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mercoledì , 24 maggio 2017
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La legittimazione della diseguaglianza

Non c’è ideologia politica che non si sia misurata con il concetto di diseguaglianza. Quel che ne è venuto fuori è stato sempre strettamente connesso alle  questioni economiche, sociali e politiche. Ce l’hanno insegnato Marx ed Engels: le idee dominanti in una società sono le idee della classe dominante. 

Negli anni Settanta l’Italia era considerata nel panorama europeo un’irriducibile anomalia politica. Perdonatemi l’eccessivo schematismo, ma per un certo periodo è successo che la classe operaia fosse indicata come classe dirigente le cui rivendicazioni assumevano la priorità dell’interesse generale. Poi le cose sono andate man mano cambiando. Con la crisi industriale degli anni 80 la parola “eguaglianza” ha subito continue e potenti correzioni. Martelli, al congresso del Psi del 1982, la declinò in riconoscimento di “meriti e bisogni”. A sinistra si polemizzò duramente: tra i due termini, si diceva, tra merito e bisogno, corre lo stesso rapporto che tra salario ed elemosina. Oggi, trent’anni dopo, una società che non riconosce il merito (ma la nostra non riconosce né merito né bisogni) – viene considerata una società diseguale.

La fuga dei nostri talenti all’estero sembra angustiare molto le classi dirigenti, ma si fa poco, praticamente nulla, per investire sui saperi mentre, contemporaneamente, si tagliano pezzi consistenti dello stato sociale che rendono più acuti i bisogni della collettività. Il concetto di eguaglianza sembra essersi ridotto a grandi rincrescimenti parolai per i meritevoli e all’indifferenza per i bisognosi.

Quando Monti fece la sua dichiarazione contro lo Statuto dei lavoratori perché nocivo per l’economia e l’occupazione, pensai che nessun altro governo, per quanto di destra, era riuscito con tale supponenza ed arroganza a “definire” l’eguaglianza un errore madornale. E infatti è una parola che l’uomo non ama. L’ha sostituita, fin dall’inizio del suo mandato, con “equità”, che nel dizionario italiano significa “capacità di giudicare, valutare con equilibrio ed imparzialità”.

Un piccolo esame delle misure prese dal governo Monti è illuminante. Sostanzialmente solo due delle leggi annunciate sono state condotte e risolte con grande decisionismo. La prima, quella sulle pensioni; la seconda, quella sul lavoro. Due leggi che hanno colpito pensionati e lavoratori dipendenti, e cioè la parte più povera e bisognosa della società, quella che guadagna salari miserevoli e paga le tasse fino all’ultima lira.

Il governo Monti ha fatto dell’Italia un paese più povero e la povertà è la forma più estrema di diseguaglianza. Ne ha ricavato la ribalta, la stima dei mercati finanziari e il rispetto dei vertici europei.

Al contrario di ciò che si vuole far credere, le diseguaglianze non sono l’effetto non desiderato, ma ineludibile, della politica di austerità. Ne sono, invece, la componente costituente e feroce. S’è ripetuto e si continua a ripetere che tutto è conseguenza della pessima eredità lasciata dai precedenti governi, che nelle casse pubbliche non c’è una lira, che l’austerità è l’unica soluzione per evitare il default ed uscire dal tunnel della crisi. Peccato che la ricetta neoliberista, applicata con tanto impegno, non abbia dato alcun risultato se non radicalizzare ed aggravare penosamente la situazione economica ed occupazionale.

Ciò che si nasconde dietro scelte politiche e tagli che superano i limiti della tollerabilità, non è la volontà di uscire dalla crisi. E’ il disegno di un’altra società, è la convinzione che le diseguaglianze sociali siano normali, naturali. Poco conta che vengano camuffate dalla retorica pubblica del sacrificio collettivo e dell’inevitabilità.

Il neoliberismo – di cui Monti è uno dei maggiori esponenti – è la dottrina, o meglio la versione del capitalismo che più radicalmente si oppone all’eguaglianza. Alcuni economisti neoliberali – penso ad Hayek – sono arrivati a legittimare la diseguaglianza perché essa, in termini sociali ed economici, si basa sul disegno della natura, e cioè sulla naturale diseguaglianza di intelligenza e capacità esistente tra gli esseri umani. Hayek dice che in una società “la diseguaglianza non è deprecabile, al contrario è estremamente desiderabile ed anche necessaria” e poiché libera le intelligenze e i talenti dalla mortificazione dell’essere tutti uguali è il meccanismo che più garantisce il dinamismo economico e il funzionamento del libero mercato. Per Hayek la naturale diseguaglianza è la sconfessione degli ideali egualitari di alcune società che criminalizzano l’istinto alla competitività rendendo il mondo più povero ed abbassando il livello di vita dei popoli. Per concludere: la natura è gerarchica, e la sua gerarchia ha da essere rispettata, ci sono individui superiori ed individui inferiori e dove s’è voluto negare questa realtà si sono costruite ed imposte dittature.

Scriveva Rousseau che “la prima fonte del male è la diseguaglianza” e che essa si rappresenta in due forme: la diseguaglianza fisica, data dall’età, dalla salute, dalla forza, ecc., e la diseguaglianza morale e politica, un fenomeno sociale che consiste nei privilegi che hanno alcuni a scapito di altri, come ad esempio essere più ricchi, più rispettati, più potenti.

Le politiche neoliberaliste si muovono su una privazione graduale dei diritti e il sequestro della sovranità popolare da parte di élite economiche, politiche e finanziarie. Sono potenti vitamine per la crescita delle  diseguaglianze:

E’ questa, in fondo, la situazione italiana e non solo italiana. I risultati sono una disoccupazione crescente, pensionati in condizioni miserrime, non in grado di pagarsi neanche le medicine, una classe media impoverita, disgraziati che dormono nelle strade, immigrati emarginati e privati delle cure sanitarie. E poi ci sono le donne la cui condizione è sostanzialmente ignorata dalla politica, anche quella che si definisce progressista. I tagli ai servizi sociali cancellano anni di emancipazione e femminismo. Obbligate a svolgere tutte quelle attività di cui la collettività non si fa più carico, le donne sono rinchiuse nuovamente nella sfera privata. E’ una sorta di destino alla rovescia, di arretramento progressivo.

E’ da una politica così cinica che deriva un modo di far politica altrettanto cinico. Ruberie, frodi, arroganze volgari. E’ l’Italia dei Batman che accompagna quella dei Monti. Nella diseguaglianza sociale non ti resta che arraffare, se sei in condizioni di farlo.  Monti e la malapolitica sono figli della stessa storia. Che uno abbia stile e che l’altra abbia le sembianze di Batman non significa granché. Entrambi sono i simboli efficaci della diseguaglianza neoliberista.

Tratto da www.Marx21.it

Manuela Palermi , segreteria nazionale Pdci

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