a guida come simbolo dell'emancipazione femminile: il 26 ottobre le donne saudite protestano di nuovoTribuno del Popolo
mercoledì , 20 settembre 2017
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La guida come simbolo dell’emancipazione femminile: il 26 ottobre le donne saudite protestano di nuovo

Le donne saudite tornano a chiedere l’instaurazione della parità tra i sessi. Nonostante infatti tali rivendicazione siano iniziate all’inizio degli anni ’90, il governo monarchico e teocratico saudita si rifiuta di prestare ascolto a simili rivendicazioni. La lotta passa per il diritto alla guida, attraverso la macchina come strumento di indipendenza.

Fonte: Oltremedianews

L’Arabia Saudita torna al centro dell’attenzione dei media internazionali e sono ancora una volta le donne a farsi portavoce di un malcontento generale. Il Regno saudita si trova davanti delle sfide importanti: pressioni per un cambiamento, in particolare negli ultimi due decenni, hanno avuto come risvolto piccole riforme, che però hanno avuto implicazioni notevoli per i diritti della donna.

Gli sviluppi più importanti riguardanti lo status della donna sono avvenuti nel campo dell’educazione, con un notevole aumento dell’alfabetizzazione femminile, e con il superamento del numero delle studentesse nelle università saudite rispetto ai loro colleghi maschi. Purtroppo, però, questo sviluppo non è stato accompagnato da un incremento equivalente nella partecipazione femminile nella forza lavoro e nella vita politica.

La quotidianità delle donne saudite è segnata in particolare dal sistema dei “guardiani”, ovvero la pratica per cui ogni donna è dipendente da un uomo, il mahram, al quale deve chiedere il permesso per svolgere qualsiasi azione fuori dalle mura domestiche, anche la più insignificante. Normalmente questo ruolo è del padre o marito che prende tutte le decisioni riguardanti la vita della donna: il lavoro, l’educazione, i viaggi (anche semplicemente uscire di casa), il matrimonio.

A causa del legame ideologico tra religione e stato, è di vitale importanza per la monarchia saudita governare, almeno in apparenza, secondo i dettami della legge islamica. L’Arabia Saudita rappresenta un caso unico persino nel mondo islamico: ciò è legato alla nascita stessa del regno, dovuto all’alleanza tra gli Sa’ud e il movimento wahhabbita. La monarchia saudita ha avuto sin dalle origini un rapporto molto stretto con l’élite religiosa, sia per legittimare il potere, sia per mantenere lo status quo. Emerge chiaramente, come la religione nel caso dell’Arabia Saudita sia il mezzo e non il fine. Questa monarchia ereditaria che  si regge su  un’unica famiglia ha bisogno di aggrapparsi alla religione per auto-legittimarsi. Farsi portatrice della morale islamica, ed elevare la donna ad ultimo baluardo della salvaguardia della tradizione, è solo un modo per mantenere lo status quo e difendersi dagli attacchi di estremismo.

Molti si chiedono come sia possibile incoraggiare l’istruzione femminile e continuare nello stesso tempo a marginalizzare le donne nel mondo del lavoro e tenerle sotto lo stretto controllo maschile. Non è immaginabile continuare ad insistere sulla segregazione sessuale come condizione necessaria nell’ambiente lavorativo. Come non lo è continuare ad impedire alle donne di guidare le macchine e rendere difficile l’utilizzo dei mezzi pubblici, poiché è un chiaro ostacolo al loro lavoro fuori casa.

La guida diventa simbolo di libertà, di indipendenza e di emancipazione. Il 6 novembre 1990, 47 donne hanno dato vita a una straordinaria protesta per l’Arabia Saudita: guidano le loro macchine per le strade di Riyadh. Le manifestanti furono arrestate e tenute in prigione per un giorno, i loro passaporti furono sequestrati e alcune di loro persero persino il lavoro. Dopo questo episodio un altro avvenimento scosse l’Arabia Saudita nel 2007: Wajeha al-Huwaider e Fawzia al-Uyyouniraccolsero 1.100 firme e la presentarono a Re Abdallah, chiedendo che alle donne fosse concessa la libertà di guidare.

Nel 2008, durante la Giornata Mondiale della donna,  Wajeha al-Huwaider si filmò mentre guidava e postò il video su YouTube. Questo le fece guadagnare una immediata attenzione da parte dei media internazionali.

L’atto successivo è del 2011 quando un gruppo di donne, guidato da Manal al-Sharif, iniziò una campagna su Facebook. Nel giugno 2012, a un anno esatto dalla campagna precedente, le donne saudite manifestarono di nuovo.

La prossima protesta collettiva è prevista per il 26 ottobre. Su internet è già stata lanciata una campagna di promozione che in due giorni ha raggiunto 6.000 firme. Le donne saudite sono sempre più combattive e non hanno intenzione di fermarsi. La loro forza deriva anche dall’appoggio  che viene dato sempre più anche dagli uomini sauditi. La famiglia regnante presto dovrà trovare un nuovo modo per mantenere lo status quo in Arabia Saudita, perché le donne  sono stanche di servire come fondamenta invisibili del regno.

 Elda Goci

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