in grado di  governare  la  complessità  sociale  della  Siria  attraverso  un  costante bilanciamento delle classi e delle forze in campo, le politiche neoliberiste hanno di fatto eroso la sua base sociale e hanno limitato le capacità di governo del regime. L’autoreferenzialità di cui soffrono le leadership autoritarie non ha certo aiutato a comprendere i processi in atto e a reagire in modo conseguente. La lotta armata e gli orrori della guerra civile possono anche essere una strategia per polarizzare la società e serrare i ranghi della propria base a favore del regime ma, visto il deterioramento delle condizioni precedenti, questa è una scommessa tanto rischiosa quanto tragica. Le rivolte e le sofferenze patite nelle stesse roccaforti del regime, le defezioni eccellenti, e i malumori al suo interno sono sintomatici dei costi di tale strategia. Nonostante questa crisi di  governo e di legittimità, parte della società siriana sostiene ancora il regime: per convinzione, per interesse o quantomeno per paura e diffidenza delle forze di opposizione. Indipendentemente dall’essere pro o  contro  il  regime,  restano  da  affrontare  alcune  questioni  ineludibili  per  la maggioranza della popolazione, tra cui la creazione di lavoro per i figli del boom demografico. Del resto, molti dei movimenti di protesta che hanno sfidato il regime  nei  primi  mesi  delle  manifestazioni  avanzavano  rivendicazioni economiche  e  sociali:  maggiore  attenzione  del  governo  per  le  campagne, assetate  da  cinque  anni  di  siccità  e  abbandonate  da  un  decennio  di disinvestimenti e investite da esodi migratori; maggiori spazi di espressione pubblica, di partecipazione ed autorganizzazione politica, e dunque la fine del monopolio  istituzionale  del  Partito  Ba’th.  Allo  stesso  tempo,  i  manifestanti rivendicavano in larga parte la difesa della sovranità nazionale e popolare e l’opposizione alle ingerenze straniere. Tutti temi affatto nuovi nella vita e nel dibattito politico siriano

Il regime di Damasco ha fatto ricorso ad una strategia ormai rodata nel tempo:reprimere con la forza le manifestazioni pubbliche di dissenso, con particolare attenzione ai leader della protesta, per poi discutere le questioni oggetto del conflitto  da  una  posizione  di  forza.  Se  questa  strategia  ha funzionato effettivamente in passato, in questa occasione le condizioni sociali e regionali l’hanno resa drammaticamente insufficiente e costosa in termini umani e politici. Visto il prolungarsi delle proteste e del conflitto sempre più apertamente politico, i rivali interni e internazionali del regime hanno investito il tutto per tutto per destabilizzare e rovesciare il regime siriano. L’escalation militare del conflitto ha messo in silenzio le forze dissidenti nazionali e non-violente a favore delle formazioni radicali e armate che necessitano per forza di cose del sostegno finanziario, logistico, militare e politico dell’estero: strategia questa, perseguita con sistematica pervicacia dalle Monarchie arabe del Golfo, e soprattutto Arabia Saudita e Qatar.  Nonostante siano oggi queste forze a determinare le dinamiche del conflitto, il loro  radicamento e  sostegno  popolare  non  possono  essere  misurati  con ragionevole certezza. La violenza del conflitto armato e la militarizzazione delle logiche  confessionali  hanno  distrutto  le  pratiche  di  convivenza  che attraversavano le diverse comunità di appartenenza o di affiliazione, favorendo un ritiro identitario che non ha mai favorito la soluzione positiva dei conflitti. Larga parte della popolazione non sembra aver gradito questa tendenza, per gli ostacoli e le sofferenze quotidiane che ciò comporta ma anche per la memoria di quanto successo prima in Libano (1975-1991) e poi recentemente in Iraq (dal 2003). A ciò si aggiunge la diffidenza nei confronti delle proposte politiche ed economiche  avanzate  finora  dall’opposizione.  Tra  i  programmi  più  articolati finora troviamo The Day After, redatto da membri dell’opposizione con l’aiuto di centri di ricerca  statunitensi  e tedeschi.  In  linea  con  quanto  sostenuto  dai “riformisti” del regime e dai consulenti internazionali dei ministeri siriani fino al 2010, liberalizzazioni e privatizzazioni e fine del ruolo istituzionale dei sindacati sono alcune dei punti qualificanti del possibile programma di governo. Tutti punti, del resto, sostenuti dalle istituzioni occidentali presso il governo siriano fino al 2011. Se a questi punti si aggiunge l’influenza delle forze islamiste conservatrici  all’interno  delle  piattaforme  delle  opposizioni,  si  può legittimamente  temere  l’ennesimo  connubio  tra  conservatorismo  sociale  e liberismo economico. Il tutto esacerbato e radicalizzato dalle ferite del conflitto armato. Da ciò nasce la diffidenza, se non aperta ostilità, di molte delle forze di sinistra e democratiche, siriane ed internazionali.

Le capitali occidentali alla ricerca di partner in Siria

Ad oggi, i Paesi occidentali e le monarchie del Golfo non hanno trovato partner sufficientemente radicati e affidabili che offrano garanzie per una eventuale Sono tutti esponenti che conoscono bene il regime ba’thista, le sue articolazioni e il suo funzionamento interno; sono tutte persone che in passato hanno trattato con il regime, o ne sono state parte, e che finora difficilmente possono essere tacciate di integralismo religioso o di radicalismo esasperati. Rispetto al SNC e alle forze sempre più radicali dei gruppi ribelli armati, il nuovo cartello delle opposizioni  sembra  propendere  su  posizioni  più  moderate,  o  quantomeno Washington vuole arginare la galassia delle forze salafite ed jihadiste che oggi guidano la lotta armata delle opposizioni sul terreno. I timori sono aumentati in seguito alla conquista recente di numerose basi militari ad opera dei gruppi ribelli più integralisti, dando loro un vantaggio tattico, un prestigio e una forza negoziale notevole rispetto a tutte le altre forze. Finora ciò che cambia è il tentativo di ampliare lo spettro politico delle forze di opposizione includendo esponenti più “presentabili” nei confronti dell’opinione pubblica internazionale e siriana. Nelle dichiarazioni ufficiali l’obiettivo rimane la caduta del Presidente Bashar al Asad, e in prospettiva la liquidazione del regime ba’thista. La lotta armata per ora rimane la strategia principale e la dotazione dei ribelli con armi anticarro  e  antiaeree  mina  la  superiorità  militare  finora  goduta  dall’esercito regolare siriano. Due  sono  le  possibili prospettive  che  si  aprono  alla  fine  del  2012,  e  non necessariamente in contrasto tra di loro. Da un lato, sulla base delle politiche adottate  finora,  le  diplomazie  occidentali  e  gli  alleati  del  Golfo  tentano  di ripercorrere  in  modo  diverso  il  modello  di  intervento  in  Libia:  forzare l’interpretazione  dell’accordo  di  Ginevra  del  30  giugno tra  l’ONU  e  i Paesi coinvolti (che prevede l’inizio di un dialogo nazionale e la creazione di un governo  transitorio)  e  costituire  un  governo  in  esilio  riconosciuto internazionalmente che sostituisca il governo siriano presieduto da Bashar al Assad: questi dovrà essere rimosso dal potere con ogni mezzo. Le monarchie arabe  del  Consiglio  di  Cooperazione  del  Golfo  (Gulf  Cooperation  Council, GCC), molti governi europei e gli Stati Uniti si sono affrettati a riconoscere la nuova coalizione come unica rappresentante legittima del popolo siriano. Le classi dirigenti del Golfo premono ancora per la soluzione unilaterale e radicale della crisi in quanto hanno ormai puntato tutto sulla caduta del regime, sulla distruzione dell’Asse della Resistenza con Iran e Hizb’allah e sulla presa di potere delle forze islamiste anche in Siria. Anche europei e statunitensi puntano ufficialmente al crollo del regime e alla rottura dell’Asse della Resistenza ma hanno posizioni più sfumate in merito alle forze che dovrebbero governare il Paese.  Dall’altro  lato,  per  Russia,  Iran  e  Cina,  come  del  resto  anche  per  i rappresentanti delle Nazioni Unite, l’accordo prevede invece il coinvolgimento transitorio  dell’attuale  Presidenza  al  Asad,  e  la  sua  permanenza  al  potere dovrebbe essere il risultato di libere elezioni. Nei fatti, la posizione di al Asad in Siria non è più una “linea rossa” nemmeno per i suoi alleati strategici in Russia o  in  Iran.  Nonostante  le  recenti  vittorie  militari  del  regime  e  il  sostegno diplomatico, logistico e finanziario dei suoi alleati internazionali, la leadership siriana non può sostenere all’infinito una guerra civile e regionale; ma non è neanche disposta a sottomettersi alle condizioni imposte dai Paesi occidentali o del Golfo anche se avvallate dalle Nazioni Unite. Recentemente le operazioni militari dei ribelli sono aumentate e minacciano direttamente le roccaforti del regime.  Ma  possono  anche  essere  una  dimostrazione  di  forza  funzionale all’apertura di negoziati: molto spesso le fasi più cruente dei conflitti avvengono a ridosso dei negoziati. La recente costituzione di una forza di intervento ed interposizione  dell’Organizzazione  di  Shangai  per  la  Cooperazione  (OSC), guidata da Russia, Cina ed altri Paesi centroasiatici, e il suo dispiegamento in Siria  sotto  mandato  ONU  riscontrerebbero  sicuramente  la  disponibilità  del regime di Damasco in quanto ne garantirebbero la sopravvivenza, almeno nel breve  periodo,  o  quantomeno  offrirebbero  al  regime  e  ai  suoi  alleati  la possibilità di riorganizzarsi in vista di una riforma del sistema politico siriano. Anche in questo caso, la presenza di Bashar al Asad non costituirebbe più un elemento essenziale per la sopravvivenza del regime. Il regime siriano, infatti, è molto più articolato della sola Presidenza al Assad, e le necessità di guerra hanno nei fatti imposto una decentralizzazione del processo decisionale che garantisce  maggiore  autonomia  organizzativa  all’esercito,  ai  servizi  di sicurezza, al Ba’th e alle organizzazioni collegate. Questi sono processi che non mancheranno di avere conseguenze importanti nella trasformazione del regime e dei suoi alleati.  Il tentativo di Washington di ampliare e dare coesione a un’opposizione che sia anche  flessibile  al  compromesso  potrebbe  rappresentare  un  passaggio intermedio in vista dell’apertura di un negoziato che porti ad una soluzione politica. Il pressing di Washington e delle diplomazie europee su Mosca sembra andare in questa direzione. Del resto, le strade percorribili dalle diplomazie occidentali sono limitate: l’escalation militare per rovesciare il regime si scontra con  la  resistenza  del  regime,  e  la  NATO  ha  escluso  un intervento  diretto. Dall’altro lato, lasciare mano libera ai ribelli salafiti e radicali costituisce un rischio non da poco, soprattutto se questi sono dotati di armi sofisticate che possono poi utilizzare contro i loro stessi patron occidentali o alleati locali. Inutile dire come tutte queste mosse implicano un dialogo tra Stati Uniti, europei ed Iran. Ma su questo punto la situazione si complica poiché l’Iran rappresenta oggi la vera questione strategica per l’intera regione. Se Washington è sempre riuscita a mettere in riga i propri alleati arabi del Golfo, non altrettanto si può dire per i dirigenti politici di Israele.

Conclusioni

Finora i Paesi occidentali non sono riusciti a trovare partner politici in Siria abbastanza numerosi e radicati nel Paese, e in grado di controbilanciare un regime,  certamente  molto  indebolito  nelle  sue  basi  sociali  e  in  fase  di trasformazione, ma che dimostra ancora capacità di resistenza. Il sostegno e la costruzione di nuove opposizioni da parte di Washington, dei Paesi europei e del Golfo non sono certo una novità. Né la guerra è uno strumento nuovo per distruggere l’autonomia organizzativa e decisionale di una comunità, in questo caso  nazionale,  e  imporre  con  la  forza  armata  politiche  conservatrici  e neoliberiste. Nel caso della Siria, tuttavia, i costi umani, economici e politici per controllare il Paese arabo crescono a dismisura a causa della resistenza del regime e delle devastazioni provocate dalla guerra. La quantità di violenza da impiegare per imporre le politiche finora proposte comporta uno sforzo militare e finanziario tanto alto da suscitare dubbi nelle diplomazie occidentali circa la sua sostenibilità, e a questo si aggiunge la palese incapacità di governare le dimensioni sociali e politiche del conflitto. A queste condizioni, non sembra vi sia la volontà da parte occidentale di intervenire se non sostenendo i ribelli armati; al contempo, la stessa strategia di logoramento del regime inizia a sfuggire  di  mano  a  Washington  e  agli  alleati  europei  in  quanto  le  forze effettivamente in grado di combattere il regime sul campo militare non sono perfettamente allineate con i voleri delle capitali occidentali. Da qui la necessità di costruire una nuova piattaforma per le opposizioni. Se il benessere o la sopravvivenza  della  popolazione  siriana  contassero  qualcosa,  sarebbe  il momento giusto per discutere pragmaticamente di compromesso, di soluzione politica e di pace. Gli attuali rapporti di forza militari e politici potrebbero dunque aprire le porte a nuovi e seri negoziati: in passato, la capacità di resistere aumentando  i  costi  necessari  ai  nemici  per  la  sconfiggere  il  regime,  ha permesso  al Ba’th e alla presidenza  al Asad  di accettare  il compromesso.

Anche oggi il regime di Damasco è intenzionato a resistere ad oltranza pur di sopravvivere. Resta da vedere se i suoi nemici saranno disposti a rinunciare all’obiettivo della “caduta” di Damasco, e dunque ad abbandonare la logica della “resa incondizionata”, oppure se tenteranno il tutto per tutto, accettando i costi umani che questo comporta. L’avanzata delle forze ribelli oggi sembra, invece, sostenere le richieste di “vittoria totale”, il che getta numerose ombre sul futuro del Paese e sulla spirale di vendette e “resa dei conti” che ciò potrà comportare. Come in altri casi, infatti, l’importante non è solo la vittoria o meno di una parte: il futuro di un territorio e di una società dipende molto anche da “come” può concludersi un conflitto armato.

Massimiliano Trentin

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