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lunedì , 29 maggio 2017
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La lotta per la Costituzione

Abbiamo già scritto circa due mesi fa su questo sito dello sviluppo di un movimento a difesa e rilancio della costituzione repubblicana in opposizione alle “riforme” costituzionali del governo Renzi e alla legge elettorale battezzata Italikum, peggiore del Porcellum, dichiarato incostituzionale dalla sentenza della Corte costituzionale del dicembre 2013.

Fonte: Marx21.it

Il “combinato disposto” di legge elettorale, che potrebbe dare la maggioranza alla Camera dei deputati a un partito che ha nel paese il 20-25% di consensi di chi va a votare (cioè, stando alle ultime consultazioni, il 50-55% degli aventi diritto al voto) insieme con una “riforma” (più correttamente ribattezzata “deforma” dall’avvocato Besostri, animatore dei ricorsi in tribunale per incostituzionalità dell’Italikum), che svuota il Senato delle sue competenze legislative e i cui componenti, ridotti a 100, non sono più eletti dai cittadini, ma nominati tra i consiglieri regionali, ha fatto parlare eminenti costituzionalisti di “svolta autoritaria.

Nel merito e nel metodo questa “riforma” costituzionale rappresenta un nuovo passaggio, una marcia del gambero, dal governo parlamentare su cui era stata imperniata la Costituzione del 1948, a una forma di governo presidenziale, con ulteriore svuotamento del ruolo e delle funzioni delle assemblee elettive. Basti pensare che l’articolo 12 della “deforma” renziana prevede che sia il governo a dettare l’agenda dei lavori parlamentari. E che il disegno di legge costituzionale per questa “deforma” è di iniziativa governativa. È il trasferimento all’esecutivo di funzioni e ruolo spettanti al parlamento. L’approvazione definitiva della “deforma costituzionale” è prevista – ormai senza intoppi per la maggioranza renziana (ottenuta nelle ultime elezioni politiche del 2013 grazie allo scandaloso premio dichiarato incostituzionale dalla Consulta) – per la metà di aprile.
Essa è un’altra pericolosa tappa di quel lungo e accidentato percorso di smantellamento della Costituzione repubblicana che – con avvisaglie negli anni ’80 – è stato fortemente accelerato con il passaggio epocale costituito dalla fine dell’Urss, la formazione della grande Germania con l’annessione della Repubblica democratica Tedesca, il trattato di Maastricht (influenzato dal nuovo ordine europeo e mondiale che la crisi dell’Urss poneva), la guerra del Golfo contro l’Iraq e la nuova fase dell’unipolarismo Usa (come apertamente dichiarato nei documenti strategici della Casa Bianca, che Manlio Dinucci, Umberto Allegretti e Domenico Gallo denunciarono nel 1992 nel libro “La strategia dell’impero”), la distruzione della Jugoslavia, e, per l’Italia, la fine del Pci. Il nuovo ordine mondiale ed europeo chiedeva di farla finita con il principio di sovranità popolare-nazionale e con le forme di stato e di governo che con la rivoluzione francese del 1789 avevano accolto tale principio, e di trasferire ad oligarchie ristrette un potere politico non più basato sul mandato popolare. Un risultato di lungo periodo delle controrivoluzioni europee del 1989-91 è stato il passaggio da cittadini a sudditi, un ritorno, in forme inedite, a una condizione pre-1789. La fine dell’Urss e la nuova era in cui gli Usa affermavano il proprio unipolarismo dava alle classi dominanti l’occasione per sbarazzarsi delle conquiste sul terreno democratico-istituzionale ed economico-sociale (che procedono di pari passo) che le lotte del movimento operaio e dei suoi alleati avevano ottenuto, sostenuti dalla grande spinta della rivoluzione d’Ottobre, della rivoluzione cinese, delle lotte di liberazione anticoloniale e antimperialista.

In Italia le danze le apre il presidente della Repubblica Cossiga il 26 giugno 1991 con un messaggio alle Camere in cui invita ad eleggere un’Assemblea costituente per una seconda repubblica fondata sul maggioritario, affermando che il mutamento dello scenario geopolitico dopo la caduta del Muro di Berlino avrebbe reso antiquata la stessa Costituzione redatta nel dopoguerra. Il primo serio colpo all’impianto costituzionale viene inferto nel ’93 – congiuntamente agli esecutori del piano piduista di Licio Gelli, dai dirigenti del Pds, Occhetto in testa, che sono riusciti a traghettare nel nuovo partito la maggioranza degli iscritti al PCI – con la demolizione del sistema elettorale proporzionale (conservato col “Mattarellum” solo per l’elezione del 25% dei parlamentari) e la trasformazione in senso presidenzialistico delle amministrazioni di comuni e provincie, con svuotamento del ruolo delle assemblee elettive (legge 81/1993, elezione diretta del sindaco e del presidente della provincia): si assesta così il primo pesante colpo all’impianto costituzionale, fondato, ribadiamolo, sul governo parlamentare quale presidio fondamentale della democrazia economico sociale (che è il titolo che Salvatore D’Albergo ha voluto dare ad uno dei suoi ultimi scritti, pubblicato come numero speciale di MarxVentuno nell’autunno 2013).

Un ulteriore pesante passaggio nella lunga marcia controrivoluzionaria di smantellamento della costituzione repubblicana si ha nel novembre 1999 (è il “centro-sinistra” al governo!), quando il Senato vota in seconda deliberazione a larga maggioranza superiore ai 2/3 (contro: Prc, alcuni senatori Pdci, Lega Nord) la legge costituzionale n. 1, “Disposizioni concernenti l’elezione diretta del Presidente della Giunta regionale e l’autonomia statutaria delle Regioni”. Con la riscrittura dell’articolo 122 della Costituzione è introdotto un presidenzialismo forte: “Il Presidente della Giunta regionale, salvo che lo statuto regionale disponga diversamente, è eletto a suffragio universale e diretto. Il Presidente eletto nomina e revoca i componenti della Giunta”. Ed è ancora il “centro-sinistra” a farsi promotore nel 2001 della riforma dell’intero Titolo V (artt. 114-133) della Costituzione, approvata in Senato con soli 4 voti di scarto. È uno pseudo-federalismo che dà ruolo preferenziale alle imprese anche nelle funzioni pubbliche e di stato sociale e non solo per la produzione di beni, anticamera per introdurre il modello nord-americano, con la “Camera degli stati” o “delle regioni”. Si apre una stagione di contenzioso permanente sulle rispettive competenze tra Stato e regioni.

Il percorso verso la trasformazione autoritaria prosegue con la riforma costituzionale (novembre 2005) del governo Berlusconi che riduce le funzioni del parlamento e conferisce al “primo ministro” il potere di scioglierlo. Il referendum costituzionale del 20 giugno 2006 boccia la “riforma” berlusconiana.

Ma gli entusiasmi popolari per la vittoria referendaria vengono subito smorzati da Giorgio Napolitano e dai maggiori esponenti del centro-sinistra, ritornato al governo con la nuova legge elettorale (il “Porcellum”, approvato a fine 2005) che assegna il premio “di maggioranza” alla coalizione politica che abbia preso più voti. Riparte così la litania, con il presidente Napolitano in prima fila, sulla necessità di “riforme costituzionali”, per l’abolizione del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il rafforzamento dell’esecutivo a scapito del parlamento, lo svuotamento dello stesso delle sue funzioni di governo. Numerosi disegni di legge costituzionale “bipartisan” vengono presentati in aperto contrasto con l’esito del referendum del 2006.

La direttrice di marcia è chiarissima, anche se le formulazioni sono variegate e sovente molto pasticciate: si muovono tutte verso la demolizione del principio di sovranità popolare, lo svuotamento del parlamento, che s’intende ridurre ad una “sorda e grigia” accolita di yesmen, di signorsì alle iniziative dell’esecutivo. Anche la trasformazione dei regolamenti parlamentari è andata in profondità in questo senso: le grandi battaglie in parlamento, che abbiamo conosciuto in momenti importanti della nostra storia (ricordiamo l’epica resistenza di comunisti, socialisti e forze democratiche contro la “legge truffa” voluta dalla DC nel 1952-53) sono oggi impraticabili con i nuovi antidemocratici regolamenti delle Camere. E questo svuotamento delle funzioni del parlamento favorisce e accompagna gli attacchi demagogici al sistema dei partiti, alle “spese della politica”, al numero dei parlamentari. Se il parlamento è ridotto ad “aula sorda e grigia”, se l’iniziativa legislativa (anche della legge di riforma costituzionale!) è affidata all’esecutivo, se il ruolo e il lavoro delle commissioni parlamentari è sempre più sminuito, a che serve avere 630 deputati e 315 senatori? E così sono fioccate, anche da parte di una sinistra ideologicamente subalterna, proposte di riduzione del numero dei parlamentari, o degli eletti nei consigli regionali e degli enti locali, quando la questione, se si vogliono tagliare i “costi della politica”, è piuttosto quella di intervenire con un’operazione chiara e trasparente, sugli emolumenti degli eletti.

Questo svuotamento del parlamento e delle assemblee elettive è funzionale alla fase attuale dell’imperialismo e del capitale finanziario, alla configurazione neoliberista della Ue, che richiede continue cessioni di sovranità popolare-nazionale, in modo che gli esecutivi possano veicolare più facilmente e rapidamente le decisioni assunte dagli organismi sovranazionali, da quello politico-militare a guida USA, che è la NATO, alla UE e BCE.

Se vi è consapevolezza di questo, allora deve essere chiaro ai comunisti in primo luogo e a tutte le forze sociali, ai sindacati non-gialli, ai movimenti a difesa del territorio (dai No-Tav ai No-Triv), al movimento contro la “riforma” della scuola del governo Renzi, al movimento dei nuovi “partigiani della pace” – fondamentale più che mai oggi – di lotta contro la NATO, a tutti coloro che si oppongono alle politiche neoliberiste e a questo nuovo ordine mondiale, che la battaglia a difesa della Costituzione del 1948, nata dalla Resistenza, e del sistema elettorale proporzionale puro che la innervava, è una battaglia fondamentale, nel senso letterale del termine, premessa alla possibilità di lotta sul fronte economico-sociale.

La battaglia per la difesa e l’attuazione della Costituzione, che è democratico-sociale, fondata sul nesso strettissimo e cogente tra forma del governo parlamentare e sostegno all’emancipazione delle classi lavoratrici, col condizionamento della libertà dell’impresa privata a fini sociali (artt. 41-43), non è solo o principalmente la battaglia di alcuni validi costituzionalisti e giuristi che hanno levato la loro voce, controcorrente, contro la marcia del governo Renzi (cui si accodano docilmente anche alcuni reduci dell’“operaismo” italiano, come Mario Tronti, che approvando in Senato il ddl Boschi, si richiama al pensiero degli elitisti Pareto e Michels). È la battaglia in primo luogo delle classi lavoratrici, delle “classi subalterne”. La Costituzione italiana, è lo spazio politico nel quale possono agire le istanze di emancipazione, la lotta dei lavoratori, la lotta contro la Ue dei trattati di Maastricht e Lisbona.

È sbagliata la posizione di quanti ritengono ormai definitivamente “superata” dalla Ue la nostra Costituzione, e quindi inutile la battaglia a sua difesa, spostando tutto verso la battaglia contro il potere sovranazionale, come se tale processo fosse tutto già compiuto e realizzato. La battaglia per la Costituzione è la battaglia per la sovranità popolare-nazionale, senza la quale non è possibile agire politicamente e battersi contro il capitalismo neoliberista e l’imperialismo.

Si stanno formando in tutto il paese (venerdì 29 è stata la volta di Brindisi, mentre a Bari si opera già da due anni) comitati per il NO alla “deforma costituzionale” e a sostegno dei quesiti referendari contro l’Italikum. Al comitato per il NO al referendum costituzionale sono arrivate importanti adesioni come quella dell’ANPI e di Magistratura democratica.

Si riunisce oggi a Roma il coordinamento dei comitati. Dovrebbe essere chiaro a tutti che questi due referendum (quello costituzionale e quello anti-Italikum, per il quale occorre raccogliere almeno 500.000 firme a cominciare dal 1° aprile, fino al 30 giugno) sono strettamente intrecciati.

Occorre battersi perché si dia il massimo impulso alla costruzione di forme organizzate, il più possibile unitarie (pensiamo in qualche modo al modello dei Comitati di Liberazione Nazionale, in cui i comunisti seppero essere al massimo unitari, senza rinunciare al loro progetto strategico) e ben coordinate a livello nazionale, per fare della lotta per la Costituzione – in cui fondamentale è il sistema elettorale proporzionale – il momento di inversione di rotta, per una nuova stagione di rilancio e contrattacco del movimento operaio e democratico.

Andrea Catone

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